Ospiti di terra matrigna: l’infame politica agraria del nazionalcomunismo Pt.2
Categorie: Agrarian Question, Italy
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La tesi dell’articolo pubblicato nel numero scorso sulla Infame politica agraria del nazionalcomunismo è risultata ben chiara, sulla elaborazione delle cifre che vennero utilizzate, e che tuttavia abbisognano di qualche precisazione, come siamo soliti fare.
È ben chiara, e lo diviene tanto più quanto più l’esame si approfondisce, e lo si enuclea dalle dubbie statistiche ufficiali, oggi molto inferiori a quelle che tentò di erigere, sempre a fini di classe, il ventennio fascista. L’ipocrita difesa della stabilità dei patti agrari non è che la piattaforma di una bassa manovra parlamentare ed elettorale. Essa non risponde ad una difesa delle forze del lavoro nella campagna, che un sistema come quello italiano opprime ferocemente – mentre un sistema come quello russo di capitalismo di Stato industriale le ha relativamente favorite – ma, sul piano sociale, alla difesa degli interessi economici della borghesia e media borghesia delle campagne, che non lavora manualmente, ossia degli affittuari imprenditori e dei grassi mezzadri pieni di capitale.
Il bolso principio della “giusta causa”, ossia dell’immanenza, salvo eccezionali estremi, del contratto corso col proprietario della terra, non salva la possibilità di impiego del lavoro e della permanenza, in un’attività organizzata e in un’abitazione rurale, di famiglie povere e semipovere, ma l’alto profitto del capitale d’impresa impiegato nell’agricoltura, cui l’enorme maggioranza dei datori di lavoro di braccia nella campagna – e quindi in ultima analisi anche dei minimi fittavoli mezzadri e persino proprietari lavoratori – viene data mani e piedi legata in un’alleanza demagogica, paralizzatrice ed immonda.
Tutto questo al solo fine di spostare basi elettorali, e di toccare il vertice imbecille della più vuota di tutte le illusioni di cui viene pasciuto l’italiano povero e mezzo povero: l’avvento della crisi ministeriale, l’apertura di un ennesimo di quei periodi, che con quelli meno frequenti e più puzzolenti ancora delle elezioni dovrebbe maggiormente essere usato dal partito marxista di classe per disonorare il regime italiano, nelle sue disgustanti analogie a quelli dell’occidentale “mondo libero”, che ha colonizzato noi a forza di Comitati di Liberazione e di Ministeri Tripartiti, storica incrollabile base al fatto di essere governati da americani e da preti.
Per tornare alla forza delle cifre diamo un quadro sintetico cui faremo seguire un breve commento.
Occorre appena ripetere che i metodi di rilevamento dei quattro censimenti tenuti a base del quadro discordano grandemente tra di loro.
Per la suddivisione tra tipi e grandezze di aziende ci siamo dovuti attenere alla ricerca del 19 marzo 1930, riportata come circoscrizione territoriale, negli annuari di Stato del dopoguerra, ai confini del 1° gennaio 1948, ed in buona sostanza a quelli presenti.
Non avendo elementi analoghi nei censimenti ulteriori abbiamo trascurato l’effetto della variazione di superficie agraria da 25.252.000 ettari a 27.776.000 di oggi, tuttavia non determinati come somma di estensione di aziende ben definite ma con partizione generale della superficie geografica. Abbiamo anche trascurato il notevole aumento di popolazione totale ed attiva, dato che la popolazione attiva nell’agricoltura ha all’opposto accusato una netta diminuzione, che deriva dal fatto storico generale della corsa all’industrializzazione. In mezzo secolo la percentuale della popolazione agraria attiva sull’attiva totale è andata dal 59,8 per cento del 1901 al 42,2 del 1951, e in cifre effettive è scesa da 9.510.000 a 8.261.000, salvo una poco attendibile punta di 10.158.000 nel 1921, subito dopo la prima guerra, in cui forse il rilevamento fu alterato da crisi generale e disoccupazione.
Abbiamo invece adeguati i numeri di popolazione agraria attiva ai dati del 1951 che ci hanno dato il totale di conduttori indipendenti, dei loro coadiuvanti non retribuiti (in sostanza i familiari lavoratori nell’azienda) e di dipendenti lavoratori. Come il lettore sa, dalla statistica delle forze di lavoro e delle giornate erogate nell’anno abbiamo tratto il diritto a far salire il numero dei lavoratori nullatenenti a salario da 2.660.000 a 3.200.000, togliendo la differenza senza tema di grave errore ai coadiuvanti, che quindi scendono a 2.500.000, numero praticamente uguale a quello dei conduttori indipendenti.
