Partito Comunista Internazionale

La genesi del capitalismo e dell’imperialismo, e le sue ripercussioni sull’evoluzione dell’Indonesia Pt.6

Categorie: Imperialism, Indonesia

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a) La definizione di Lenin dell’imperialismo

Lenin ricollega la sua analisi della fase imperialista del capitalismo strettamente al Capitale di Marx. Sulla base delle previsioni marxiste intorno alla crescente concentrazione e centralizzazione del capitale, sulla base dell’analisi marxista intorno alla scissione fra guadagno d’imprenditore e interesse, e alla conseguente autonomizzazione del capitale produttivo d’interesse nella forma del credito, autonomizzazione a cui si accompagnano tutti i fenomeni di parassitismo economico e di imputridimento sociale che diverranno evidenti negli anni immediatamente successivi, Lenin enuncia nel 1915 i cinque principali contrassegni della fase imperialista: «1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica; 2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria; 3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci; 4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo; 5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche».

Il significato generale, teorico e politico, dell’opera di Lenin sull’imperialismo è già stato ricostruito su queste pagine, ristabilendolo nella sua purezza, anzitutto di fronte alle spudorate falsificazioni staliniste e post staliniste, ed inquadrandolo nel compito politico che al nostro Partito cui spetta la denuncia delle manifestazioni macroscopiche dell’imperialismo attuale e la lotta contro le interpretazioni mistificanti che di esse la piccola borghesia mondiale offre al proletariato. Il nostro studio sull’evoluzione politica e sociale dell’Indonesia rientra in questo lavoro politico collettivo di Partito.

Nell’opera citata, Lenin colloca l’Olanda, nel periodo fra la fine dell’800 e gli inizi del 900, nella categoria degli Stati rentiers (Rentnerstaat): «Sartorius von Waltershausen nel suo libro su “II sistema economico del collocamento di capitali all’estero” considera l’Olanda come tipo di “Stato rentiers“».

Dunque agli inizi del secolo l’Olanda entra economicamente e socialmente nella fase imperialista, e il movimento politico e sociale indonesiano sarà da noi considerato da questo punto di vista. Sempre nella sua opera sull’imperialismo, Lenin fornisce un quadro dei «possedimenti coloniali delle grandi potenze, in milioni di chilometri quadrati e in milioni di abitanti», da cui risulta che le sei grandi potenze insieme (Inghilterra, Russia, Francia, Germania, Stati Uniti, Giappone) hanno nel 1914 un dominio coloniale che si estende su 65 milioni di chilometri quadrati e che comprende 523,4 milioni di abitanti, mentre i possedimenti coloniali degli altri Stati (Belgio, Olanda, ecc.) si estendono su 99 milioni di chilometri quadrati e comprendono 45.3 milioni di abitanti. Lenin commenta tali cifre: «Accanto ai possedimenti coloniali delle grandi potenze noi abbiamo messo le piccole colonie degli Stati minori, le quali formano l’oggetto più prossimo, per così dire, di una possibile e verosimile nuova “spartizione” delle colonie. Per la maggior parte questi Stati minori conservano le loro colonie soltanto grazie all’esistenza fra i grandi Stati di antagonismi e di attriti, che impediscono un accordo per la divisione del bottino».

Noi considereremo dunque dal punto di vista enunciato da Lenin le vicende politiche e sociali dell’Indonesia nel nostro secolo, dall’adattamento del dominio olandese alla nuova fase imperialista passando per l’intermezzo dell’occupazione giapponese e giungendo fino all’attuale periodo di sedicente indipendenza politica (in linguaggio marxista, di ripartizione politica del mondo fra le grandi potenze imperialiste seguita alla seconda guerra mondiale). Noi considereremo in Indonesia l’evoluzione di una piccola colonia di uno Stato minore, che forma l’oggetto di una possibile e verosimile nuova spartizione.

