Questioni cruciali del sindacalismo di classe discusse ad una assemblea del CLA
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Domenica 5 marzo a Genova il Coordinamento Lavoratori e Lavoratrici Autoconvocato (CLA) ha tenuto, nella sala del Circolo dell’Autorità Portuale, una nuova assemblea sul tema “Salute, sicurezza, repressione, nei posti di lavoro e nel territorio” (link al documento di convocazione). Una questione quanto mai attuale, visti anche i recenti disastri ferroviari in Grecia e negli Stati Uniti, di cui riferiamo in questo stesso giornale.
L’assemblea ha visto interventi di diversi militanti sindacali, utili e interessanti per qualità e varietà. Per prima, dopo l’introduzione, ha parlato la madre di una delle vittime della strage alla stazione di Viareggio, del 29 giugno 2009. È stato un intervento nel quale il dolore e la rabbia hanno suscitato un ragionamento lucido e coraggioso, spiegando come la lotta per la salute e la sicurezza, anche negli eventi che travalicano il posto di lavoro – come accadde tragicamente a Viareggio – debba vedere coinvolti e attivi i lavoratori, come l’attività dei familiari delle vittime di quel disastro ferroviario si sia avvalsa dell’appoggio dei ferrovieri e di come i parenti delle vittime dei disastri industriali debbano aiutare i lavoratori a superare passività, paura, rassegnazione, e divisioni.
L’introduzione è stata tenuta da un nostro compagno. Qui di seguito ne riportiamo il testo, appena un poco più lungo di quanto è stato effettivamente esposto, per ragioni di tempo, che può essere visionato sulla pagina facebook del CLA, insieme agli altri interventi.
In seguito sono intervenuti:
– Un ferroviere del Coordinamento Macchinisti Cargo ha raccontato l’esperienza di questo organismo di lotta sindacale trasversale alle organizzazioni sindacali, che ha al centro dei suoi obiettivi quello della sicurezza, e che ha promosso già 8 scioperi nazionali;
– La madre di Emanuela, la ragazza morta a 21 anni nella strage di Viareggio;
– Un portuale della Filt Cgil di Genova, Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza, oltre ad affermare di condividere l’intervento introduttivo, ha raccontato l’esperienza sul suo posto di lavoro in merito al tema della sicurezza, molto sentito fra i portuali; il 10 febbraio scorso sono morti sul lavoro due portuali, uno a Gioia Tauro, uno a Trieste;
– Un dirigente del SI Cobas genovese, lavoratore pensionato della sanità, che ha controbattuto all’intervento introduttivo nel merito della questione del rapporto fra ambito politico-sindacale e ambito politico-partitico; ha poi raccontato l’attività e gli scopi della Rete Nazionale Lavoro Sicuro, la quale avrebbe tenuto un’assemblea lunedì 13 marzo a Ravenna, seguita da diversi militanti sindacali del CLA;
– Un militante dell’area di Opposizione in Cgil di Genova, oltre a ricordare come “tutto si tiene”, cioè come la questione della salute e della sicurezza sia legata a quelle del salario, della precarietà, della durata della giornata e della vita lavorativa, ha raccontato della recente lotta cittadina delle lavoratrici dei servizi educativi per l’infanzia (da zero ai 6 anni);
– Una ferroviera pensionata, aderente al CLA, ha raccontato della esperienza della Cassa di Resistenza dei ferrovieri, un importante strumento di solidarietà fra lavoratori e un sostegno per i militanti sindacali colpiti dalla repressione padronale;
– Una lavoratrice della sanità, di Massa, aderente al CLA ha raccontato della drammatica vicenda della pandemia da Covid 19 dal punto di vista dei lavoratori del settore; a tal proposito ha presentato una giornata di mobilitazione del 18 marzo in ricordo dei lavoratori della sanità morti per Covid e ha ricordato che «non ci può essere umanizzazione degli ospedali se non c’è umanizzazione delle condizioni di lavoro», e che ciò deve avere inizio dalle assunzioni; infine ha ricordato di essere una lavoratrice colpita dalla repressione padronale e di essere stata sostenuta dalla Cassa di Resistenza Ferrovieri;
– L’intervento conclusivo è stato tenuto da altro compagno del CLA, dell’area Cgil in Toscana, ex ferroviere, licenziato per la sua attività di sostegno alla difesa dei familiari delle vittime nella strage di Viareggio.