Le trasformazioni fatte nella nostra tabella sono le seguenti.
Abbiamo supposto che tutte le aziende minori di cinque ettari siano condotte con lavoro degli indipendenti e dei coadiuvanti, ma senza impiego di salariati.
Poiché tali aziende ci risultavano al 1930 oltre tre milioni (sul totale di oltre quattro) abbiamo ripartito tra esse in proporzione del numero i conduttori, e aggiunti ad essi in pari numero i coadiuvanti abbiamo avuta la totale forza di lavoro, che risulta bene elevata rispetto la superficie. Si tratta infatti dei terreni più intensamente lavorati, più che dei terreni migliori (il che è vero solo in parte) di quelli che l’addensamento della popolazione agricola attiva e l’antisociale sminuzzamento delle aziende costringe a tormentare con grave spreco di lavoro: al che invece di rimediare con la grande coltura associata si rimedia con la demagogica esasperazione dello sminuzzamento, nel che i nazionalcomunisti sono più antimarxisti dei radicali borghesi, più retrivi dei baroni del latifondo e più neri dei preti.
Di questo grado di intensità di lavoro abbiamo data un’idea con l’indice dei lavoratori su un ettaro, che nella coltura parcellata è di oltre un’unità.
Passando alle grandi aziende diamo ora la doppia partizione tra esse dei tre 3.200.000 braccianti. Quella data nel numero scorso è in ragione della superficie totale per ogni forma di conduzione, e ci dà 1.825.000 proletari dipendenti da conduttori proprietari, e 1.375.000 dai conduttori di altra forma, cari ai socialcomunisti. Ma la proporzione non pare giusta, ove si tenga conto che tra le grandi aziende a proprietà si ha un’alta media estensione, di 30 ettari, che nelle altre forme scende di molto, fino ai 14 delle colonìe. Sarebbe quindi giusto dividere in ragione composta, diretta della superficie totale e inversa della media estensione. Ciò si ottiene, sempre in via di grande approssimazione, dividendo in ragione del quoziente delle due grandezze, che altro non è che il numero delle aziende, il che abbiamo fatto in una seconda riga. In effetti dunque dei 3.200.000 proletari è la minoranza, 1.400.000, che lavora per proprietari (anatemizzati dai nazionalpattisti, ma con qualche occhiata tenera ai minori, che andando da 5 a 10 ettari sarebbero pure 236.000 aziende su 400.000, con conseguente calcio nel sedere ad oltre circa 1 milione di proletari!). L’evidente maggioranza di salariati, 1.800.000, sta sotto la sferza di fittavoli e mezzadri che ha l’ordine di leccare in nome della giusta causa permanente, espressione senza senso degna degli slogans del moderno gergo alla cocaina.
In queste aziende a salariati l’indice di intensità di lavoro scende a una bassa frazione di ettaro, soprattutto nella proprietà e nell’affitto ove la maggiore media estensione permette un certo impiego di macchine, mentre il suo crescere relativo nelle forme di mezzadria e colonìa mista non è che l’indice della loro gravosa antisocialità e antiproletarietà, che ne dovrebbe fare incoraggiare la più rapida possibile sparizione, non a vantaggio del piccolo possesso conduttore ma della grande azienda unitaria sociale.
Il programma che in questa materia unisce ministeriali e crisisti non merita il solo epiteto di conservatore, ma quello di retrogrado, non solo rispetto alla grande impresa capitalista agraria, e ad una franca agricoltura borghese, ma anche a quello colcosiano sovietico, che dal socialismo nella terra è almeno tanto lontano, quanto la prima. Demagogia e forca si scambiano una meritata e reciproca stretta di mano.
