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La “guerra giusta” Popi e papi fra l’aspersorio e il cannone

Categorie: Religion, Russia

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Abbiamo ascoltato recentemente il patriarca della Chiesa ortodossa russa Kirill dire che la guerra in nome della patria è giusta e doverosa, e che chi muore per la patria ha un posto riservato accanto a Dio. Premettiamo che noi comunisti vorremmo che tale onore e gioia fossero riservati a lui, e non ai proletari russi e degli altri paesi.

La Chiesa cattolica, al di là delle apparenze, non la pensa in maniera diversa. È la propaganda bellica che rappresenta i russi perfidi e guerrafondai, con la loro Chiesa Ortodossa, contrapposti a un Occidente, comprendente la Chiesa cattolica, amante della pace e sempre pronto a mettere i fiori nei cannoni. Cannoni invece sempre oliati e pronti all’uso, nonché impiegati abbondantemente in tutto il mondo, oltre che in Ucraina, ma sempre in nome della pace.

L’unica pace perseguita dai vari capitalismi consiste nell’assenza della guerra di classe condotta dal proletariato: in nome di tale “pace” non arretrano di fronte a nessuna guerra e a nessuna strage.

Che la Chiesa, e in particolare quella cattolica, sia a favore della pace e contro l’uso della violenza è una sciocchezza smentita da 2.000 anni di storia, e anche dai documenti ufficiali della Chiesa stessa. Già con Agostino di Tagaste, con Tommaso d’Aquino e con la seconda Scolastica, si parla di “guerra giusta”.

Venendo a tempi più recenti, tale concezione perdura anche nel XX secolo. Papa Benedetto XV non fa eccezione: con la sua famosa “Nota” del 1° agosto 1917, in cui definisce la guerra “inutile strage”, si rivolge ai vari governanti tentando un’opera di diplomazia, senza mettere in discussione il principio della “guerra giusta”, secondo il quale ai governanti è legittimo dichiarare la guerra. Altrimenti avrebbe potuto revocare l’obbedienza dei cattolici verso i loro governanti, dato che la guerra, ora “inutile strage”, perdeva le caratteristiche di una “guerra giusta”. Naturalmente si guardò bene dal farlo, nonostante i vari governi, compresi quelli cattolici, ignorassero totalmente la sua Nota e in Germania fosse definito “il papa francese”, in Francia “il papa crucco”, in Italia “Maledetto XV”.

Del resto le Chiese cattoliche delle varie nazioni si posero a difesa della patria, ignorando il tentativo diplomatico papale. Nemmeno in Italia i borghesi cattolici seguirono la loro guida, il papa, come i borghesi liberali non seguirono la loro guida, Giolitti. La borghesia italica, come le altre, seguì il suo “richiamo della foresta”, cioè la guerra.

Il papa, in perfetta continuità con i predecessori, considerava la guerra una punizione divina per l’allontanamento dalla vera fede. Per la Chiesa il Male nella storia è apparso in tre forme diverse: la prima il protestantesimo, la seconda l’illuminismo con la rivoluzione francese, la terza, più orribile di tutte, il socialismo. Pio XI, successore di Benedetto XV, considerò giusta la guerra civile spagnola, nonché una crociata contro il comunismo, in cui impartì la benedizione «a quanti si sono assunti il difficile e pericoloso compito di difendere e restaurare i diritti e l’onore di Dio e della Religione».

Nel 1928 la posizione della Chiesa è espressa in un importante manuale di teologia morale, dove leggiamo: «Ai nostri tempi e nelle nostre regioni non compete affatto ai semplici soldati o agli ufficiali inferiori giudicare circa la liceità o l’illiceità della guerra; è infatti del tutto impossibile al privato individuo conoscere tutti i motivi che indussero la cosiddetta diplomazia nazionale a intraprendere una guerra […] Dunque praticamente ogni soldato o ufficiale subalterno può sospendere il suo giudizio in ordine alla giustizia o ingiustizia della guerra e, se è costretto alla guerra, può andare al combattimento senza alcuno scrupolo di coscienza».

Ma già nel catechismo di Pio X del 1905, che rimpiazzava quello tridentino di Pio V del 1556, leggiamo: «È lecito uccidere il prossimo quando si combatte in una guerra giusta, quando si eseguisce per ordine dell’autorità suprema la condanna di morte in pena di qualche delitto; e finalmente quando trattasi di necessaria e legittima difesa della vita contro un ingiusto aggressore».