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Come intervento introduttivo vogliamo dare una spiegazione generale di ciò che è il CLA e di quelli che sono i suoi caratteri fondamentali.
Innanzitutto diciamo quel che il CLA non è.
Noi non vogliamo essere, costruire, proporre una nuova sigla sindacale.
Quella che avanziamo è una proposta di lavoro, la formazione di una rete, di un coordinamento di militanti e lavoratori che si identificano nel sindacalismo conflittuale, in contrapposizione al sindacalismo collaborazionista, di regime. Una rete che si costituisca e funzioni allo scopo di favorire l’unità d’azione di tutte le forze del sindacalismo di lotta, di classe, ma che operi nel pieno rispetto dell’appartenenza e dall’attività sindacale di tutti coloro che ne condividano gli obiettivi e la funzione.
Il CLA è nato come un piccolo gruppo di militanti sindacali di diverse organizzazioni – di alcuni sindacati di base e dell’area di opposizione in Cgil – che si sono uniti sulla base della identificazione di quella che definiamo una emergenza sindacale.
A fronte del continuo degradarsi delle condizioni di vita e di lavoro dominano ancora fra i lavoratori passività, sfiducia nell’azione collettiva e nel sindacato.
Il sindacalismo conflittuale non ha ancora trovato la forza per ribaltare questo stato d’animo delle masse lavoratrici e per dispiegare movimenti di lotta generale in grado di fermare gli attacchi che il padronato e il suo regime politico, attraverso governi verniciati d’ogni colore, continuano a portare senza soluzione di continuità.
Non mancano i segnali positivi, che non vanno misconosciuti bensì valorizzati: da ultimo la manifestazione di 8 giorni fa, convocata dai portuali del CALP.
Ma il distacco fra ciò che si fa e ciò che sarebbe necessario fare per difendere i lavoratori è ancora molto ampio.
Noi pensiamo che uno degli elementi chiave per superare questa situazione risieda nell’unità d’azione fra le organizzazioni, fra le forze del sindacalismo di lotta.
Non dobbiamo e non vogliamo banalizzare il problema, semplificandolo eccessivamente. Ma riteniamo che questa unità d’azione sarebbe un fattore in grado di aumentare in modo importante la forza delle lotte promosse dal sindacalismo conflittuale e il loro impatto sui lavoratori che ancora restano passivi e estranei ad esse.
Entriamo nel merito di come pensiamo si debba perseguire l’obiettivo dell’unità d’azione del sindacalismo conflittuale.
Una prima questione è se tale unità d’azione debba essere realizzata dalla base degli organi del sindacalismo conflittuale o dalle loro dirigenze, e se quindi a tal scopo ci si debba rivolgersi alle une o alle altre.
A noi pare evidente che le attuali dirigenze dei sindacati conflittuali non si siano dimostrate in grado di perseguire tale obiettivo. Quando tale unità d’azione è stata raggiunta, come negli ultimi due anni per alcune mobilitazioni generali, lo è stato sempre solo in modo contingente, si è trattato di un risultato per nulla definitivo, dal quale infatti si è fatto rapidamente marcia indietro.
Oltre a ciò, l’unità d’azione non può essere confinata alle mobilitazioni generali bensì dovrebbe permeare l’attività sindacale a tutti i livelli, sui posti di lavoro, nel territorio, nelle categorie, a livello nazionale, ed essere coronata dalle azioni nazionali intercategoriali unitarie.
