Militarismo ed economia: il gioco delle sanzioni
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Quella delle sanzioni è una storia lunga e travagliata, un atto di forza che dovrebbe risolvere o condurre a soluzione le controversie tra Stati. O usate come minaccia che poi ce ne saranno più gravi. Per la loro natura sono intrinsecamente legate ai rapporti tra Stati nel mondo capitalistico. Si colpiscono gli scambi commerciali, le importazioni e le esportazioni di manufatti e di materie prime, al fine di strangolare i profitti degli Stati, delle borghesie sanzionate.
Nel secolo scorso furono applicate all’Italia per le imprese coloniali, poi alla Germania, senza successo. Nel secondo dopoguerra le sanzioni hanno avuto un utilizzo ampio e variegato, in America Latina, in Medio Oriente, in Asia e sono state quasi sempre, comminate dagli Usa a Stati vassalli riottosi o “non allineati”.
Più o meno severe, hanno sempre colpito in modo drammatico per prime le classi inferiori con privazioni e miseria. Naturalmente chi le impone ha sempre dalla sua la forza politica, militare ed economica per farlo. Che poi riescano a farlo in modo rigoroso, o permettano scappatoie agli Stati sanzionati, è altro discorso. Alle volte sono solo ammonimenti formali, altre crudeli restrizioni per distruggere il tessuto sociale del sanzionato.
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Già in atto dopo l’annessione del febbraio 2014, nel marzo l’Unione Europea vietò le importazioni dalla Crimea e cominciarono a proporsi sanzioni internazionali contro la Russia. Vennero poi applicate con criteri sempre più stringenti in seguito alla “Operazione Speciale” in Ucraina. Ma non ebbero conseguenze rilevabili. Per la Russia i ricavi dell’esportazione di petrolio nell’arco del 2022 non hanno subito gravi ripercussioni, col blocco dell’esportazione di petrolio compensato, anche se parzialmente, dall’importazione di Cina ed India, ma anche da Stati insospettabili, quali l’Arabia Saudita che, pur produttrice, ha aumentato il proprio export lucrando sul minore prezzo pagato ai russi. Anche i fertilizzanti prodotti in Russia, prodotti non soggetti all’embargo almeno fino al termine del 2022, hanno consentito notevoli guadagni.
Il sequestro delle risorse finanziarie russe detenute all’estero, che ha decurtato il tesoro del 40% delle sue riserve, non si è rivelato il colpo fatale alla finanza russa.
L’idea guida che la Russia fosse un’economia poco sofisticata, basata essenzialmente sull’export di materie prime, dipendente dall’estero per le tecnologie essenziali nell’economia ipersviluppata del capitalismo e delle sofisticazioni militari, ha costituito un criterio sul quale sono state fondate molte speranze da parte occidentale. Ma il sistema delle triangolazioni, sia per le importazioni sia per le esportazioni ha aggirato il blocco. Il risultato è stato che tra gennaio e settembre 2022 il saldo commerciale russo ha registrato un attivo di 200 miliardi di dollari. Non male per un’economia soggetta a dure sanzioni!
Insieme alle sanzioni commerciali, al fine di costringere l’invasore alla bancarotta, gli Stati Uniti hanno imposto agli alleati europei e anglofoni un blocco finanziario sempre più stringente. Gli Usa sono i padroni, dall’alto della loro forza militare e finanziaria, dei meccanismi fondamentali della circolazione dei capitali. Il divieto di accesso al sistema di pagamenti internazionali SWIFT, domiciliato in Svizzera ma totalmente controllato dagli USA, per un certo numero di banche russe, via via esteso alle altre, ha prodotto il ricorso ad altri strumenti finanziari, quali “swap valutari”, cioè operazioni tra banche centrali senza usare il dollaro. Molti altri Stati hanno adottato un sistema di pagamento alternativo allo SWIFT, cui ha aderito per prima la Cina, che ha regolato oltre la metà del suo commercio con la Russia in renminbi e rubli.
Inoltre la valuta digitale emessa dalla Cina e detenuta in portafogli elettronici, forma “immateriale” che ha preso il posto della valuta sovrana in tante transazioni finanziarie e commerciali, è un notevole aiuto a violare il blocco finanziario
Hanno poi bloccato le riserve russe detenute dalle banche occidentali, tanto statali quanto di privati, iniziativa mai applicata in precedenza se non in caso di guerra tra le parti: cosa che non risulta formalmente nel conflitto in atto tra Russia ed Ucraina, ma che smaschera, se ce fosse bisogno, la natura vera di questa guerra.
La decisone è stata, al solito, imposta dagli Usa e tutti gli Stati europei si sono accodati. Ma ora sta diventando un’arma a doppio taglio, perché ha causato una emorragia di ritiri da parte degli altri depositanti non occidentali, arabi, asiatici, latino-americani dalle banche svizzere, europee, inglesi ed americane. Una fuga che stanno cercando di tamponare con l’aumento dei tassi di rendimento, l’altra faccia dell’aumento dei tassi di interesse per ridurre l’inflazione. La stessa Cina, grande acquirente nel passato di obbligazioni statali americane, sta fuggendo dai Tresury Bond. La Russia, ovviamente, non può più investire, ed è fuori dal gioco.