Uno dei fattori oggettivi preponderanti dell’influenza dell’imperialismo sull’economia indonesiana, è costituito, come vedremo, dalla scoperta del petrolio nelle Indie Olandesi, e dimostreremo come esso contribuisca all’affermarsi di quello che Lenin definisce quarto principale contrassegno dell’imperialismo: «il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo».

Infine, dimostreremo come tutta la storia politica dell’Indonesia in questo secolo, e in particolare nei suoi recentissimi e attuali sviluppi, che hanno gettato in una confusione ipocrita i sicofanti dell’opportunismo mondiale di marca russa e di marca cinese, trova la sua spiegazione alla luce del terzo contrassegno dell’imperialismo enunciato da Lenin: «la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci». L’esportazione di merci, nella fase imperialista del capitalismo, segue l’esportazione di capitale, accumulato in quelle metropoli imperialiste che oggi hanno nome Washington e Mosca, e questo capitale finanziario, esteriorizzazione massima dei rapporti capitalistici di produzione, espressione suprema della potenza dell’imperialismo mondiale, ripartisce il mondo in sfere d’influenza a suo piacimento, tirando e spezzando i fili di quelle marionette miserabili, sue proprie creature, il cui solo compito è stato finora quello di aggiogare il proletariato dei paesi coloniali e semicoloniali al carro del capitale: marionette che hanno nome Sukarno, Ben Bella, Nkrumah.

Contro di esse, contro i loro successori, contro gli “antimperialisti” piccoli borghesi di tutto il mondo, filorussi e filocinesi, dovrà levarsi in armi il proletariato supersfruttato delle colonie e semicolonie subordinando la sua lotta e la sua definitiva emancipazione sociale alla rivoluzione comunista del proletariato delle metropoli imperialiste. Per il raggiungimento di questo risultato politico di portata mondiale, che solo può liberare le contraddizioni esplosive dell’imperialismo mondiale portandole alla loro necessaria soluzione, lotta il PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE.

b) La legge agraria del 1870 – Definitiva distruzione della proprietà comune di villaggio

La legge agraria del 1870 presenta i seguenti caratteri essenziali.

1) Gli indigeni possono conservare legalmente le terre comunitarie, esse non possono essere vendute a non indigeni, ma affittate a non indigeni per un periodo di tempo massimo di 20 anni (periodo che corrisponde alla produzione della canna da zucchero, e favorisce quindi i piantatori di zucchero).

2) Le terre incolte divengono proprietà del governo. Ma la nozione di terra incolta è molto vaga dato il sistema del debbio (terra bruciata) per impiantare colture coloniali. Tali terre statali “incolte” possono essere date in affitto enfiteutico a olandesi, a società commerciali olandesi come indonesiane.

Si verifica un indebitamento dei contadini, e l’esodo di essi verso le piantagioni.

Al termine di questo processo, nel 1932, l’83% delle terre sono divenute, almeno a Giava, proprietà privata.

L’indebitamento del piccolo contadino privato sviluppatosi in seguito alla legge agraria, dipende dal fatto che esso lavora in gran parte per l’esportazione, e che l’oscillazione dei prezzi delle materie prime sul mercato mondiale lo colpisce assai più duramente dei grandi piantatori. Si verifica dunque, a partire della legge del 1870, un processo che vede l’aumento dei contadini senza terra, l’indebitamento del piccolo contadino per pagare le tasse e acquistare i beni di consumo indispensabili, e dunque la dipendenza del piccolo contadino dall’usuraio (che in Indonesia diviene il capo villaggio, il mercante cinese e olandese).