Nel catechismo del 1930, redatto in buona parte dal cardinale Pietro Gasparri, non si accenna alla guerra giusta, né al dovere di obbedire all’autorità suprema: «Dio proibisce di arrecare al prossimo la morte o altro danno del corpo o dell’anima, come pure di cooperarvi». Ma alla guerra si accenna pudicamente in una nota: «Ma tutte le leggi e tutti i codici consentono di respingere con la forza contro un ingiusto aggressore, salva però quella moderazione che deve accompagnare ogni giusta difesa».

Anche Pio XII, pur considerando la guerra una punizione divina, ribadisce il concetto di guerra giusta. L’antica e tradizionale dottrina dice che perché una guerra sia “giusta” sono necessarie tre condizioni: legitima auctoritas, che la guerra sia dichiarata dalla legittima autorità, iusta causa, che sia intrapresa per una giusta causa, e debitus modus, che sia condotta con modi proporzionati al fine. Ovviamente l’autorità legittima, che in passato era quella romana imperiale, è ora quella dello Stato borghese.

Pio XII, in un discorso del 4 settembre 1940 ai dirigenti dell’Azione Cattolica italiana, dice: «Siccome non è potestà se non da Dio, e quelle che sono, sono da Dio ordinate, rendano gli iscritti all’Azione Cattolica il debito rispetto e prestino la leale e coscienziosa obbedienza alle Autorità civili e alle loro legittime prescrizioni […] Per tal modo i soci dell’Azione Cattolica, la quale non è e non vuol essere un’associazione di partito, bensì un’eletta di esempio e fervore religioso, dimostreranno di essere non solo ferventissimi cristiani, ma anche perfetti cittadini, non estranei agli alti compiti della convivenza nazionale e sociale, amanti della patria e pronti a dare per essa anche la vita, ogni qualvolta il legittimo bene del Paese riecheggia questo supremo sacrificio».

Infatti nella seconda guerra mondiale i cristiani delle varie confessioni hanno continuato ad obbedire alle “legittime autorità”. Ci sono state alcune eccezioni, molto limitate, come La Rosa Bianca tra i cattolici tedeschi o Dietrich Bonhoeffer tra i luterani; eccezioni degne di rispetto, ma insignificanti da un punto di vista storico e di classe. Bonhoeffer, che partecipò a un attentato contro Hitler, e Camilo Torres, il prete guerrigliero, almeno avevano accettato di opporre alla violenza dei proprietari e del potere politico un’altra violenza.

Il papa polacco, in visita in America latina, trattò molto duramente gli esponenti della “teologia della liberazione”. Aveva ragione lui nel sostenere che cristianesimo e marxismo sono inconciliabili. Ciò che spaventava il papa e la Chiesa ufficiale era però il secondo, non il primo.

La seconda guerra mondiale, con l’irrompere delle armi atomiche, poco ha cambiato il tono delle gerarchie ecclesiastiche. Il cardinale Alfredo Ottaviani, prosegretario del Santo Uffizio, nel 1958 scrive: «Non sarà mai lecito dichiarare guerra per pretendere i propri diritti; anzi non si dovrà intraprendere nessuna guerra difensiva, a meno che l’autorità legittima, cui spetta deciderla, insieme alla certezza della vittoria, non abbia motivazioni sicure sulla superiorità del bene che si procura al popolo attraverso la guerra difensiva, al di sopra di quegli immensi mali che dalla guerra deriveranno al popolo e a tutto il mondo».

Alcuni teologi cattolici si rendevano conto che la “guerra giusta”, che tra l’altro non faceva nessuna distinzione tra guerra difensiva e offensiva, poteva essere invocata da tutti e per tutte le cause. Con il Concilio Vaticano II il concetto di guerra giusta viene abbandonato, per il momento, ma senza arrivare alle logiche conseguenze, in quanto l’obbedienza alla “legittima autorità” non viene messa in discussione. Nell’enciclica “Pacem in terris” di Giovanni XXIII, nel 1963, al punto 67 titolato “Segni dei tempi” leggiamo: «Si diffonde sempre più tra gli esseri umani la persuasione che le eventuali controversie tra i popoli non debbono essere risolte con il ricorso alle armi; ma invece attraverso il negoziato. Vero è che sul terreno storico quella persuasione è piuttosto in rapporto con la forza terribilmente distruttiva delle armi moderne; ed è alimentata dall’orrore che suscita nell’animo anche solo il pensiero delle distruzioni immani e dei dolori immensi che l’uso di quelle armi apporterebbe alla famiglia umana. Per cui riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia».

