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La genesi del capitalismo e dell’imperialismo, e le sue ripercussioni sull’evoluzione dell’Indonesia Pt.3

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Seconda fase del sistema coloniale olandese: L’intermezzo “giacobino” e l’era della grande industria

La guerra commerciale fra le nazioni europee con l’orbe terracqueo come teatro, che secondo le parole di Marx segue a ruota i momenti fondamentali dell’accumulazione originaria e che si apre con la secessione dei Paesi Bassi dalla Spagna, assume, sempre secondo le citate parole di Marx, proporzioni gigantesche nella guerra antigiacobina dell’Inghilterra.

Prima di occuparci di essa e delle sue conseguenze sull’evoluzione del sistema coloniale olandese nella fase di transizione dalla manifattura alla grande industria, riteniamo interessante accennare a un episodio marginale della guerra commerciale permanente che accompagna la genesi del capitale: la guerra fra Olanda e Inghilterra (1780-84) che portò all’occupazione di Penang (George Town) da parte degli inglesi. È interessante, perché si innesta alla guerra d’indipendenza americana. Accanto agli eserciti di Washington e di Horatio Gates scendono in campo contro l’Inghilterra non solo la Francia (1778), non solo la Spagna l’anno successivo, ma anche l’Olanda (1780). Scopo dell’intervento antinglese era da parte di Spagna e Olanda un ridimensionamento dell’impero coloniale inglese: con la pace di Versailles (3 settembre 1783), infatti, non solo le tredici colonie americane videro riconosciuta la propria indipendenza, ma l’Inghilterra dovette cedere alla Francia il Senegal e parecchie isole delle Antille, e la Spagna ottenne la Florida e Minorca; quanto all’Olanda, essa cedette alla Inghilterra Penang, come abbiamo ricordato.

Tali le origini “anticoloniali” degli Stati Uniti d’America, i quali riuscirono a strappare l’indipendenza all’Inghilterra solo grazie a un episodio della guerra commerciale fra nazioni europee per la spartizione del bottino coloniale. Il colonialismo è la serra in cui è sbocciato il capitalismo, né il capitalismo americano costituisce un’eccezione: sorto approfittando di un episodio della guerra commerciale di Spagna Francia Olanda contro l’Inghilterra, sviluppatosi attraverso il massacro delle popolazioni aborigene e la semicolonizzazione dell’America del Sud, oggi, nell’epoca in cui il capitalismo ha raggiunto la fase imperialista, esso estende il suo potere in Africa, in Asia, in America Latina, superando in ferocia e in infamia i peggiori metodi impiegati dai sistemi coloniali del passato. Le sue mani rapaci si stendono oggi anche sull’Indonesia, come vedremo alla fine di questo studio. E, dopo tutto ciò, i falsi “comunisti” del Cremlino e i quaccheri di tutto il mondo hanno l’impudenza di fingere di piangere sulle sorti della “democrazia” americana compromessa nella guerra del Vietnam!

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Dopo questa, che non è una digressione ma una anticipazione, si tratta ora di vedere quali furono le ripercussioni della guerra antigiacobina dell’Inghilterra sull’evoluzione del sistema coloniale olandese. La Repubblica Batava, sorta in seguito alla Rivoluzione francese, sigla nel 1795 un trattato di alleanza con la Francia, mentre da Londra Guglielmo V di Orange-Nassau  invita i governatori della Compagnia ad accogliere come amici gli inglesi. Gli amministratori coloniali da parte loro decidono di rimanere fedeli al nuovo governo. Il 1° maggio 1796 la vecchia Compagnia muore, e si forma un Comitato per gli Affari Orientali. In realtà, né la borghesia olandese né gli amministratori della defunta Compagnia avevano nulla da temere dal nuovo governo della Repubblica Batava.

Basti citare, a questo proposito, due passi di una Dichiarazione del nuovo governo del 27 aprile 1799, intorno alla questione dell’abolizione della schiavitù:

«Non è necessario applicare i principi di libertà e di uguaglianza nei possedimenti delle Indie fino a quando esse si troveranno nel necessario stato di soggezione (…) Non sarà possibile abolire la schiavitù fino a quando un ordine più elevato di generale civiltà permetta il miglioramento della sorte degli schiavi con la cooperazione di tutte le nazioni europee che hanno domini oltremare» (Jean Bruhat).

In tutti questi anni, naturalmente, la guerra antigiacobina dell’Inghilterra, espressione gigantesca della guerra commerciale delle nazioni europee per la spartizione del bottino coloniale, prosegue, e nelle Indie Orientali si esprime in una guerra permanente fra inglesi e franco-olandesi. Dal 1808 al 1810 i francesi sono padroni delle Indie Orientali; l’8 agosto 1811 Batavia è occupata dagli inglesi, e la sorte delle colonie olandesi cade nelle mani di quel sir Thomas Stamford Raffles ricordato da Marx. Nel 1814 l’Inghilterra restituisce all’Olanda le sue colonie: Raffles si oppone al “tradimento” e resiste: il 29 gennaio 1819, su un’isola “comperata” dal sultano di Johor, fonda Singapore, scalo obbligato del commercio attraverso lo stretto di Malacca. Infine, in seguito al trattato di Londra del 17 marzo 1821, gli inglesi conservano Singapore e le Indie Orientali rimangono agli olandesi.

