La genesi del capitalismo e dell’imperialismo, e le sue ripercussioni sull’evoluzione dell’Indonesia Pt.1
Categorie: Indonesia
Questo articolo è stato pubblicato in:
Il bagno di sangue proletario da cui esce, o meglio è ancora sprofondata l’Indonesia, è l’ultimo anello di una tragica catena che ci proponiamo qui di documentare, ad illustrazione della pirateria capitalistica e a riconferma del programma rivoluzionario marxista.
Il vastissimo arcipelago che forma l’attuale Indonesia (3.000 isole, di cui solo 1.000 abitate) appare dal punto di vista del clima, della fauna, della flora uno di quegli eldoradi naturali donati dagli dei alla felicità dell’uomo. Su 1.900.000 km² da Sabang a nord di Sumatra fino a Merauke nella Nuova Guinea Occidentale vivono 82.500.000 abitanti, alla densità media di 44 abitanti per km² (cifre del 1958). La temperatura è costante e uniforme (26,2° a Pontianak a nord-ovest di Kalimantan e a Kupang nell’isola di Timor; a Djakarta 26,4° in maggio e 25,5° in gennaio), e ancor oggi il 70% della superficie delle isole orientali è ricoperto di foreste (l’80% a Kalimantan, il 60% a Sumatra, il 25% a Giava).
Ma già le cifre che forniscono la densità della popolazione offrono un’idea degli sconvolgimenti storici cui sono soggiaciute le popolazioni delle “isole felici”. Se la densità media è di 44 ab. per km², essa tocca gli 80 nelle Molucche, i 65 nelle isole della Sonda, i 30 a Sulawesi (o Celebes), i 25 a Sumatra, i 7 nel Kalimantan (o Borneo). A Giava si concentrano circa i due terzi della popolazione, con una densità di 410 ab. per km².
Molte cose sono cambiate, certo, per gli abitanti delle “isole felici”, dal periodo in cui su di esse dominava il dispotismo asiatico del regno di Srivijaya, fondato sulle comunità di villaggio fino a quando fu loro imposto, attraverso alterne vicende, infami, sanguinose e feroci, il sistema coloniale, «il dio straniero che salì sull’altare accanto ai vecchi idoli dell’Europa e che un bel giorno con una spinta improvvisa li fece ruzzolar via tutti insieme e proclamò che fare del plusvalore era il fine ultimo e unico dell’umanità» (Karl Marx, Il Capitale, Libro 1, Sez. VII, Capitolo 24).
I
L’Indonesia precoloniale
Tralasciando le congetture intorno all’antichissima permanenza della specie umana nelle isole dell’arcipelago indonesiano (nel 1891 fu scoperto nella pianura di Trinil, a nord-est di Sumatra, il famoso Pitecantropo, un altro venne ritrovato a Giava), soffermiamoci sul periodo che va dal X al XIII secolo, che vide il fiorire del regno di Srivijaya, espressione del dispotismo asiatico e basato sulla tipica comunità di villaggio (dessa) sopravvissuta fino alla fine dell’800. Vedremo poi attraverso quali infamie, con quali metodi feroci, i cristiani colonizzatori, portoghesi, francesi, inglesi, olandesi, riuscirono nel corso di quattro secoli ad inculcare ai contadini delle “isole felici” il principio “naturale” della proprietà privata, obbligandoli col saccheggio, la rapina, il massacro, ad abbandonare il sistema tradizionale della comunità di villaggio.
Con la caduta del Regno di Srivijaya, e al sorgere nel XII sec. dell’impero navale costituito dal Regno di Modjopahit, si giunge alla penetrazione dell’Islam nelle isole dell’arcipelago indonesiano. A differenza di quanto avvenne altrove, ad esempio in India, la diffusione dell’islamismo fu rapida e sicura, così che oggi l’88% della popolazione indonesiana è di religione musulmana. Sul piano sociale interno, la nuova religione portò alla scomparsa del sistema delle caste.
A metà del secolo XIII si costituiscono nel nord di Sumatra i primi Stati musulmani. Quando nel 1511 i portoghesi faranno la loro comparsa in queste regioni si troveranno di fronte tre potenti regni musulmani: il sultanato di Atjeh (Sumatra), di Demak (est di Giava), di Ternate (nelle Molucche). Interessante è che le cronache riferiscano come nel 1414 fosse principe di Malacca un musulmano, Mohammed Iskandar Shah: interessante perché la Malacca rappresentava la possibilità di controllare il commercio delle spezie dalle isole dell’est all’India.In realtà, portatori dell’islamismo in Indonesia furono i pirati e i mercanti arabi, persiani e indiani del Sind e del Gujarat. Scopo unico dei regni musulmani di Malacca, di Atjeh, di Demak, di Ternate era difendere il monopolio del commercio delle spezie. Per dare un’idea dei profitti assicurati da tale monopolio ricordiamo che ad esempio il prezzo dei chiodi di garofano (diffuso soprattutto nelle Molucche, a Ternate, Tidore, Halmahera) raddoppiava nel solo viaggio dalle Molucche alla Malacca, e subiva un ulteriore aumento dalla Malacca all’Europa.
