Ospiti di terra matrigna: l’infame politica agraria del nazionalcomunismo Pt.1
Categorie: Agrarian Question
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In Russia come in tutto il mondo la formula sociale del tradimento opportunista nella sua contemporanea ondata “stalinista” è l’alleanza popolare del proletariato salariato – urbano e rurale – con tutte le classi medie, formando il loro insieme il decantato “popolo”.
Il marxismo rivoluzionario vide all’inizio della società capitalistica, in Europa da noi ormai lontano di secoli, l’epoca di una tale alleanza, ma non la considerava diretta contro la borghesia, bensì, insieme con essa, contro la reazione feudale.
Cessato tale periodo con la formazione degli Stati democratico-capitalistici si levò la teoria e la fase storica della lotta di classe dei salariati contro la borghesia, e il marxismo considerò le classi medie come succubi e alleate di essa, anche nelle più feroci repressioni del proletariato, e successivamente come fautrici delle guerre di strage imperialista, malgrado che la loro fatale caduta nel proletariato – causata dalle leggi della società capitalistica, e da noi non deprecata ma attesa – dovesse spingere una minoranza audace verso le nostre file, anziché, come generalmente avviene, verso la folle illusione della democrazia economica e della frammentazione della ricchezza di proprietà e di capitale.
Oggi, in tutto il mondo moderno, la formula dell’alleanza tra proletariato e classi medie distrugge la teoria e la politica della lotta di classe, e viene da noi denunziata come alleanza tra borghesia e classi medie contro il proletariato, la sua lotta, la sua rivoluzione, e la sua dittatura, capisaldi del marxismo, e della sua grande rivendicazione da parte della rivoluzione di Lenin.
Un esempio schiacciante di questa tesi storica è la politica agraria che in Italia conducono, a disonore del proprio nome, i partiti comunista e socialista, con la loro difesa, sul terreno delle leggi di blocco dei patti agrari, delle classi medie rurali dei fittuari e dei coloni, che essi confondono crassamente non solo coi piccoli proprietari ma coi braccianti salariati, dichiarando senza esitazioni, che nella loro difesa sono compresi anche i grandi mezzadri e perfino i grandi fittavoli capitalisti, in quanto la lotta sarebbe diretta contro il solo interesse dei proprietari fondiari goditori di rendita versata da fittavoli e coloni in danaro o in natura, e che si tratta di decurtare.
Quale è la composizione della società rurale in Italia? Quali i rapporti e contrasti di classe che ne conseguono?
Alla seconda domanda chiunque senta la tradizione delle grandi battaglie del partito socialista storico, fino alla prima guerra, comprese le sue ali meno rivoluzionarie, non può che rispondere immediatamente che la chiave della lotta nelle campagne è la gloriosissima lotta dei braccianti socialisti contro proprietari grandi e medi, affittuari e mezzadri, segnata da una serie di memorabili scioperi, generose insurrezioni, stragi oscene della sbirraglia dello Stato parlamentare borghese e medioborghese. Quando questa storia verrà scritta si vedrà che il proletariato delle campagne italiane, diffamato come retrivo e analfabeta, sta all’altezza dei suoi fratelli delle città come coscienza sindacale e socialista, e fuori di ogni discussione tiene il primo posto in tutta la dinamica del mondo capitalistico nel campo delle lotte agrarie.
Alla prima domanda è meno facile rispondere.
La popolazione agraria nel suo totale, che si tratta di scomporre, è una parte della popolazione economicamente attiva, e le statistiche la definiscono con criteri molto incostanti, e con riferimento meno dubbio ai soli anni dei censimenti dei quali i più recenti sono quelli del 1931, 1936, 1951. Il solo censimento decente delle aziende agrarie è quello che fecero i fascisti nel 1930, i soli che erano coerenti nel difendere il guazzabuglio dei “contadini”, per quelli buona carne da cannone, mentre per i loro più schifabili successori della liberazione nazionale, erano messi insieme come carne da vendere per il voto elettorale. Ci atteniamo alle cifre generiche. Bisogna considerare che tra quegli anni anche il territorio italiano, oltre alla popolazione totale, è variato. Questa era nel 1930 di 41.573.000, nel 1955 è stata di 49.101.000 e le variazioni sono date dagli indici: 1930 : 100; 1936 : 106; 1951 : 114,3; 1954 : 117,6; 1955 : 118,8.