Quanto avvenuto in questi ultimi due anni – dal primo sciopero unitario dei sindacati di base nella logistica del giugno 2021, passando per gli scioperi generali dell’ottobre 2021, del maggio 2022 contro la guerra, del 2 dicembre scorso – ci sembra confermare ampiamente quanto avevamo già sostenuto prima che si dispiegasse questo debole nuovo corso unitario messo in campo dalle dirigenze del sindacalismo di base. E cioè che l’unità d’azione del sindacalismo di base potrà aversi solo sulla base della spinta dal basso dei lavoratori e dei militanti più combattivi e determinati di queste organizzazioni. Ed è per questo che è nato il CLA: per unire, coordinare e con ciò potenziare i militanti sindacali che trasversalmente alle organizzazioni di appartenenza ritengono necessario favorire un movimento che le spinga ad agire unite, nel modo più ampio, esteso e organico possibile.
Tuttavia questa azione non può compiersi ignorando le attuali dirigenze dei sindacati, delle aree e delle correnti conflittuali: pensiamo occorra rivolgersi sia alla base degli organismi del sindacalismo conflittuale sia alle loro dirigenze.
Questo per diversi motivi. Innanzitutto occorre rispettare il senso di appartenenza dei lavoratori e dei militanti sindacali alla loro organizzazione. Nell’invitare un organismo sindacale a un’azione unitaria non si può ignorare la sua dirigenza. Questa infatti avrebbe buon diritto e buon gioco a dire ai suoi iscritti di non essere stata coinvolta. Gli iscritti, in una certa misura, hanno buone ragioni per sentirsi disciplinati a ciò che la propria organizzazione decide. Quindi gli appelli per azioni unitarie che non implichino il coinvolgimento sostanziale e formale delle dirigenze sono spesso solo un modo furbesco per voler apparire unitari, ben sapendo di ricevere un rifiuto. L’appello, l’invito alle azioni unitarie deve essere rivolto alla base e alla dirigenza degli organismi sindacali conflittuali, di modo che, a fronte di un rifiuto da parte della dirigenza, l’invito alla base dall’esterno dell’organizzazione sindacale, avrà assai più le carte in regole e quindi la facoltà d’essere ascoltato. In quanto alle dirigenze sindacali, esse vanno coinvolte, invitate, per metterle alla prova, innanzitutto di fronte alla loro base.
Questo è un primo punto su come perseguire l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale, come agisce e si propone di agire il CLA, come pensiamo dovrebbero agire tutte le dirigenze sindacali.
Ma, riguardo a quest’ultime, sappiamo bene che le cose non stanno così. È lunghissimo il repertorio di iniziative promosse senza alcun coinvolgimento reciproco fra organizzazioni presenti in quel dato settore di lavoratori, o di furbeschi appelli ad azioni unitarie rivolti solo ai lavoratori delle altre organizzazioni, senza un previo dialogo con le loro dirigenze.
Inoltre, quando faticosamente viene decisa l’azione unitaria, ci troviamo di fronte molti altri problemi, ad esempio quelli relativi alla gestione della manifestazione, come miseramente verificatosi alla pur ben riuscita manifestazione nazionale a Roma il 3 dicembre dell’anno passato.
Questa considerazione introduce un secondo nodo del problema di come perseguire l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale, dopo avere affrontato quello del rapporto fra base e dirigenza. Quasi sempre il comportamento pienamente o parzialmente non corretto da parte di una dirigenza sindacale viene preso a pretesto dalle altre dirigenze per non aderire a un percorso unitario precariamente avviato. Nel ribadire che non siamo ingenui e che ben conosciamo i tanti modi per agire in modo divisivo, anche quelli attraverso i quali lo si vuole dissimulare, noi affermiamo che la giusta reazione a tali condotte non è quella di rispondere in modo simmetrico. Il maggior favore che si possa fare a una dirigenza sindacale che non desidera costruire un’azione unitaria, e che perciò la promuove in modo non corretto, è quello di reagire assecondando questo suo obiettivo. Due dirigenze sindacali che non sono guidate dall’obiettivo dell’unità d’azione ma dalla concorrenza reciproca a colpi di azioni separate, si trovano cointeressate a questa azione/reazione che spezza la costruzione di azioni unitarie.