Ricordata così la cronaca della guerra commerciale antigiacobina dell’Inghilterra nelle sue ripercussioni sull’arcipelago indonesiano, è indispensabile soffermarci sul periodo in cui l’Indonesia venne occupata dai francesi (1808-10), perchè segna il passaggio dalla prima fase del sistema coloniale corrispondente al periodo della manifattura, caratterizzato dal saccheggio, l’asservimento, la rapina e l’assassinio, alla seconda fase, corrispondente all’epoca della grande industria, nella quale il saccheggio, l’asservimento e la rapina si “perfezionano“, si sistematizzano, divengono legali, e legalizzandosi superano se stessi nella ferocia e nell’infamia. È molto interessante il fatto che il “perfezionamento” del sistema coloniale olandese avvenga nel periodo della occupazione francese, e sia il risultato dell’opera del “giacobino” Daendels, “pellegrino della libertà“ rifugiatosi dall’Olanda in Francia durante gli anni turbinosi della Rivoluzione, ritornato in Olanda con il costituirsi della Repubblica Batava, e divenuto infine governatore d’Indonesia dal 1808 al 1810, anni nei quali poté mettere in pratica “gli stessi principi”: molto interessante, perché caratterizza fin dall’inizio, bollandolo con un marchio d’infamia, l’“anticolonialismo” della piccola borghesia francese. Questa, del resto, dal 1808 in poi ha potuto illustrare attraverso ben altre prove e, per così dire, in grande, dall’Indocina al Madagascar all’Algeria, nel corso di un secolo e mezzo, gli “eterni principi” sui quali si fonda il suo anticolonialismo.

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Durante il governatorato di Daendels, il processo che porta alla perdita di ogni autonomia dei principi indigeni continua. Caratteristiche sono le innovazioni introdotte nel campo delle colture di esportazione. Abbiamo visto come all’epoca del monopolio della Compagnia tutto si riducesse al fatto che questa aveva il diritto esclusivo di fissare la natura e l’estensione delle piantagioni, e di comperarne i prodotti. Daendels perfeziona il vecchio sistema, lo legalizza, e lo rende più feroce. Si stabilisce cioè per legge che ogni villaggio deve piantare, ad esempio, un determinato numero di piante di caffè: dopo 5 anni, i 2/5 del raccolto vanno gratuitamente allo Stato, mentre la parte restante è comperata monopolisticamente dallo Stato a prezzi correnti. Anche il sistema schiavistico-feudale del lavoro forzato, praticato illegalmente all’epoca del dominio della Compagnia, viene da Daendels legalizzato con l’introduzione del sistema delle corvées. A questo proposito scrive:

«Il solo mezzo di percepire tasse dai contadini è il sistema della corvée» (Jean Bruhat). Il periodo della dominazione francese segna anche l’inizio della colonizzazione privata, attraverso la vendita di grandi estensioni di terreno a ovest e ad est di Batavia, con libertà totale da parte dei proprietari di sfruttare i contadini. Scrive sempre Daendels: «La protezione dei lavoratori non serve che a incoraggiarli nella loro naturale pigrizia, mentre scoraggerebbe i piantatori occidentali». Certo, non era facile convincere i contadini delle Indie Orientali, legati al sistema della comunità di villaggio, e quindi non ancora separati dalle condizioni naturali del loro lavoro, cioè dai mezzi di produzione e di sussistenza, non ancora resi “liberi” secondo gli “eterni principi”, a vendere “liberamente”, in seguito a “libero” contratto, la propria forza-lavoro come una merce, al fine di produrre plusvalore nelle piantagioni.

Un tale risultato, una tale «opera d’arte della storia moderna», aveva richiesto per potersi realizzare in Europa ben tre secoli di saccheggio, di asservimento, di rapina, di assassinio nelle Indie Orientali e nelle colonie. Perché ora potesse essere imposto alle popolazioni dell’arcipelago indonesiano si rendeva necessaria l’applicazione legale degli stessi metodi feroci che avevano contraddistinto l’accumulazione originaria del capitale in Europa, ad esempio, in Inghilterra.