La popolazione attiva sarebbe stata nel 1931 il 55,5%, nel 1936 il 56,2, nel 1951 il 58,8, con una progressione che possiamo ammettere.
La cifre della popolazione agraria comprendono anche quella dedita a caccia e pesca, il che non produce grave scarto. Si avrebbe una diminuzione, anche verosimile: 1931: 44,5% sull’attiva; 1936: 43,8; 1951: 41,2.
La scomposizione della popolazione agraria è fatta diversamente nel 1936 e nell’anno (di cresciuta disgrazia) 1951. Nel primo censimento i salariati sarebbero stati 2.404.700, nel secondo 2.660.236.
In entrambi i censimenti tutti i conduttori coltivatori e lavoratori in proprio sono dati in massa, che comprende piccoli proprietari lavoratori, piccoli fittuari di terra e piccoli mezzadri. Ma presso queste categorie viene considerato che lavora tutta la famiglia, e la si censisce dai 10 anni in sopra, giungendo nel 1936 all’enorme cifra di circa 6.000.000. Nel 1951, pure non essendo in nulla sminuito l’apologismo della famiglia rurale cristianuccia e parcamente dotata di beni terreni (comune ideale di cui i fascisti concordatari lasciano la stecca, avidamente adunghiata, a democristi e socialstalinisti soviet-colcosiani) vengono smistati i capifamiglia conduttori di proprietà in affitto o colonìa dai coadiuvanti; sono dati i primi in 2.476.461 e i secondi in 3.001.771, e in tutto circa 5.500.000. La diminuzione dal 1936 è in parte spiegata dalla diminuzione relativa ed assoluta di popolazione agraria (da 8.689.000 a 8.621.000) in parte dai metodi di rilevamento. In questa breve nota rileviamo soltanto che i lavoratori dipendenti in parte vivono in città e borghi fuori della azienda, e le loro famiglie, come nell’industria, non si interessano del loro lavoro se non in quanto i membri capaci sono braccianti autonomi (giornalieri); in parte sono ingaggiati ad anno e possono dormire nella tenuta, in un certo numero con la casa per la famiglia, i cui membri coadiuvano gratis lo sfruttatore proprietario, affittuario o mezzadro che esso sia, e nel dato ordine sempre più famelico di lavoro altrui.
A nostro avviso i braccianti italiani sono di più, a dispetto delle riforme iniziate dai fascisti e seguite, meno pulitamente, dai post-fascisti, che fino al 1955 hanno chiamato alla proprietà solo centomila assegnatari, per accennare solo a questo punto quanto mai equivoco nei suoi bilanci parassiti ed antisociali.
Dalla statistica delle giornate di lavoro salariale, ai fini dei contributi unificati riversati sul datore di lavoro, nel 1954 i lavoratori iscritti ai ruoli erano ben 4.484.000 (cifra quasi pari a quella degli operai dell’industria). Le giornate furono 807 milioni, ed è ben chiaro che nella realtà sono molte di più.
Il divario si spiega col fatto che moltissimi coltivatori diretti e loro coadiuvanti, dotati di poca terra, si iscrivono ai ruoli e danno lavoro salariato nelle aziende più grandi. Non è facile dire per quanti di costoro la figura di salariato prevale su quella fasulla di “indipendente” o coadiuvante di esso. Noi crediamo determinarla con prudenza estrema definendo autentico proletario rurale chi eroga 250 giornate annue di lavoro salariato; e ben potremmo se volessimo favorire la nostra tesi porne 200. Allora la divisione delle giornate per 250 ci dà il numero di autentici proletari dei campi in 3.200.000.
Ci domanderemo ora quanti di questi hanno l’insigne onore di lavorare, non per un vile grosso proprietario di stile “baronale e feudale”, ma per il civile ed iscrivibile ai partiti socialcomunisti grande fittavolo senza più limite di grandezza, e grande mezzadro senza limite a sua volta.
Palmiro è per un limite superiore della proprietà immobiliare, ma non pensa nemmeno ad un limite superiore del capitale (se lo facesse penserebbe una fregnaccia maggiore).