La modificazione nella struttura dei prodotti di esportazione, la distruzione della proprietà comune e l’introduzione della produzione capitalistica nell’agricoltura, facilitata dalla legge agraria del 1870, è accelerata dalla crisi del 1885 provocata dalle malattie che distruggono i raccolti di tè e caffè. (Caffè: esportazioni nel 1880, 59.888.000 fiorini, nel 1885, 29.708.000  fiorini; prezzo del caffè: 1877, 60 fiorini al picul, 1883, 35 fiorini; prezzo dello zucchero 1877, 19 fiorini, 1883, 13,5 fiorini, 1884, 9 fiorini). Per quanto riguarda i prodotti coloniali di esportazione, l’evoluzione si manifesta nelle cifre seguenti: nel 1870 il caffè e lo zucchero rappresentano il 75% del valore totale delle esportazioni, nel 1900 il 40%. Nel 1877 è introdotta la coltivazione dell’hevea (pianta del caucciù) e della palma da olio; dopo la prima guerra mondiale l’Indonesia diviene il secondo produttore mondiale di caucciù, e nel 1929 ne fornisce una produzione di 384.000 tonnellate su una produzione mondiale di 1.017.000 tonnellate. Nel 1938 la superficie dedicata alla produzione di palma da olio (elaeis) copre 84.000 ha.

La distruzione della proprietà comune, la dipendenza del contadino dall’usuraio, la formazione di masse di contadini senza terra, l’introduzione di nuove colture coloniali in rapporto alle esigenze del mercato mondiale nella fase imperialista (esempio precipuo il caucciù), si accompagnano alla formazione di grandi piantagioni capitalistiche che impiegano il lavoro di salariati. Ad esempio solo a Sumatra la Deli Maatschappij, creata nel 1869 per le piantagioni di tabacco, occupa nel 1920 più di 35.000 operai su ben 830 piantagioni.

Nel rapporto inviato al Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista, il delegato indonesiano Maring (pseudonimo del famoso Sneevliet) accenna ai caratteri da noi ricordati della colonizzazione in Indonesia, in particolare all’imposizione della monocoltura attraverso l’affitto forzato della terra da parte degli zuccherieri, alla distruzione della comunità di villaggio, e all’aggiogamento dell’aristocrazia al carro dei colonizzatori. Interessanti sono le informazioni che fornisce sulla situazione economica a Giava, in specie per quanto riguarda la condizione dei contadini. Secondo il Maring, su una popolazione di 50.000.000 di indigeni, 1 milione di cinesi, e circa 150.090 europei, i contadini sarebbero stati 24 milioni e i “proletari e intellettuali“ (intesi questi come gli indigeni che conoscono l’olandese e possono quindi svolgere compiti tecnici e organizzativi) 3-4 milioni.

Nelle piantagioni l’orario di lavoro era sempre superiore alle 10 ore giornaliere; il salario maschile di 0,35 fiorini al giorno e quello femminile di 0,20 (per i ferrovieri 20 fiorini al mese). Il reddito medio annuo di una famiglia contadina che era nel 1878 di 110 fiorini circa, scese nel 1904 a 80 e non era ancora risalito al livello originario nel 1920. Le imposte gravavano per un 24%, sul reddito medio. Le cifre fornite da Maring confermano i caratteri essenziali dell’evoluzione dell’economia contadina in Indonesia a partire dalla legge agraria del 1870. Tale evoluzione, strettamente collegata all’affermarsi della fase imperialista, si riflette anche sulle modificazioni dell’emigrazione olandese in Indonesia. Nel 1853 risiedevano a Giava 17.285 europei, e 4.832 nelle altre isole dell’arcipelago, quasi tutti funzionari: nel 1900 il numero degli europei passa a 62.477 a Giava, e a 13.556 nelle isole, e la maggior parte di essi sono piantatori e commercianti. Accanto ad essi si affacciano i capitalisti finanziari.  Alexandre von Arx, in L’évolution politique en Indonésie de 1900 à 1942 (Fribourg, 1949), così parodizza la sottomissione dell’economia indonesiana da parte dell’imperialismo: «Se nel 1870 era l’interesse dei piantatori a dominare la politica del governo, dopo il 1885 fu quella dei finanzieri e dei capitalisti» (Bruhat).