Scrive Marx nel Capitolo conclusivo del Capitale intitolato “La teoria moderna della colonizzazione”: «Nell’Europa occidentale, patria dell’economia politica, il processo dell’accumulazione originaria è più o meno compiuto. Quivi il regime capitalistico o si è assoggettata tutta la produzione nazionale, o, dove le condizioni economiche sono ancora meno sviluppate, controlla per lo meno indirettamente gli strati della società che continuano a vegetare in decadenza accanto ad esso e che fanno parte del modo di produzione antiquato (…)

«Nelle colonie le cose vanno altrimenti. Quivi il regime capitalistico s’imbatte dappertutto nell’ostacolo costituito dal produttore che come proprietario delle proprie condizioni di lavoro arricchisce col proprio lavoro sé stesso e non il capitalista. La contraddizione fra questi due sistemi economici diametralmente opposti si attua qui praticamente nella loro lotta. Dove il capitalista ha alle spalle la potenza della madrepatria, cerca con la forza di far piazza pulita del modo di produzione e di appropriazione fondato sul proprio lavoro. Quello stesso interesse che nella madre patria induce quel sicofante del capitale che è l’economista politico a dichiarare in teoria che il modo di produzione capitalistico spinge l’economista “to make a clean breast of it” o proclamare ad alta voce l’antitesi dei due modi produzione. A questo scopo egli dimostra come lo sviluppo della forza produttiva sociale del lavoro, la cooperazione, la divisione del lavoro, l’impiego delle macchine in grande, ecc., sono impossibili senza l’espropriazione dei lavoratori e senza la corrispondente trasformazione dei loro mezzi di produzione in capitale. E nell’interesse della cosiddetta ricchezza nazionale l’economista cerca mezzi artificiali per produrre la povertà popolare (…) Come il sistema protezionistico alle origini tendeva alla fabbricazione di capitalisti nella madrepatria, così la teoria della colonizzazione del Wakefield, che per un certo tempo l’Inghilterra ha cercato di mettere in atto per legge, si pone come scopo la fabbricazione di salariati nelle colonie. Egli chiama ciò “systematic colonization”.

«Dunque, finchè il lavoratore può accumulare per sé stesso – e lo può finchè rimane proprietario dei suoi mezzi di produzione – sono impossibili l’accumulazione capitalistica e il modo di produzione capitalistico (…) Poiché nelle colonie non esiste ancora, o esiste solo sporadicamente, o solo in un ambito troppo limitato, il distacco fra il lavoratore e le condizioni di lavoro e la radice di questo, il suolo, e non esiste ancora neppure la separazione dell’agricoltura dall’industria, la distruzione dell’industria domestica rurale, da dove dovrebbe venire, allora, il mercato interno per il capitale? (…)

«Da una parte il vecchio mondo getta in continuazione nelle colonie capitale voglioso di sfruttamento; dall’altra la riproduzione regolare dell’operaio salariato come operaio salariato s’imbatte in ostacoli notevoli e in parte insuperabili (…) Non c’è da meravigliarsi che il Wakefield si lamenti della mancanza del rapporto di dipendenza e del senso di dipendenza negli operai salariati delle colonie. Il suo discepolo Merivale dice che (…) in paesi di vecchia civiltà l’operaio, benché libero, dipende per legge di natura dal capitalista, nelle colonie questa dipendenza deve essere creata con mezzi artificiali».

Le colonie di cui parla Marx nella pagina citata del Capitale sono, come chiarisce nella nota, «terra vergine che viene colonizzata da liberi immigrati»; si tratta della nuova frontiera che si apriva agli immigrati europei negli Stati Uniti d’America intorno al 1840.

Qui il modo di produzione e di appropriazione fondato sul proprio lavoro, caratteristico del libero colono americano, si opponeva all’instaurazione del modo di produzione capitalistico, fondato sull’espropriazione dei lavoratori e sulla trasformazione dei loro mezzi di produzione in capitale. Nell’arcipelago indonesiano, l’ostacolo che il capitale trova nella propria diffusione è lo stesso: il produttore che come proprietario delle proprie condizioni di lavoro arricchisce col proprio lavoro sé stesso e non il capitalista. Soltanto, tale ostacolo assume nelle Indie Orientali la forma della comunità di villaggio, sopravvivenza del modo asiatico di produzione. In tale forma è anche peculiare l’unione dell’agricoltura con l’industria domestica all’interno della comunità di villaggio, come nell’azienda del libero colono americano, e il primo obiettivo del capitale è anche qui la separazione dell’agricoltura dall’industria, la distruzione dell’industria domestica rurale, per la creazione del mercato interno.

La “systematic colonization” corrispondente al periodo della grande industria persegue dunque il risultato di fabbricare salariati nelle colonie, di creare con mezzi artificiali la riproduzione regolare dell’operaio salariato come operaio salariato. Citiamo ancora una volta le parole di Marx: «La contraddizione fra questi due sistemi economici diametralmente opposti si attua qui praticamente nella loro lotta». Tale lotta, nel corso della quale i capitalisti olandesi, sorretti alle spalle dalla potenza della madrepatria, fecero con la forza piazza pulita del modo di produzione e di appropriazione fondata sul proprio lavoro, ha nelle Indie Orientali il suo preludio con il sistema delle corvées inaugurato dal “giacobino” Daendels, e raggiunge il culmine negli anni dal 1825 al 1870 con il sistema Van den Bosch, di cui ora ci occuperemo.