Ma già con l’enciclica “Gaudium et spes” di Paolo VI, nel 1965, se non c’è un esplicito ritorno alla “guerra giusta” c’è però la giustificazione delle guerre difensive e la ubbidienza ai capi degli Stati. Nel capitolo V, sezione 1 “Necessità di evitare la guerra”, punto 79, ”Il dovere di mitigare l’inumanità della guerra”, leggiamo: «La guerra non è purtroppo estirpata dalla umana condizione. E fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un’autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa. I capi di Stato e coloro che condividono la responsabilità della cosa pubblica hanno dunque il dovere di tutelare la salvezza dei popoli che sono stati loro affidati, trattando con grave senso di responsabilità cose di così grande importanza. Ma una cosa è servirsi delle armi per difendere i giusti diritti dei popoli, ed altra cosa voler imporre il proprio dominio su altre nazioni. La potenza delle armi non rende legittimo ogni suo uso militare o politico. Né per il fatto che una guerra è ormai disgraziatamente scoppiata, diventa per questo lecita ogni cosa tra le parti in conflitto. Coloro poi che al servizio della patria esercitano la loro professione nelle file dell’esercito, si considerino anch’essi come servitori della sicurezza e della libertà dei loro popoli; se rettamente adempiono al loro dovere, concorrono anch’essi veramente alla stabilità della pace».

Anche la “obiezione di coscienza”, di cui pure si parla negli anni del Concilio, non significa rifiuto della guerra, ma possibilità di “servire la patria” con altri mezzi e non con le armi, ovviamente senza arrecare disturbo ai non obiettori. Nel 1991 i gesuiti di “Civiltà Cattolica” scrissero un articolo, voluto da Giovanni Paolo II, sostenendo che la guerra non è in alcun modo permessa. Ma tale papa, ennesimo “dottor sottile”, si dichiarò contrario alla “guerra”, ma non ai “conflitti armati”, giustificati in caso di legittima difesa e di ingerenza umanitaria. Giovanni Paolo II fu contrario alla guerra del golfo, ma fu anche il papa che si affacciò alla finestra del Vaticano con alle spalle un soldato croato in uniforme, manifestando quindi un pieno e chiaro appoggio a una delle parti in causa nella ignobile guerra imperialista che stava travolgendo la ex-Jugoslavia. Il Vaticano fu anche il primo Stato a riconoscere l’indipendenza della Croazia. Nonostante le “novità” del Concilio la posizione della Chiesa cattolica sulla guerra manifestava una sostanziale continuità dal suo catechismo del 1905 a quello del 1992.

Continuità che troviamo anche nel Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica, opera dell’allora cardinale Ratzinger, del 2005: «L’uso della forza militare è moralmente giustificato dalla presenza contemporanea delle seguenti condizioni: certezza di un durevole e grave danno subito; inefficacia di ogni alternativa pacifica; fondate possibilità di successo; assenza di mali peggiori, considerata l’odierna potenza dei mezzi di distruzione. (La valutazione delle condizioni necessarie perché una guerra possa essere definita “morale”) spetta al giudizio dei governanti, cui compete anche il diritto di imporre ai cittadini l’obbligo della difesa nazionale, fatto salvo il diritto personale all’obiezione di coscienza, da attuarsi con altra forma di servizio alla comunità umana».