Quanto il CLA sostiene è che i lavoratori di ogni organizzazione del sindacalismo conflittuale debbono indicare alla propria dirigenza che è necessario spezzare questo circolo vizioso che impedisce azioni unitarie, divenendone promotori e perseguendole a prescindere dalle eventuali azioni volte a sabotarle da parte di altre dirigenze, perché l’obiettivo di unire i lavoratori in azioni comuni sopravanza per importanza ogni altra considerazione. L’obiettivo di far agire i lavoratori insieme sopravanza ogni considerazione circa le dirigenze sindacali che parte di quei lavoratori mobilitano.
Bisogna aderire agli scioperi e alle manifestazioni anche se non coinvolti, dimostrando anzi di essere l’organizzazione più coerente e conseguente al principio pratico dell’unità d’azione dei lavoratori, mostrando di perseguirlo a prescindere dalle azioni volte a sabotarlo. Da una simile condotta, ogni forza che davvero persegua il sindacalismo di classe non ha nulla da temere e tutto da guadagnare, perché otterrà l’apprezzamento e la stima dei lavoratori, dimostrandosi superiore alle piccinerie delle dirigenze che agiscono in senso divisivo.
Un esempio concreto. A Roma il 3 dicembre scorso una bella manifestazione operaia, con quasi 10 mila lavoratori, ha sfilato per le vie della capitale, ma è stata spezzata in due dai contrasti fra le dirigenze. Questi contrasti hanno tenuto lontane dalla manifestazione altre forze del sindacalismo di classe, impedendo un risultato ancora migliore sul piano della mobilitazione.
Sembra che la ragione dei contrasti riguardasse chi dovesse tenere la testa del corteo. A parte che noi crediamo che la cosa migliore sarebbe che i cortei operai non fossero divisi per organizzazioni, almeno non rigidamente, bensì mescolati, fra categorie fabbriche e anche sindacati. Questo è avvenuto nella manifestazione nazionale a Piacenza contro la meschina macchinazione della procura locale ai danni di 8 dirigenti locali di Usb e SI Cobas, che ha visto i lavoratori dei due sindacati sfilare insieme, mescolati. Noi pensiamo che i lavoratori d’ogni organizzazione sindacale debbano dire chiaramente che bisogna infischiarsene di queste misere questioni e che è assai più importante che una manifestazione sia unita e compatta, rispetto alla questione di chi ne tiene la testa, e che se vi sono dirigenze tanto meschine da accapigliarsi per simili questioni, che se la tengano pure la testa del corteo: un movimento operaio che ritrovi finalmente la sua forza avrà certamente la maturità per giudicare simili condotte.
Veniamo a un terzo punto molto importante che è quello del rapporto fra sindacato e partiti, fra politica-sindacale e politica-partitica, cioè politica in senso stretto.
Per criticarci ci è stato più volte detto che noi vorremmo separare l’azione sindacale dalla politica. Affermare che noi possiamo pensare qualcosa di simile non è certo un gran complimento alle nostre intelligenze. Più che altro è una replica furbesca, sapendo benissimo che non possiamo noi avere un simile pensiero tanto arretrato. È chiaro infatti che l’azione sindacale ha un valore politico. Che ogni lotta economica è anche, in nuce e con varia intensità, una lotta politica.
Quanto il CLA afferma e sostiene è che l’ambito organizzativo sindacale deve restare distinto dall’ambito organizzativo partitico. Che è cosa ben diversa e che spieghiamo velocemente.
Per la debolezza del movimento operaio noi oggi abbiamo partiti operai molto piccoli e sindacati conflittuali che per dimensioni potrebbero essere considerati come dei partiti operai abbastanza grandi. Pensare di ovviare a questo problema oggettivo facendo svolgere ai sindacati i compiti di un partito è una reazione tanto ingenua quanto dannosa su entrambi i versanti, quello sindacale e quello partitico, perché si confondano le rispettive funzioni.