La parte inferiore del nostro quadro dà il totale delle forze di lavoro agrario, sommato dalle due prime parti, e suddiviso per forme di conduzione. Gli indici medi di estensione e di intensità sono intermedi alle due prime parti della tavola, come è logico, ma bastano a mostrare come la forma peggiore sia la mezzadria, pura o mista, ideale della presente campagna.
| Numero aziende (.000) | Superficie (.000 ha) | Superficie media (ha) | Numero conduttori (.000) | Numero coadiuvan. (.000) | Forza lavoro (.000) | Intensività (lavoratori per ettaro) | |
|---|---|---|---|---|---|---|---|
| Proprietà | 2.078 | 2.972 | 1,4 | 1.450 | 1.450 | 2.900 | 0,98 |
| Affitto | 460 | 564 | 1,2 | 400 | 400 | 800 | 1,42 |
| Colonìa | 287 | 602 | 2,1 | 250 | 250 | 500 | 1,21 |
| Miste | 460 | 948 | 2,2 | 400 | 400 | 800 | 1,19 |
| Totale | 3.285 | 5.086 | 1,57 | 2.500 | 2.500 | 5.000 | 1,03 |
| Numero aziende (.000) | Superficie (.000 ha) | Superficie media (ha) | Salariati per superficie | Salariati per numero di aziende | Intensività (lavoratori per ettaro) | |
|---|---|---|---|---|---|---|
| Proprietà | 400 | 12.113 | 30,4 | 1.825 | 1.400 | 0,12 |
| Affitto | 106 | 2.774 | 26,2 | 420 | 375 | 0,14 |
| Colonìa | 244 | 3.555 | 14,3 | 161 | 2.674 | 14,3 |
| Miste | 161 | 2.674 | 16,3 | 410 | 565 | 0,20 |
| Totale | 911 | 21.116 | 23,2 | 3.200 | 3.200 | 0,15 |
| Numero aziende (.000) | Superficie (.000 ha) | Superficie media (ha) | Forze lavoro | Intensività (lavoratori per ettaro) | % proletari sulla forza lavoro | |
|---|---|---|---|---|---|---|
| Proprietà | 2.478 | 15.085 | 16,1 | 4.300 | 0,29 | 32,6 |
| Affitto | 566 | 3.338 | 16,0 | 1.175 | 0,25 | 32,0 |
| Colonìa | 531 | 4.157 | 7,8 | 1.360 | 0,33 | 64,3 |
| Miste | 621 | 3.672 | 5,9 | 1.365 | 0,37 | 41,2 |
| Totale | 4.196 | 26.252 | 6,25 | 8.200 | 0,31 | 39,1 |
Un’ultima riga sta a dimostrare quanta è la forza di lavoro in forma salariale dipendente, oggi abbandonata al suo triste destino, rispetto alla totale, che comprende la forza di lavoro pseudo-padronale (conduttori e familiari). Da essa emerge che la posizione più critica del proletario agricolo italiano si verifica, più che di fronte al proprietario e al fittavolo, proprio davanti al colono parziario puro o misto, vera base di un’Italia borghese e controrivoluzionaria, sia il suo volto fascista, o repubblicano.
Nel censimento fascista più recente del 1936 si tentò di dare la distinzione, oltre che tra conduttori e lavoratori, anche tra quelli dei primi che conducono terra propria od altrui, e tra affittuari e coloni parziari. Tra questi furono censiti 532.000 capifamiglia, che corrispondono al nostro numero di 250.000 piccoli conduttori, solo ove vi si aggiungano i capi delle 244.000 grandi colonìe. Per le conduzioni dirette in proprietà e affitto, e anche per le miste, non si ha grande contraddizione tra lo smistamento fascista del 1936 e quello ultimo del 1951. Nel primo però sono i coadiuvanti coloni che risultano in numero eccessivo, oltre 1.200.000, e la cosa si spiega poco anche se si tiene conto che noi abbiamo portati 500.000 coadiuvanti a proletari per documentata ragione, e che nel 1936 tutta la popolazione agraria attiva eccedeva di circa 400.000 unità sulla nostra.
In questo caso il marxista risponde che la quantità diviene qualità. L’ideale piccolo-borghese per cui si batte la sinistra dell’Italia resistenziale e repubblicana, anche nel fabbricare falsi ufficiali, è squisitamente rimasto un’ideale fascista. Senza con ciò lasciare di essere altamente cattolico e nero.
Poche altre considerazioni sull’argomento, in difesa dell’eroico lavoratore nullatenente della terra italiana, figlio di forme superiori di secoli a quelle che hanno ridotto il gregge del contadiname alla forma umiliante e servile della fame di terra. Di quei compagni, che come anni addietro narrammo con le parole stesse di un giornale borghese del primo Novecento, cadevano di piombo carabiniero sui ponti della bonifica capitalista padana, gridando: compagni, avanti! viva il socialismo! (Ambrogio Fusetti).