Veniamo infine all’attuale papa Francesco e alla sua enciclica “Fratelli tutti” del 3 ottobre 2020, al punto 258: «È così che facilmente si opta per la guerra avanzando ogni tipo di scuse apparentemente umanitarie, difensive o preventive, ricorrendo anche alla manipolazione dell’informazione. Di fatto, negli ultimi decenni tutte le guerre hanno preteso di avere una “giustificazione”. Il Catechismo della Chiesa Cattolica parla della possibilità di una legittima difesa mediante la forza militare, con il presupposto di dimostrare che vi siano alcune “rigorose condizioni di legittimità morale”. Tuttavia si cade facilmente in una interpretazione troppo larga di questo possibile diritto. Così si vogliono giustificare indebitamente anche attacchi “preventivi” o azioni belliche che difficilmente non trascinano “mali e disordini più gravi del male da eliminare”. La questione è che, a partire dallo sviluppo delle armi nucleari, chimiche e biologiche, e delle enormi e crescenti possibilità offerte dalle nuove tecnologie, si è dato alla guerra un potere distruttivo incontrollabile, che colpisce molti civili innocenti. In verità, “mai l’umanità ha avuto tanto potere su sé stessa e niente garantisce che lo utilizzerà bene”. Dunque non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”. Mai più la guerra!».

Anche per il papa quindi il concetto di “guerra giusta” può essere stiracchiato da tutte le parti, come quello di “legittima difesa”, benché riconosca che anche questa può essere invocata a giustificazione di tutte le guerre.

Le Chiese ortodosse sono autocefale, ognuna ha il suo capo, per cui quasi sempre si identificano con il proprio Stato e con il suo sciovinismo. Anche la Chiesa anglicana si identifica con la propria nazione; anche le Chiese protestanti, col tempo, si sono organizzate nazionalmente.

La Chiesa cattolica ha un’autorità centrale, il papato, che non si identifica con i singoli Stati, e può agire quindi come un grande centro diplomatico mondiale. Ma le Chiese cattoliche delle singole nazioni, come mostrato da due guerre mondiali, in caso di guerra ignorano ciò che dice il papa e seguono la propria patria. Talvolta la guidano anche. La Chiesa cattolica ucraina è in prima fila nel sostenere la “guerra patriottica” contro la Russia, esattamente come la Chiesa ortodossa russa dall’altra parte.

Nell’epoca dell’imperialismo tutte le guerre sono guerre imperialiste; non ha senso distinguere tra guerra di difesa e di offesa. Tutti si difendono: l’Ucraina si difende dall’imperialismo russo, La Russia si difende dal più forte imperialismo statunitense che ha portato la Nato fino ai suoi confini. Con l’Ucraina nella Nato, la Russia avrebbe i soldati e le armi americane a trecento chilometri da Mosca, con davanti un territorio senza barriere naturali: per la Russia sarebbe la fine.

Non esiste un imperialismo migliore di un altro, perché più debole o più “progressista”. È una guerra tra cosche mafiose. Ci vengono a dire che una cosca è stata vilmente aggredita, che dobbiamo intervenire a favore degli aggrediti, che lo vuole la Giustizia, il Diritto, e anche Dio. Questo dicono i preti, i pennivendoli e i politici borghesi, venduti all’imperialismo più forte, ma sempre pronti a cambiare padrone quando il vento cambia.

Se le guerre sono tutte difensive, al tempo stesso sono tutte offensive nei confronti del vero nemico di tutti gli Stati e di tutte le borghesie: il proletariato. Come la storia ha ampiamente dimostrato, quando il proletariato si muove, e non è più disposto a fare da carne da cannone per le rispettive patrie, gli Stati fermano tutte le guerre che li oppongono, e come un sol uomo si gettano sul loro vero e mortale nemico: il proletariato rivoluzionario.

Resta confermato che per le Chiese 1) spetta alla “legittima autorità“ giudicare se una guerra è “giusta”; 2) i cittadini-soldati le devono sempre cieca ubbidienza. Nessuno può pretendere di più da un papa!

E potremmo essere anche noi d’accordo, in una visione generale di storiche guerre fra Stati di classe, al di fuori di vuoti pacifismi. Anche la “legittima autorità“ dello Stato della dittatura comunista deciderà le sue guerre “giuste”, e dovrà inquadrare militarmente i proletari a sua difesa. Noi comunisti non abbiamo niente a che spartire con le concezioni di quella parte, minoritaria, del mondo cristiano che parla di non-violenza, di pacifismo e di abbandono anche della “guerra giusta”. La nostra considerazione sulla giustezza di una guerra non è morale ma storica e di classe. Il giusto non è un astratto ma un derivato del maturare della lotta fra le classi.

Anche noi siamo per la “guerra giusta”. A differenza della Chiesa cattolica, per cui possono esserci guerre “giuste” o “ingiuste”, per noi una guerra è sempre e sola giusta: la guerra di classe.