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Oggi, dopo un anno di guerra nel cuore dell’Europa, i provvedimenti messi in atto per isolare la Russia dal commercio mondiale e dai meccanismi finanziari occidentali non hanno avuto conseguenze evidenti sul conflitto relativamente alla sua efficienza militare, ma hanno invece prodotto un effetto enorme sull’intero assetto economico europeo e messo in condizioni di straordinario vantaggio economico e produttivo i capitalisti degli Stati Uniti, a cui si sono volenti o nolenti accodati gli alleati sotto il contratto leonino della NATO.
È stato interrotto il legame che univa la Germania, prima economia europea, con la Russia, e l’Europa si è trovata a dipendere quasi totalmente dai prodotti energetici provenienti dall’America, diventata il primo produttore e fornitore mondiale. Gas e petrolio arrivano in grandissime quantità, non certo a costi più bassi di quelli che arrivavano dalla Russia.
Negli USA sono stati estratti nel 2022 12 milioni di barili al giorno, contro 10,6 dell’Arabia Saudita e 10,7 della Russia.
Che poi l’estrazione dagli scisti bituminosi sia una pratica nefasta per l’ambiente nulla conta per il capitalismo, che ha per solo imperativo il profitto.
Questa enorme produzione ha avuto anche un effetto calmieratore sulle quotazioni. Del gas naturale liquido gli USA hanno prodotto più del Qatar e dell’Australia, con l’Europa diventata la prima acquirente. La borghesia degli Stati Uniti è riuscita così a cogliere importanti vantaggi sul piano politico, produttivo e finanziario. Ha rianimato un ramo di produzione, quello degli scisti, che era in difficoltà per i costi crescenti, di estrazione e di distribuzione oltre oceano. Divenuto il GPL assolutamente necessario per l’Europa, ora sono loro a controllare i rubinetti e i prezzi. Intanto i capitali europei non vanno più a ingrassare le finanze russe e prendono la via degli Stati Uniti, che politicamente hanno di nuovo sottomesso al loro imperio l’Europa continentale, che stava assumendo una pericolosa (per loro) deriva verso Est.
È quindi inutile chiedersi chi sia l’autore del sabotaggio dei metanodotti russo-tedeschi sotto il Baltico.
In questo senso le sanzioni sono state il capolavoro geostrategico americano.
Dei nuovi Piani Marshall e European Recovery Program del secondo dopoguerra ma, a senso e tempi invertiti. Nel ’47 dello scorso secolo la fase storica era di vigorosa ripresa mondiale quando, dopo Grande Depressione del ’29 e una guerra immane, il ciclo di accumulazione capitalistica si era rimesso in moto potente e pervasivo e l’Europa ricostruiva le sue rovine. Con poco più di 14 miliardi di dollari (di allora) in quattro anni gli Stati Uniti si comprarono l’Europa.
Questa attuale è invece la fase storica della crisi generale del capitalismo, e non saranno incentivi statali o manovre finanziarie spericolate a invertirne il segno e a non farla alla fine convergere nella terza guerra imperialistica.
La guerra in Ucraina sta facendo il suo corso, mentre, tanto nel campo economico quanto in quello finanziario, le sanzioni si aggiungono alla sanzioni.
Il meccanismo non sarà abbandonato, anzi, si estenderà al grande avversario d’Oriente, la Cina.
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Seppure non assistiamo ancora a capovolgimenti negli assetti imperiali, si evidenzia come lo strapotere della moneta e della potenza americana sia messo in discussione da una parte non piccola di Stati. Ne è un esampio il recente accordo tra nemici giurati Iran ed Arabia Saudita, con la mediazione della Cina, che per gli USA è il vero prossimo avversario nel controllo del mondo.
Dal canto nostro rileviamo potente verifica del nostro assunto di base che il capitalismo, nella sua fase suprema, è destinato necessariamente allo scontro militare tra gli imperi finanziari, se la rivoluzione sociale non lo fermerà nel suo precipizio mortale.
Il segno imperialistico di questo conflitto, da entrambi i lati, ci è perfettamente chiaro. Sui fronti insanguinati soffrono e muoiono proletari ingannati dai miti borghesi della patria e della nazione. Naturalmente la propaganda del regime dell’una e dell’altra parte parla di resistenza, di difesa del sacro patrio suolo.
Di cosa veramente accada nel martoriato corpo sociale ucraino e russo quasi nulla si sa. Il pochissimo che filtra parla di sorda resistenza al macello, conati di ripulsa ma che non si concretizzano in un movimento organizzato. Del resto il movimento operaio internazionale è assente di fronte a questa tragedia, l’unica forza che potrebbe dare una condanna e una rivolta contro il conflitto in nome dell’internazionalismo di classe.
Non ci sono altre possibilità di pace al di fuori di questo indispensabile moto rivoluzionario della classe operaia.