Partito Comunista Internazionale

Piena omogeneità di intenti e di programma nella Riunione Generale del Partito. 27-29 gennaio [RG145]: Origini del Partito Comunista di Cina. La questione dell’adesione dei comunisti al Kuomintang – L’accumularsi del debito nipponico

Categorie: Asia, China, Japan

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Origini del Partito Comunista di Cina – La questione dell’adesione dei comunisti al Kuomintang

All’inizio di settembre 1922, i primi comunisti, tra i quali Chen Duxiu, venivano ammessi nel Kuomintang e da quel momento iniziarono a partecipare alla riorganizzazione del partito nazionalista. Intanto, tra settembre e dicembre, inviati di Sun Yat-sen conducevano con Joffe una serie di discussioni sulla possibile assistenza militare sovietica. In questo contesto, che vedeva l’inizio della messa in pratica della tattica caldeggiata da Maring di ingresso dei comunisti nel Kuomintang, nel novembre del ’22 si svolse il Quarto Congresso dell’Internazionale….

Particolarmente interessante fu il rapporto del delegato cinese Lin-Yen-Chin che tratteggiò la situazione politica in Cina e la situazione della lotta di classe, considerata particolarmente positiva in quanto nel corso del 1922 si era dispiegato un vasto movimento di scioperi, prevedendo lo sviluppo del Partito Comunista. Si soffermò quindi sui suoi compiti individuandoli nel fronte unito con il Kuomintang, realizzato con l’ingresso individuale dei comunisti nel partito nazionalista: «Il nostro partito, tenendo presente che il fronte unito antimperialista deve essere istituito per espellere l’imperialismo dalla Cina, ha deciso di stabilire un fronte unito tra noi e il partito rivoluzionario nazionalista: il Kuomintang. La forma di questo fronte unito prevede che entriamo in questo partito con i nostri nomi e capacità individuali».

Veniva così annunciato l’inizio della sciagurata tattica di infiltrazione nel Kuomintang, giustificata con l’illusione di poter strappare ai nazionalisti l’influenza sulle masse. Erano i primi passi che avrebbero portato il PCdC e il proletariato in Cina a sottomettersi alla direzione e alla disciplina del partito della borghesia cinese, il tutto sotto la guida dell’Internazionale che iniziava a mostrare i primi pericolosi sbandamenti dalla corretta via rivoluzionaria.

L’intervento di Radek sulla questione orientale descrisse una situazione molto meno favorevole di quella che prospettava al tempo del Secondo Congresso, nel 1920. Radek non condivise i toni ottimistici del delegato cinese sulle prospettive di sviluppo del partito in Cina, mettendo in evidenza l’arretratezza del movimento rivoluzionario nei paesi orientali. Per cui, proprio come in Occidente, si sarebbe dovuto lanciare la parola d’ordine di “andare alle masse” e dedurne l’opportunità di collegarsi a qualunque forza in grado di svolgere un ruolo antimperialista, il che implicava legarsi indissolubilmente a fazioni borghesi che inevitabilmente sarebbero passate all’attacco contro il movimento rivoluzionario.

Si compromettevano i giovani partiti comunisti con forze borghesi, che in quel momento svolgevano una funzione antimperialista. Non passerà qualche mese che l’illusione di poter utilizzare simili partiti si scontrerà con la realtà della violenta repressione armata del movimento e dell’organizzazione dei ferrovieri nel febbraio del 1923.