Al sindacato devono poter aderire i lavoratori a prescindere dalla loro opinione politica. Se quel dato sindacato fa il lavoro di propaganda e di mobilitazione per un partito politico, fa un duplice danno a se stesso: in primo luogo mette a disagio al suo interno tutti quei lavoratori di diversa idea politica; in secondo luogo si espone all’esterno alle propaganda dei sindacati collaborazionisti che ammoniscono i lavoratori a stare lontani da un sindacato che in realtà li vuole strumentalizzare per fini politico-partitici.
Ciò non significa che dentro i sindacati non ci sia e non debba esserci la politica e la lotta politica. Ma questo confronto, questa lotta, in ambito sindacale deve venir tradotta in termini di politica sindacale, cioè di linea pratica di lotta da seguire.
Engels diceva che «i problemi teorici sono problemi pratici del domani». Ecco, noi possiamo dire che il sindacato si pone solo problemi pratici, cioè problemi teorici attuali. In esso ci si confronta e scontra sui diversi indirizzi d’azione pratica.
E comunque questo confronto fra indirizzi d’azione deve avvenire sempre nel rispetto dell’unità d’azione dei lavoratori e delle loro organizzazioni di lotta sindacale, perché senza questa unità il movimento non acquisirà mai quella forza necessaria a far diventare i problemi teorici del domani problemi pratici dell’oggi.
Un altro aspetto del rapporto fra politica-sindacale e politica-partitica: un fronte sindacale non deve essere mescolato con organismi partitici o con un fronte politico. I due ambiti devono rimanere distinti. La ragione è la seguente. Un fronte fra sindacati intrecciato con partiti verrà sabotato da quei partiti che non aderiscono a quel fronte politico, e quindi dagli organismi sindacali da essi diretti. Se si mescolano nel fronte sindacale organismi politici il risultato sarà quello di avere più fronti sindacali contrapposti, divisi lungo i confini che separano i partiti operai.
Il fronte del sindacalismo di classe deve essere unico, uno solo, e al suo interno i diversi partiti e gruppi operai devono confrontarsi mostrando la capacità e la maturità di tradurre le loro posizioni politiche in coerenti e conseguenti indirizzi pratici di lotta sindacale.
Quindi ciò che caratterizza il CLA, oltre ad essersi costituito per perseguire l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale, oltre ai modi in cui ritiene che tale necessario e urgente obiettivo debba essere perseguito e raggiunto, è ritenere che tutti i militanti politici che sono anche militanti sindacali abbiano il dovere nei confronti della classe lavoratrice di mettersi al servizio della rinascita del movimento operaio compiendo il duplice sforzo di tradurre il proprio posizionamento politico-partitico in indirizzo politico-sindacale e di battersi per la sua affermazione in seno al movimento di lotta sindacale dei lavoratori rispettandone sempre la sua unità d’azione.
Un quarto punto caratterizza il CLA.
Nei pochi esempi concreti, in senso positivo o negativo, cui sinora abbiamo fatto richiamo, ci siamo riferiti solo all’ambito del sindacalismo di base. Ma noi riteniamo che l’unità d’azione debba riguardare tutto il sindacalismo conflittuale, quindi andare oltre il perimetro dei sindacati di base, e coinvolgere le aree e le correnti conflittuali in seno alla Cgil e i gruppi di lavoratori combattivi presenti in essa e negli altri sindacati collaborazionisti.
L’unità d’azione dei sindacati di base in linea generale è la premessa all’allargamento dell’unità d’azione oltre il loro perimetro. In sua assenza le aree e le correnti conflittuali in Cgil hanno più remore, comprensibilmente, a varcare quel confine, che la maggioranza di quel sindacato vuole inviolabile, della sacra unità sindacale con Cisl e Uil, pietra angolare del sindacalismo collaborazionista.
Nei due anni di flebile, traballante, incompleta unità d’azione, le dirigenze dei sindacati di base non si sono mai poste il problema di allargare l’unità d’azione ai gruppi e alle aree conflittuali in Cgil.
