Partito Comunista Internazionale

La trappola dell’antifascismo

Categorie: Antifascism

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Nel Belpaese, ogni volta che lo schieramento politico della sinistra del capitale perde le elezioni, sia ha subito un gran vociare per il paventato avvento del fascismo al potere.

Questa tediosa commedia si ripete con una certa regolarità ed è del tutto funzionale alla conservazione borghese.

Era già successo ai tempi della “discesa in campo” del Cavaliere nazionale, nonché padrone di emittenti televisive. Costui aveva avuto il demerito (o il merito per qualcuno!) di avere propiziato il rientro nell’agone politico dei rimasugli del fascismo vero, quello di Mussolini, rimasti senz’altro ai margini dell’area governativa per alcuni decenni, ma che pure non avevano mai smesso di ricoprire posti di un certo rilievo nella compagine statale con una particolare predilezione per la magistratura, le forze armate, i servizi segreti e l’alta burocrazia.

Questa componente politica aveva fornito una rappresentanza a una frazione della borghesia imprenditoriale, compresa quella che mostrava una certa intraprendenza nel mischiare i propri affari a quelli del cosiddetto crimine organizzato che tanto peso ha avuto e ha nella vita economica della loro nazione.

Inoltre questa nicchia di ceto politico fascista, neofascista o postfascista che dir si voglia, era sopravvissuto attraverso quasi mezzo secolo anche grazie all’interessato appoggio ricevuto da oltre Atlantico sin dai tempi della guerra fredda. I vecchi nemici di ieri, americani e repubblichini, avevano deciso poi di stringere una stretta alleanza per contrastare le lotte operaie degli anni ‘60. Fu la stagione della “strategia della tensione” che tanta importanza ebbe negli sviluppi degli assetti di potere interni alla classe dominante italiana.

Lo sdoganamento, allora si chiamò così, operato da Berlusconi nei confronti della destra “postfascista” che portò quest’ultima al governo nel 1994, non fece altro che rendere evidente quello che aveva caratterizzato i primi 48 anni di storia repubblicana: i fascisti erano riusciti a sopravvivere all’ombra del predominio politico democristiano nonostante fossero stati dalla parte degli sconfitti nella seconda guerra mondiale.

Questo apparente paradosso può stupire i politologi di formazione liberale o gramsciana (povero il nostro Gramsci, una volta morto a quali fini loschi hanno piegato la sua confusione teorica!), ma non sorprende affatto la nostra corrente che ha sempre visto nella vittoria del fronte antifascista nella seconda guerra mondiale la vittoria e l’affermazione definitiva del fascismo come metodo si assoggettamento della classe lavoratrice al capitale per mezzo della sovrastruttura statale corporativa.

Per la Sinistra fu dunque sempre fascista anche la Repubblica fondata sulla Resistenza, con il suo occhiuto dispositivo poliziesco, con la disoccupazione di massa, gli operai e i braccianti costretti a vivere di espedienti, le sue galere colme, le sue stragi di scioperanti.

Ma soprattutto a caratterizzare questo stadio eminentemente democratico del fascismo è stato l’assoggettamento dei sindacati dei lavoratori allo Stato di classe capitalista. Un fatto questo che completò quel lavoro di distruzione del movimento operaio che oltre un secolo fa lo squadrismo fascista aveva inaugurato per mezzo della violenza nei confronti dei lavoratori. Con la Repubblica furono gli opportunisti dei falsi partiti operai, quello socialista e quello nazionalcomunista denominato PCI, a svolgere una funzione di essenziale appoggio all’opera di deprivare la classe proletaria di ogni elemento di indipendenza.

Arrivando alle vicende recenti guardiamo all’affermazione e presa della guida del governo da parte della leader più a destra dell’arco parlamentare italiano, alla quale non hanno nociuto le bravate giovanili, aspetti accessori e di nicchia dell’attuale bestia trionfante del fascismo politico, onnipresente nella vita politica e sociale italiana.

Non a caso il cambio di governo non appare così traumatico rispetto ai dicasteri che lo hanno preceduto. L’elemento di continuità non è obnubilato da certi dettagli su cui si è suscitato tanto clamore.
La parziale cancellazione del “reddito di cittadinanza” non può essere considerato un elemento di discontinuità se è tipico dei governi di ogni colore, anche se con una netta prevalenza della “sinistra”, togliere ai lavoratori quel poco che in precedenza si era elargito allo scopo di mantenere la pace sociale.

La baruffa fra studenti davanti a un liceo di Firenze ha suscitato un’ondata di proteste. Una preside ha scritto una lettera sull’accaduto colma di invocazioni ai valori della democrazia e dell’antifascismo, ne è seguito un intervento del ministro della “Istruzione e del Merito”, quello che ha spiegato la caduta dell’Impero romano per l’afflusso di migranti, dai toni indisponenti ad agitare gli animi. Un vento di polemiche, verbali, ha attraversato media e social media e sono sfociate in una nutrita manifestazione fiorentina sotto il trito slogan “siamo tutti antifascisti” accomunante tutte le sfumature sinistrorse con molti rappresentanti delle istituzioni.

Nel frattempo una parrocchia politica ha un nuovo segretario designato da elezioni primarie. Ella è il non plus ultra della modernità e del perbenismo progressista borghese, di ampie vedute, liberal, all’americana.

Una delle sue prime uscite è stato un duello parlamentare con la premier Giorgia Meloni sul tema del salario minimo (il Pd cioè “riscopre” i lavoratori dopo averli massacrati col Jobs Act). Per la nuova leader del PD lo “sfruttamento” sarebbe quella condizione che interviene quando un lavoratore non riceve un salario adeguato. Il diavolo alle volte è nei dettagli, questa volta in una grossolana mistificazione. Per il socialismo scientifico, che evidentemente la Schlein ignora che esista, lo sfruttamento corrisponde all’estorsione del plusvalore e nel capitalismo non può esistere un salario che eviti al proletario di essere sfruttato. Quale imprenditore assumerebbe mai un operaio se nel processo produttivo non fosse possibile estorcergli plusvalore?

Per eliminare lo “sfruttamento” è necessario abolire il lavoro a salario. Per questo rifiutiamo insieme col fascismo la ancora più insidiosa trappola dell’antifascismo. Il futuro dei proletari è soltanto nel rovesciamento del regime del capitale, giunto ormai ovunque alla fase imperialista e fascista, soprattutto quando viene benedetto dai sacerdoti della democrazia.