I 5.000.000 di forze di lavoro “indipendenti” stanno di fronte a 3.200.000 di dipendenti senza terra e senza patto (i decantati e infettati compartecipanti non sono che un ventesimo forse dei proletari). Ma questo rapporto di braccia non resta lo stesso come rapporto di bocche. Ai braccianti bisogna aggiungere le loro famiglie, che vivono tetramente nelle cento città storiche italiane derivate dai liberi comuni del Nord come dalle grandi borgate dalla rudimentale edilizia di Puglia e di Sicilia, in cui pure secoli di convivenza tra derelitti insegnarono di più che l’egoismo spietato della piccola casetta chiusa in poca terra. Ammesso che anche tra i braccianti vi siano donne e fanciulli a salario autonomo, ciò non toglie che altri ne restano, donne e ragazzi ultradecenni, nella popolazione non attiva. Quindi sono almeno di pari numero le parti di popolazione agraria da difendere sul terreno dei patti tra lavoratore e datore di lavoro, e quelle da difendere coi patti tra lavoratore in proprio e proprietario.
Il reddito magro dell’agricoltura italiana di divide dunque ancora peggio di quello che le cifre di superficie e di forza lavoro ci hanno detto. Ed esso è già deteriore rispetto a quello modesto di tutta la popolazione, per quanto la teoria fasulla del reddito nazionale non abbia altra funzione che occultare la sua partizione tra le classi.
Nel 1955 il reddito del settore agrario è stato il quarto di quello nazionale, giusta le cifre di questo tipo. Ma ben sappiamo che la popolazione attiva agraria è il 42% dell’attiva, e quindi il reddito medio agrario è circa la metà di quello medio nel settore non agrario. Se si introduce il rapporto alla popolazione non attiva, per la già fatta considerazione il proletario scende almeno di un altro terzo al di sotto del piccolo conduttore – mentre i grandi si fanno la parte, che la statistica ignora, del leone.
Nel Piano decennale Vanoni il reddito medio dovrebbe salire del 5% annuo, e dunque diventare 165 contro 100. Ma esso è un piano di investimenti, e pertanto caldeggiato ed esasperato dal nazionalcomunismo, e la parte consumabile dovrà scendere dall’80 al solo 75%. Quindi salirà da 80 a 123 con aumento da 100 a 150 circa.
Ma è decretato che la “struttura” del reddito vari a carico dell’agricoltura, che dal 26 per cento di cui sopra scenderà al 20. Quindi esso salirà solo da 26 a 30 e solo nel rapporto da 100 a 115.
Ci si potrà dire che riuscendo il piano “benesseresco” l’occupazione, come struttura dell’atteso “pieno impiego”, sarà in agricoltura solo del 33% al posto dell’odierno 41, come vuole il piano; e ammesse le proporzionalità tra occupati e consumanti quel reddito sarà ripartito tra meno consumatori, e da un indice 100 andrà ad un indice suppergiù uguale al 150 generale… Ma resterà sempre la condizione di sfavore dei proletari pagati in sola moneta, pochi a lavorare e molti a mangiare, a dispetto del mirifico “pieno impiego”, di cui riparleremo nel 1964.
Ciò che interessa la scuola marxista (e non i fessi che, ad ogni passo rivendicando tradizioni costituzionaliste, rooseveltiane, bonomiane, nittiane, vanoniane, degasperiane magari, leccano il dietro a quella del benessere) è che il solo erogante di forza lavoro produce valore consumabile, e di esso riceve una bassa parte. Il piccolo mezzadro, fittavolo, e proprietario, lavoratori manuali, si illudano pure di arrivare a consumare tutto il loro lavoro e non cedere plusvalore, col ridurre i due primi quella quota di esso che è la rendita padronale, mentre è proprio il terzo, che ne detiene la legale conquista, il più fesso.
A noi interessa che in nessun momento si faccia dimenticare al proletario come il plusvalore a lui sottratto a fini non sociali, come non sociali sono quelli di ogni economia mercantile, viene spartito tra proprietario, affittuario imprenditore, o colono parziario quanto i primi assoldatore di salariati, e che egli deve condurre la sua lotta contro il fronte unito di questi vari tipi di spartitori, a mezzadria o meno, di sopralavoro.
Le forme degeneri ed immonde di agitazione dei partiti che oggi abbindolano i lavoratori italiani possono definirsi, degnamente, come: la mezzadria del filisteismo tra classe dominante e classe dominata. In che, sta la morte della Rivoluzione.