Per risolvere questo problema non abbiamo altro che la statistica fascista. Essa contempla 4.196.266 aziende agrarie che lavorano su 26.525.000 ettari. Al 1954 gli ettari sono, di superficie agraria e forestale (che comprende demani) 27.776.000 e quindi non vi è troppo scarto.
Primo rilievo: la media azienda in Italia è spaventosamente piccola: 16 ettari, e dagli al latifondo, e dagli ad impiccolirla!
La media popolazione attiva dell’azienda con le cifre 1936 è di 2,26 persone (due diconsi persone, e un quarto), e con le cifre 1951 di popolazione agraria, e le 100 aziende poi aggiunte “riformando”, scende a meno di due persone.
Queste aziende, come numero e come estensione, sono scaglionate in gruppi secondo gli ettari. Ve ne sono 900.000 di meno di mezzo ettaro! Si spartiscono 199 mila ettari, con la media di 0,22; di 2.200 metri quadrati, un quadrato di metri 47 per 47!
Abbiamo, per farla breve, smistate le aziende minori di 5 ettari, per considerare di massima che non vi lavorino salariati. I distruttori di salariati (dal campo antisocialista, si intende) hanno dato 526 mila ettari finora scorporati ai 100.000 assegnatari, e ci siamo.
Le aziende con meno di 5 ettari sono 3.285.000, ossia il 78% del numero totale. Ma quanto a terra ne hanno solo 5.136.000 ettari, ossia il 23%, e la misura media è di ettari 1,57 per una.
Di queste piccole aziende si fa la seguente ripartizione. Proprietà in conduzione diretta 2.078.000 con ha. 2.972.000, media ha. 1,4; affitti 460.000 con ha. 564.000, media ha. 1,2; colonìe parziarie 287.000 con ha. 602.000, media ha. 2,1; forme miste tra proprietà affitto e mezzadria 460.000, con ha. 998.000, media ha. 2,2.
Ora, prima di passare alle maggiori aziende e loro proletari, ci troviamo davanti ad un dubbio. Tutti i nostri conduttori lavoratori sono solo 2.500.000 nel 1951, e noi abbiamo smistate 3.285.000 piccole aziende. Allora dovremmo impiccolire ancora l’azienda che non ha salariati, e non abbiamo voluto forzare la tesi.
Ecco la nostra ipotesi: in Italia vi sono 1.450.000 piccoli proprietari, 400.000 piccoli affittuari, 250.000 piccoli parziari, 400.000 piccoli conduttori misti, e in tutto i 2.500.000 contadini, indubbiamente importanti come elettori, e come anime che ogni governo cristiano vorrà destinare al paradiso, ma vi sono anche per le dette ragioni 3.200.000 salariati, che importano a noi indipendentemente dal loro numero, ma tuttavia anche col bolso criterio maggioritario dovrebbero pesare di più. Riconosciamo che le cifre sono suscettibili di oscillazioni non bene definibili, ma non crediamo che l’errore probabile sia più del 10 per cento.
A chi stanno di fronte questi 3 milioni 200.000 salariati?
Ci sono rimaste 400.000 aziende a grande proprietà, 110.000 a grandi affitti, 130.000 a grande mezzadria, e 160.000 in forme miste. 800.000 in tutto, né ci preoccupa il fatto che i conduttori non lavoratori siano nella statistica solo 260.000 nel 1936 e – cosa ben strana – 100.000 nel 1951. Un proprietario o fittavolo può avere più aziende; comunque è sempre contro la nostra tesi lo smistamento che conduciamo.
Queste aziende si dividono 21.226.000 ettari, e se attribuissimo loro manodopera proporzionale alla superficie otterremmo che 1.800.000 salariati hanno a che fare con la bestia nera proprietario, 425.000 con la bestia bianca affittuario capitalista, 550.000 col grande mezzadro capitalista, e 415.000 col capitalista misto alle due forme e in rari casi alla proprietà diretta.
Ma mentre la media della grande proprietà è circa 30 ettari, e quindi verte sulle colture estensive, la media dei grandi affitti e colonìe è circa di 6 ettari e verte sulle terre migliori e che assorbono più manodopera. Abbiamo qui elaborata, con specchi di computo che ingombrerebbero questa nota, la seguente partizione.
Proletari con datore di lavoro proprietario 1.810.000; 56%.
Proletari con datore di lavoro fittavolo: 425.000; mezzadro, 550.000; misto 415.000. Totale 1.390.000; 44%.
