La genesi del capitalismo e dell’imperialismo, e le sue ripercussioni sull’evoluzione dell’Indonesia Pt.4
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Il sistema Van den Bosch
Due fatti storici di rilevante importanza segnano l’inizio del sistema Van den Bosch nelle Indie Orientali, che definiamo anticipatamente come sistema della organizzazione schiavistico-feudale delle colture coloniali di esportazione al fine di pervenire all’espropriazione violenta dei contadini e alla fabbricazione artificiale di salariati: essi sono la grande insurrezione di Dipa Negara nel 1825, e la rivoluzione belga del 1830.
Con la ferocissima repressione della rivolta capeggiata da Dipa Negara, principe di Yogyakarta, e protrattasi per cinque anni, dal 1825 al 1830, che costò alle truppe coloniali 15.000 morti e 200.000 vittime fra la popolazione, la “systematic colonization” caratteristica del periodo della grande industria sancì il principio dell’annessione violenta e della distruzione di ogni autonomia locale: in questo modo, la fase capitalistica caratteristica del periodo della grande industria precorre direttamente, per i metodi impiegati nelle colonie, la successiva fase imperialista, e la fase attuale che i sicofanti del capitale chiamano della “decolonizzazione” e che noi, marxisti rivoluzionari, definiamo fase della ripartizione imperialistica del mondo succeduta alla seconda guerra mondiale.
Altre feroci repressioni, che rivestono lo stesso significato della guerra contro Dipa Negara, si susseguiranno per tutto l’Ottocento fino all’inizio del nostro secolo: così la distruzione del sultanato di Atjeh, a nord di Sumatra, che controllava le vie commerciali, realizzato attraverso un accordo anglo-olandese in base al quale l’Olanda riconosceva il dominio inglese su Malacca e Singapore e l’Inghilterra dava mano libera all’Olanda nell’occupazione del nord di Sumatra; distruzione portata a termine nel corso di una guerra protrattasi dal 1871 al 1908; così i massacri di Bali avvenuti nel 1906, ecc.
L’altro fatto storico che inaugura e accompagna l’instaurazione del sistema Van den Bosch nelle Indie Orientali è rappresentato, come dicevamo, dalla rivoluzione belga del 1830, che gli storici accademici definiscono rivoluzione “liberale”: “libertà” per il capitale nella madrepatria, “libertà” della corvée nelle colonie, tale il significato della rivoluzione “liberale” del 1830.
Marx, nel capitolo VIII del Primo Libro del Capitale, “La giornata lavorativa”, Paragrafo 2°, “La voracità di pluslavoro. Fabbricante e boiardo”), stabilendo un confronto «fra la voracità di pluslavoro nei principati danubiani con la stessa voracità nelle fabbriche inglesi» dopo aver ricordato che nelle province rumene «il modo di produzione originario era fondato sulla proprietà comune», scrive: «Nel corso del tempo dignitari militari ed ecclesiastici usurparono tanto la proprietà comune che i servizi che per essa si solevano fare (…) Così si svilupparono contemporaneamente anche rapporti di servitù, ma di fatto e non di diritto, finché la Russia liberatrice del mondo elevò la servitù della gleba a legge, con il pretesto di abolirla. Il codice della corvée, proclamato dal generale russo Pavel Dmitrievič Kiselëv nel 1831, era stato dettato, naturalmente, dagli stessi boiardi. Così la Russia, con un colpo solo, conquistò i magnati dei principati danubiani e i battimani dei cretini liberali di tutta Europa».
Allo stesso modo, la rivoluzione belga del 1830, che in seguito all’intesa liberale franco-inglese portò alla separazione del Belgio dall’Olanda e all’abdicazione dell’“autocratico” Guglielmo I, accompagnò nelle Indie orientali il fiorire del sistema Van den Bosch e la legalizzazione della corvée in una misura ben superiore a quella codificata nel codice della corvée del generale Kiselëv: il tutto, naturalmente, fra i battimani dei cretini liberali di tutta Europa.
Vediamo ora quali novità caratterizzano il sistema Van den Bosch nei confronti del sistema del suo predecessore il “giacobino” Daendels. Durante il governatorato di quest’ultimo si era stabilito che ogni villaggio doveva versare i 2/5 del raccolto allo Stato: una specie di rendita in natura. Con il sistema Van den Bosch, ogni villaggio doveva abbandonare 1/5 delle sue terre allo Stato, e ogni uomo adulto fornire su di esse 1/5 del suo lavoro (dai 60 ai 70 giorni di corvée all’anno): i prodotti così ottenuti, prodotti di esportazione, passavano alla Compagnia di Commercio che li rivendeva ad Amsterdam e a Rotterdam. Dunque espropriazione dei contadini e iniziale distruzione della proprietà comune di villaggio (1/5 delle terre passano allo Stato), e legalizzazione della corvée.