Ma le direttive che i vertici dell’Internazionale indirizzavano al PCdC erano il frutto di una svalutazione della forza del partito, ritenuto lontano dall’aver stabilito legami con le masse. Così Radek delineò i compiti dei comunisti cinesi: «Il primo compito dei compagni cinesi è concentrarsi su ciò di cui è capace il movimento cinese. Compagni, dovete capire che in Cina non sono all’ordine del giorno né la vittoria del socialismo né l’instaurazione di una repubblica sovietica. Purtroppo, anche la questione dell’unità nazionale non è stata ancora storicamente posta all’ordine del giorno in Cina. Quello che stiamo vivendo in Cina ricorda il Settecento in Europa, in Germania, dove lo sviluppo del capitalismo era ancora così debole da non aver ancora dato vita a un unico centro nazionale unificatore […] Il capitalismo sta cominciando a svilupparsi in una serie di centri diversi. Con una popolazione di oltre 300 milioni di abitanti, senza ferrovie, come potrebbe essere diverso? Abbiamo ampie prospettive, che dovreste sostenere con tutto il fuoco delle vostre giovani convinzioni comuniste. Nonostante ciò, il nostro compito consiste nell’unificare le forze reali che si stanno formando nella classe operaia con due obiettivi: primo, organizzare la giovane classe operaia e, secondo, stabilire un giusto rapporto tra questa e le forze borghesi oggettivamente rivoluzionarie, al fine di organizzare la lotta contro l’imperialismo europeo e asiatico».

Radek non commentò quanto affermato dal delegato cinese sulla tattica di far entrare individualmente i comunisti nel Kuomintang, ma era proprio questo l’aspetto centrale della questione dei rapporti tra le forze rivoluzionarie in Cina. Tale tattica non andava certamente nella direzione di quel “giusto rapporto” tra il proletariato e la borghesia rivoluzionaria, perché, dal momento che i comunisti sarebbero andati a lavorare per il partito nazionalista borghese, si sarebbe imposta nei fatti la sottomissione del partito comunista e del proletariato cinese alla borghesia del Kuomintang.

L’Internazionale approvò delle “Tesi sulla questione orientale”, nelle quali la parola d’ordine del “fronte unico antimperialista” veniva lanciata facendo un chiaro parallelo con la situazione nei paesi a capitalismo maturo: «Proprio come in Occidente la parola d’ordine del fronte unico proletario è servita e serve ancora a smascherare il tradimento socialdemocratico nei confronti degli interessi proletari, così la parola d’ordine del fronte unico antimperialista contribuirà a smascherare i tentennamenti dei vari gruppi nazionalistico-borghesi».

Al Quarto Congresso dell’Internazionale, 1922, la nostra Corrente espresse netta la posizione sul fronte unico. Nell’intervento sulla relazione Zinoviev osservammo. «La conquista delle masse non deve essere ridotta alle oscillazioni di un indice statistico. Essa è un processo dialettico, determinato anzitutto dalle condizioni oggettive sociali, e la nostra iniziativa tattica non può accelerarlo che in certi limiti, o, per meglio dire, a certe condizioni che noi consideriamo pregiudiziali. La nostra iniziativa tattica, vale a dire l’abilità di manovra, si basa sugli effetti che essa produce nella psicologia del proletariato, adoperando la parola psicologia nel senso più largo per riferirsi alla coscienza, allo stato d’animo, alla volontà di lotta della massa operaia. In questo campo bisogna ricordare che vi sono due fattori di primo ordine, secondo la nostra esperienza rivoluzionaria: una chiarezza ideologica completa del partito, ed una continuità severa ed intelligente nella sua struttura organizzativa».

Nel “Progetto di Tesi” presentato dal P.C. d’Italia era definita in maniera chiara la questione dell’organizzazione. «Gli statuti organizzativi, non meno della ideologia e delle norme tattiche, devono dare un’impressione di unità e di continuità […] È necessaria l’eliminazione di norme di organizzazione affatto anormali […] la penetrazione sistematica e il “noyautage” in altri organismi che abbiano natura e disciplina politica». Proprio quanto iniziava ad essere messo in pratica in Cina con l’ingresso dei comunisti nel Kuomintang.

La nostra Corrente aveva ben chiaro che elevare a sistema tali “anomalie” avrebbe condotto a una ricaduta nell’opportunismo. Il tragico epilogo della lotta rivoluzionaria in Cina, con la sanguinosa sconfitta proletaria del 1927, affonda le radici nelle tattiche pericolose e negli errori organizzativi che iniziarono a delinearsi al IV Congresso e costituisce una ulteriore conferma della correttezza di tutte le tesi difese dalla Sinistra riguardanti gli errori di valutazione storica e di tattica dell’Internazionale in fase di degenerazione.