Il nostro modesto schizzo economico dell’evoluzione dell’agricoltura indonesiana a partire dal 1870, e delle influenze determinanti che su di essa ebbe l’affermarsi della fase imperialista nelle metropoli capitaliste, non può essere meglio completato che dalla citazione delle prime due Tesi sulla questione agraria approvate al Congresso dei popoli dell’Oriente (Baku, 1920):

«1) La classe contadina dei paesi d’oriente è l’unica classe produttiva. Il suo lavoro nutre i grossi proprietari, la borghesia, e la burocrazia. Schiacciata dal peso delle vestigia del feudalesimo, la servitù, le decime, le imposte, essa è immersa in una miseria intollerabile, in preda alla fame cronica, oberata di debiti, asservita ai proprietari fondiari, ai funzionari e agli usurai. La oppressione e lo sfruttamento dei contadini d’oriente da parte dello Stato, del capitale straniero e dei proprietari fondiari raggiungono proporzioni tali che il contadino è nell’impossibilità non solo di evolvere, ma di condurre un’esistenza semplicemente umana, ridotto com’è alla condizione di bestia da soma.

«2) Le cause dell’oppressione e dello sfruttamento dei contadini sono: a) il mantenimento dei costumi feudali che mettono il contadino in rapporti di dipendenza personale ed economica dai proprietari fondiari; b) l’accaparramento delle terre da parte dei proprietari, che permette loro, data l’insufficienza di terre libere, di assoggettare il contadino e di trasformarlo, malgrado una libertà giuridica, in un vero servo; c) L’accaparramento delle terre da parte del potere (centrale o locale) e la concessione in affitto di vaste terre demaniali alle classi privilegiate e ai capitalisti, che creano a vantaggio di questi ultimi un monopolio del possesso della terra e costringono i contadini a puri affittuari e miserabili giornalieri; d) l’onere schiacciante delle imposte e il modo arbitrario di prelevarle mediante organi burocratici irresponsabili, rappresentanti un potere dispotico; e) l’assenza di sicurezza individuale, l’anarchia e il banditismo sistematico praticato da tribù nomadi semiselvagge, sostenute dal potere nelle loro violenze contro i contadini; f) da tutte queste condizioni deriva la spaventosa miseria dei contadini. La loro assoluta indigenza li obbliga di indebitarsi, il che li mette completamente alla mercè degli usurai; i frutti del loro lavoro bastano appena a pagare gli interessi dei debiti verso le banche, i proprietari, i contadini ricchi, gli usurai; g) la mancanza assoluta di attrezzi agricoli, danaro, macchine, bestie da soma, sementi, ecc, (conseguenza della rovina del contadino) impedisce loro di organizzare la propria economia agricola anche nel caso che possiedano delle terre o ne dispongano».

Vedremo quale funzione rivoluzionaria assegnasse ai contadini supersfruttati d’oriente l’Internazionale Comunista, nel quadro unitario della strategia mondiale della lotta per l’instaurazione della dittatura internazionale del proletariato e della repubblica universale dei Soviet. Vedremo quale funzione fosse attribuita in questa lotta mondiale al proletariato sviluppato delle metropoli imperialiste e al proletariato embrionale delle colonie e semicolonie. Vedremo attraverso quali informazioni e quali errori la lotta per l’emancipazione sociale dei popoli d’oriente, e nel caso specifico dei contadini indonesiani, andò incontro alla più catastrofica delle sconfitte. Vedremo infine come tale lotta non potrà che riprendere nel prossimo futuro, poiché le condizioni oggettive che la rendono necessaria sono più che mai presenti a mezzo secolo di distanza. Prima di svolgere sommariamente tutte questo insieme di questioni è ancora indispensabile fornire qualche cenno sull’introduzione del capitale finanziario nell’economia indonesiana, e sull’influenza che su di essa ebbero le associazioni monopolistiche internazionali.