Ma questa era solo la facciata legale del sistema Van den Bosch. In questo periodo, infatti, compaiono dei “contractors” (società olandesi e cinesi) che si impadroniscono di un’altra parte delle terre appartenenti alla comunità di villaggio e costringono a lavorare su di esse i contadini. Da un quinto delle terre appropriate dal Governo e dai piantatori privati, si passa a un terzo, poi alla metà: i giorni di corvée imposti al contadino erano legalmente 60-70 all’anno, ma divengono 90, e addirittura 240. A ciò si aggiungono altre corvées: trasporto dei prodotti nei magazzini, costruzione di strade, di porti, di fortificazioni: risultato, altissima mortalità. I contadini non dispongono ormai che di un giorno o due liberi per settimana, e malgrado ciò si continua a prelevare su di loro l’imposta fondiaria! Il sistema amministrativo di questo periodo corrisponde alle misure economiche volte all’estirpazione della proprietà comune e alla fabbricazione artificiale di salariati di cui abbiamo parlato.
Tutto il territorio viene diviso in province: in ognuna di esse un residente europeo, coadiuvato da un residente aggiunto, da un segretario e da un controllore, svolge la funzione di imporre il sistema delle colture obbligatorie e delle corvées. Ogni provincia ha un reggente indigeno, a cui è affidato il ruolo di intermediario fra il governo e la popolazione. Ogni reggenza è divisa in distretti che dipendono da un altro capo indigeno (il wedono). L’unità di base rimane il villaggio comunitario (dessa): il suo capo viene eletto dalla popolazione, ma è necessaria la ratifica del governo di Batavia. Il periodo compreso fra il 1824 e il 1870, cioè fra il trattato di Londra, che segnò la restituzione delle Indie Orientali all’Olanda, e la legge agraria di cui fra poco ci occuperemo, vede dunque la distruzione della comunità di villaggio, la soppressione della proprietà comune del suolo e dell’unione dell’agricoltura con l’industria domestica, l’introduzione violenta della proprietà privata e la separazione violenta del lavoratore dalle condizioni del proprio lavoro. Abbiamo visto quali metodi furono necessari per raggiungere tali risultati.
Assolta la sua funzione, il sistema Van den Bosch quindi doveva essere abbandonato. Alla fine di questo periodo “l’opinione pubblica” olandese incomincia a criticare il sistema in atto nelle Indie Orientali. Ora che il sistema delle corvées aveva raggiunto il suo scopo – fabbricare salariati con la forza – la piccola borghesia poteva divenire anticolonialista, accontentandosi per il momento di chiedere l’abbandono dei metodi più incivili nelle colonie fin quando ormai non servivano più. Il 1° gennaio 1860 viene ufficialmente abrogata la schiavitù. Il sistema delle colture imposte dallo Stato è via via abolito nella seguente progressione: 1863: garofano e noce moscata; 1865: indaco, tè, cannella; 1866: tabacco; 1878-91: zucchero; 1918: caffè.
Per quanto riguarda i riflessi del sistema Van den Bosch sulla economia indonesiana, è evidente che l’imposizione delle colture obbligatorie per l’esportazione, e la distruzione dell’economia basata sulle comunità di villaggio, non potevano non influire negativamente sull’alimentazione della popolazione. Anche se non possiamo fornire delle cifre sulla produzione di derrate alimentari in questo periodo, possiamo ricordare che dal 1844 al 1860 vi furono carestie nella regione di Cheribon e nel centro di Giava.
Nel campo delle colture coloniali si verifica in questi anni una stagnazione delle colture tradizionali come il pepe e la cannella; uno sviluppo continuo della produzione del caffè e della canna da zucchero; l’ascesa delle piantagioni di indaco che raggiungono il terzo posto tra il 1840 e il 1863; lo sviluppo della coltura del tabacco; l’introduzione della coltura del tè. Il caffè, la canna da zucchero, l’indaco occupano rispettivamente il primo, il secondo e il terzo posto nell’economia coloniale indonesiana di questo periodo. Fra il 1830 e il 1840 Amsterdam diviene il principale mercato del caffè e della canna da zucchero.
Per fornire un’idea dell’incidenza delle singole colture sui profitti ricavati in questo periodo, riportiamo alcune cifre date dal Bruhat. Negli anni 1830-77, su un guadagno coloniale di 600.000.000 di fiorini, il caffè ha una incidenza che tocca i 4/5: negli anni 1840-64 il caffè fornisce un utile di 374.180.000 fiorini, lo zucchero di 60.743.000, l’indaco di 32.815.000. La dipendenza dei profitti coloniali dalle oscillazioni dei prezzi sul mercato mondiale si riflette nelle cifre seguenti: nei soli quattro anni 1860-64 i guadagni realizzati su caffè, zucchero, indaco, tè, tabacco, raggiungono 160.620.000 fiorini, di cui 126.158.000 solo sul caffè; nel 1848 lo Stato olandese vende un picul (60 kg) di caffè a 13,30 fiorini, con un profitto di 3,71 fiorini, mentre nel 1858 il picul di caffè è venduto a 81 fiorini e il profitto raggiunge i 27,75 fiorini. In conclusione, il sistema Van den Bosch, che corrisponde alla fase della grande industria per il capitalismo europeo, segna la distruzione della proprietà comune del suolo nelle Indie Orientali e crea le condizioni per la diffusione in esse del modo capitalistico di produzione.