L’accumularsi del debito nipponico

In Giappone gli scorsi 40 anni si concludono con l’aumento del deficit commerciale a 3 trilioni di yen (26.1 miliardi di Dollari) e la contrazione drastica delle esportazioni: verso la Cina -17,1%, verso gli USA -10,2%, verso la UE -9,5%.

La Banca centrale del paese ha rappresentato a lungo un punto di riferimento per le politiche di stabilità monetaria, sia per i capitalisti giapponesi sia internazionali. Ma, per la prima volta dopo decenni, l’avanzamento del capitalismo mondiale ha rimesso in discussione i due caratteri principali di questo suo ruolo, ovvero la sua raffinata capacità di controllo dell’inflazione agendo sulla curva annuale dei rendimenti e il mantenimento di una politica restrittiva nel lungo periodo sull’aumento dei tassi.

Il venir meno del primo atteggiamento è dovuto all’abbandono della tradizionale prudenza nella gestione della curva dei rendimenti, tramite un massiccio piano di “buyback” (ossia, di riacquisto) di buoni del Tesoro; quest’ultimo, a fronte di un enorme indebitamento preesistente, ha aggravato il debito statale in modo irrimediabile ed ineluttabile, contribuendo a far precipitare l’economia giapponese nella grave crisi del primo trimestre del 2023.

L’origine di questa mossa va rintracciata nella convinzione della borghesia giapponese alla tendenza alla crescita inflazionistica globale e che l’aderenza alle regole sul comportamento da tenere da ciascuno Stato sarebbe stata la miglior risposta per proteggere il sistema economico nazionale dall’attacco di eventuali speculatori.

Dal punto di vista del mercato del lavoro, questa economia, la cui inflazione ha ora superato il picco ultraquarantennale del 4%, non vede una complessiva crescita dei salari da circa 30 anni. Nel trentennio 1991-2021, stando ai dati OCSE, i lavoratori giapponesi hanno visto accrescere i salari di solo il 5%, rapportato al 34% della media dei lavoratori degli altri paesi del G7. Nel periodo 1990-2021, inoltre, la percentuale di lavoratori costretti a lavorare oltre l’orario stabilito o in orari irregolari è passata dal circa 20% a oltre il 40%.

Il governo diretto da Kishida Fumio intendeva allinearsi ai consigli dei principali economisti statunitensi, ovvero di imporre un ancor più grave immiserimento del proletariato in cambio di un mercato del lavoro più “dinamico”, considerato un beneficio dalla maggior parte del politicantume borghese. Ma, pressato dall’opinione pubblica in un frangente critico per la persistenza dell’emergenza Covid-19 e della posizione sempre più coinvolta del Giappone nello scacchiere dei conflitti interimperialisti tra USA-UK, Cina, e Russia, ha avanzato la proposta di fissare un aumento dei salari nominali del 3%.

Davanti a questa prospettiva, le parti sociali, rappresentate per i lavoratori dalla Confederazione delle unioni sindacali (Rengo), si sono divise, rimanendo tuttavia unitarie nel bocciare la proposta del Governo, considerata irrisoria in confronto all’incisività che sarebbe necessaria per rilanciare l’economia giapponese, soprattutto sul piano dei consumi.

Muovendosi in ordine sparso, diverse compagnie giapponesi (FRCOF, Suntory, ecc.) tentano di precedere l’avanzata autonoma delle rivendicazioni operaie e sindacali, con annunci di miglioramenti salariali di gran lunga superiori, ma sinora rimasti sul piano delle buone intenzioni.

Lungi dal concedere qualsiasi beneficio ai lavoratori, queste compagnie sono in realtà preoccupate da una ripresa della combattività del proletariato, dopo una pausa quasi quarantennale.


(Fine del resoconto della riunione)