L’impero commerciale portoghese – Aurora dell’era della produzione capitalistica
Lo svolgimento dell’artigiano in capitalista industriale, nell’Europa del XV secolo, rappresentava un processo troppo lento di fronte alle esigenze commerciali create dal mercato mondiale, allora in via di formazione. Esso procedeva, come scrive Marx nel capitolo citato del Capitale, “a passo di lumaca”; la società feudale nelle campagne, corporativa nelle città, costituivano i suoi limiti. Gli stessi limiti incontravano al loro sviluppo le due forme del capitale che il Medioevo aveva ereditato conservandole da precedenti formazioni economiche: il capitale usurario e il capitale commerciale. Tali barriere dovevano essere spezzate, e lo furono, «con la violenza… levatrice di ogni vecchia società, gravida di una nuova, essa stessa una potenza economica» (Marx, Il Capitale, Libro I, Capitolo 24). «La scoperta delle terre aurifere e argentifere in America, lo sterminio e la riduzione in schiavitù della popolazione aborigena, seppellita nelle miniere, l’incipiente conquista e il saccheggio delle Indie Orientali, la trasformazione dell’Africa in una riserva di caccia commerciale delle pelli nere, sono i segni che contraddistinguono l’aurora dell’era della produzione capitalistica».
Tali le parole di Marx intorno alla «incipiente conquista e saccheggio delle Indie Orientali» realizzati nel corso del XVI secolo dai navigatori portoghesi. Esso segna l’aurora dell’era della produzione capitalistica. Albuquerque, l’avventuriero portoghese conquistatore di Goa nel 1510, occupa nel 1511 la Malacca, impiegando la più brutale violenza contro le popolazioni locali, e invia Francesco Serao nelle Molucche, centro della produzione dei chiodi di garofano. Queste isole avevano già attirato l’attenzione degli spagnoli (nel 1521 vi era approdato Magellano favorevolmente accolto dal sultano di Tidore), i quali le abbandonarono nel 1529.
Nonostante la violenza cui i portoghesi ricorsero nella politica di espansione commerciale (nel 1550 il governatore portoghese fece assassinare il sultano di Ternate, provocando una insurrezione) i metodi da essi impiegati per assicurarsi il monopolio del commercio delle spezie consistevano essenzialmente in una serie di accordi con i regni mussulmani dell’arcipelago. Nel 1521 venne creato un banco portoghese a Ternate; in seguito stipularono compromessi con il sultano di Atjeh per il pepe, e contratti commerciali nelle Molucche con il sultano di Ternate. A questi metodi, si accompagnavano quelli violenti dell’annessione. Timor fu occupata, così a Giava, gli Stati di Gresik, Panarukan e Cheribon (oggi Cirebon). La concorrenza degli altri Stati commerciali europei (gli Spagnoli occuparono le Filippine e fondarono Manila nel 1517, gli inglesi giunsero con Drake a Ternate e ripartivano con ingenti carichi), fece salire enormemente il prezzo delle spezie. Secondo Jean Bruhat, Histoire de l’Indonésie (Presses Universitaires de France, 1958) il prezzo delle spezie sarebbe addirittura triplicato dopo l’arrivo dei portoghesi. Giganteschi profitti furono dunque accumulati nel periodo che corrisponde alla formazione dell’impero commerciale portoghese, grazie al monopolio del commercio delle spezie imposto con la violenza nelle Indie Orientali, e tali profitti si riversarono in Europa, favorendo la genesi del capitale industriale.
Da un lato, il capitale usurario e commerciale europeo aveva trovato, al di fuori degli impacci costituiti dalla costituzione feudale delle campagne e dalla costituzione corporativa delle città, libero campo d’impiego nelle Indie Occidentali: la ferocia dei metodi da esso impiegati apparirà idilliaca, quando la paragoneremo a quella caratteristica del sistema coloniale corrispondente al periodo della manifattura e della grande industria.
Dall’altro lato, i profitti accumulati attraverso il monopolio del commercio delle spezie, riversandosi in Europa passando da Spagna e Portogallo ad Olanda, permetteranno il sorgere delle prime manifatture e del capitale industriale. Scrive Marx, nel citato Capitolo 24 del Capitale: «Con i debiti pubblici è sorto un sistema di credito internazionale che spesso nasconde una delle fonti dell’accumulazione originaria di questo o di quel popolo. Così le bassezze del sistema di rapina veneziano sono ancora uno di tali fondamenti arcani della ricchezza di capitali dell’Olanda, alla quale Venezia in decadenza prestò forti somme di denaro. Altrettanto avviene fra l’Olanda e l’Inghilterra».
Segnando l’aurora dell’era della produzione capitalistica, l’impero commerciale portoghese delle Indie Orientali ne inaugura anche i metodi economici, così come l’alba annuncia i raggi del sole: risulta infatti che i commercianti portoghesi, non paghi del risultato ottenuto facendo triplicare il prezzo delle spezie, quando la produzione locale superava le possibilità di trasporto e le richieste del mercato distruggevano i surplus sul luogo onde evitare una caduta di prezzi. A ragione Camõens poté cantare «il pepe ardente, il fiore essiccato di Banda, la noce moscata e il nero garofano che illustrano la novella isola Molucca». Il “pepe ardente”, in realtà, i commercianti portoghesi lo ardevano quando la sovrapproduzione ne minacciava i prezzi, illuminando con queste e altre fiamme la “novella isola” Molucca.