Vi è alla base di questo atteggiamento anche la questione se il sindacalismo di classe possa e debba svilupparsi dentro o fuori il maggior sindacato di regime in Italia, una volta che si è escluda che ciò potesse avvenire in Cisl e Uil.
L’atteggiamento del CLA di fronte a questo problema, che non vogliamo affatto eludere, è che ognuno nel CLA è libero di avere la propria opinione in tal senso, ma riteniamo che questo nodo potrà essere sciolto nella verifica empirica, sulla base della ritrovata forza del movimento operaio.
A tal scopo l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale deve essere aperta. Per questo siamo intervenuti in diverse manifestazioni promosse dalla Cgil, anche ai margini di alcuni congressi di categoria, indicando alle aree conflittuali interne l’indirizzo di sostituire l’unità sindacale collaborazionista di Cgil Cisl e Uil con l’unità d’azione di tutto il sindacalismo conflittuale.
Infine, ultimo punto che caratterizza il CLA.
L’unità d’azione del sindacalismo conflittuale non è un fine in sé ma un mezzo: è uno strumento fondamentale per ottenere al massimo grado il fine dell’unità d’azione dei lavoratori.
La critica che ci è stata rivolta di voler fare una mera sommatoria di sigle è tanto superficiale quanto quella di voler dividere politica e sindacato.
Per perseguire la massima unità dei lavoratori nella lotta è giusto e necessario rivolgersi anche direttamente alle masse lavoratrici ma è ineludibile il ruolo e la funzione svolta dalle organizzazioni del movimento operaio.
In coerenza col fine dell’unità dei lavoratori nella lotta sindacale, il CLA si è fatto promotore di un altro indirizzo pratico coerente, conseguente e che lo caratterizza, che è quello di sostenere l’adesione dei sindacati di base – in modo unitario al loro interno – agli scioperi promossi da Cgil Cisl e Uil.
Gli scioperi non si sabotano, si rafforzano. Il miglior modo per togliere il controllo del sindacalismo collaborazionista sulla classe lavoratrice è estendere gli scioperi e radicalizzarli. L’indirizzarsi dei lavoratori verso i metodi e le rivendicazioni del sindacalismo conflittuale è un fatto di forza e di istinto, prima che intellettuale. Se i lavoratori si sentono forti diventano disponibili a indirizzi di lotta più radicali. Quindi, contrariamente alle apparenze, portare le forze dei sindacati di base agli scioperi promossi da Cgil Cisl e Uil non è un modo per portare acqua al mulino del sindacalismo di regime, ma il miglior modo per combatterlo.
Con questo abbiamo dato conto dei punti caratterizzanti il CLA e la sua proposta rivolta ai lavoratori e ai militanti del sindacalismo di classe.
Concludendo, non vogliamo si pensi che noi crediamo che l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale sia il rimedio taumaturgico alla debolezza della classe lavoratrice, ma consideriamo che esso sia uno strumento fondamentale per rimediare alla situazione presente.
Essa deve essere perseguita e praticata non in modo contingente, ma duraturo e organico, a tutti i livelli dell’azione sindacale, dal più basso al più elevato e generale.
Quanto accade in queste settimane in Francia ci pare di importante insegnamento. Anche qui non vogliamo banalizzare. Le differenze col movimento sindacale italiano sono grandi. I lavoratori hanno conservato un buon livello di combattività. La CGT che per anni è stata assimilabile alla CGIL in Italia, e in parte lo è ancora, ha al suo interno intere federazioni di categoria combattive, come quella dei chimici, che pochi mesi fa ha promosso uno sciopero a oltranza di oltre venti giorni nelle sei raffinerie del paese. Per fronteggiare il nuovo attacco alle pensioni del governo Macron si è formata una intersindacale che include anche la CFDT, il sindacato più collaborazionista di Francia.
Noi, per l’Italia, non pensiamo si debba proporre una intersindacale con la CISL, ma fra le forze del sindacalismo conflittuale certamente sì, è assolutamente necessario. Questa è la proposta di lavoro del CLA: un lavoro per promuovere questo obiettivo dentro e trasversalmente alle nostre organizzazioni.