La formula idiota delle confederazioni cristo-comuniste è facile a riferire. Aiutiamo i 350.000 circa grossi fittavoli e mezzadri a pagare meno rendita ai loro proprietari non conduttori (che stanno fuori della statistica e quindi della popolazione attiva, e non si sa quanti sono, ma quanto a numero di aziende sarebbero 400.000) e questi col maggior profitto di capitale che resterà loro potranno meglio pagare i loro 1.390.000 lavoratori dipendenti, in quanto presi dalla evidente gratitudine per la democratica protezione loro accordata.
Quanto ai 1.800.000 salariati che stanno in 400.000 aziende di grandi proprietari conduttori diretti (e quindi come imprese si riducono ad appena 4-5 operai in media; se fossero industriali sarebbero anche quelli corteggiati: si può dunque prevedere che una cifra assai minore di operai agricoli stanno in aziende numerose contro i cui datori di lavoro si ammette la lotta) in questo caso la lotta salariale avrebbe pieno sviluppo, Di Vittorio permettendo.
Nei casi da “patto agrario” invece la lotta si inverte in un’alleanza in quanto i salariati agricoli nelle organizzazioni sindacali e in quelle politiche devono fare causa comune coi loro datori di lavoro!
Ma la tesi dell’economia conservatrice è che le differenze di interesse e i contrasti – civili! – di ordine sindacale possono sorgere su tanti fronti che si incrociano a piacere e si definiscono coi “patti” di lavoro.
La tesi dei marxisti, anche dei più umili socialisti tradizionali, è che si tratta di una lotta tra classi che si risolve in uno schieramento unico tanto sindacale che politico, e non ammette queste conversioni di fronte. O si difende il salariato contro il datore di lavoro, sia grande o piccolo, sia esso proprietario gestore, imprenditore fittavolo o mezzadro capitalista, svolgendo il dialogo sociale contro il datore di lavoro a nome del prestatore d’opera pagato a salario, o si tradisce ed abbandona la causa del lavoro, non solo intesa nel grande senso sociale, politico e rivoluzionario, ma anche in quello dell’interesse immediato, perché la stessa banale formula dell’unione fa la forza cade quando si dà contrastante disciplina, economica, politica e sociale, a diverse sezioni della stessissima categoria, al milione (forse) di braccianti che hanno davanti a sé la grande proprietà, e saranno facilmente battuti, ed ai due milioni e oltre che si neutralizzano sporcamente, per sposare la causa del loro contropartitario, medio proprietario, grande e medio fittavolo, grande e medio mezzadro che sia.
La formula che secondo noi guida gli opportunisti contemporanei è ben altra. Tre milioni di salariati agrari anche sommati a cinque di industriali non bastano a vincere le elezioni. Molto probabilmente dopo tanto imbonire, con gaia collaborazione fascista, cristiana, e stalinista, due milioni di salariati della campagna, che sono sempre meno di due milioni e mezzo di piccoli conduttori, non saranno bestiame elettorale perduto.
Comunque, al premio di mezzo milione dato dalla piccola borghesia agraria, si somma quello della media e grande vellicata in modo direttissimo: 110.000 grandi fittavoli, 130.000 grandi mezzadri, e 160.000 “grandi misti”. Uniti a questi almeno 300.000 dei proprietari non coltivatori manuali, sono altre 700.000 unità che, alla barba dei salariati da esse sfruttati, si gradisce aggiungere al materiale da fogna nella pesca graveolente della scheda.
In materia elettorale, e fino a che il sistema parlamentare non sarà travolto, si sa quale è la regola: la vittoria la fanno i grandi elettori, ognuno dei quali porta i voti dei suoi dipendenti, per poco che si cessi in partenza di staccarli da lui. Volete disprezzare 400.000 “patteggianti agrari” di alto bordo, attirati in alleanza col loro milione e mezzo di sfruttati? Valgono certo più questi del loro milione e duecentomila di “colleghi” di piccolo tonnellaggio, che col patto migliorato, dato che lavorano con le loro mani, restan lo stesso dei disgraziati; perché meno del lavoratore senza terra possono aspirare a redimersi dalla proprietà, dal capitale, dalla religione e dal parlamentarismo, in cui i socialcomunisti della fogna collaborano oggi a tutt’uomo a trascinarli.