Russia e rivoluzione nella teoria marxista (Pt.9)
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Parte II – Partito proletario di classe e attesa della duplice rivoluzione
Forza della classe operaia
Nell’aggiornare tra il 1875 e il 1894 il suo scritto sulla Russia sociale, Engels, che tanto insiste sul procedere sempre più risoluto delle forme economiche capitalistiche, non fa si può dire cenno delle prime manifestazioni della lotta di classe dei lavoratori dell’industria.
Eppure è oramai a tutti noto che già in quel periodo il proletariato delle grandi città aveva dato indiscutibile segno di vita, attirandosi spietati colpi dal potere politico assolutista.
Fino al decennio 1870-80 negli stabilimenti militari si lavorava oltre 12 ore, e nell’industria tessile anche 13 e 14 al giorno. Il tasso dei salari, l’impiego di donne e di fanciulli, nella loro storia, insieme ad ogni altra condizione del lavoro di fabbrica, ripetono la tragedia del proletariato inglese del ‘700 e primo ‘800 descritta da Engels e Marx. Si ebbero movimenti di tipo «luddista», ossia la distruzione delle macchine e delle fabbriche stesse. Le organizzazioni di difesa e di lotta fecero la loro apparizione: nel sud col 1875, nel nord col 1878 (Odessa, Pietroburgo). Gli organizzatori, alcuni dei quali erano vissuti all’estero, avevano avuto contatti con la prima Internazionale e con lo stesso Marx. Tra l’80 e l’85 si ebbero grandi scioperi, memorabile quello della fabbrica Morozov contro il ribasso delle mercedi e le multe, finito con centinaia di arresti e con un grande processo.
La storia di questo erompere della lotta operaia segue fino alle epiche lotte del 1904 e 1905, dove sono già milioni i lavoratori dei grandi centri che scendono in lotta, e dove si giunge direttamente allo sciopero generale politico in una intera città, e in tutto il paese, con formidabili azioni insurrezionali, che si scontrano colla feroce repressione della polizia e dell’esercito.
Mentre in occidente lo sciopero generale rivoluzionario è ancora una questione discussa dai partiti più che un’effettiva arma di lotta, il 1905 russo viene a sancire la storica importanza di questo primario mezzo di battaglia del proletariato.
Mano mano quindi che si avvicinava il momento della immancabile rivoluzione antizarista, col ritmo stesso con cui cresceva la forma capitalistica di produzione si elevavano i formidabili effettivi della classe operaia urbana nelle città della Russia, che proprio in quell’epoca avevano preso ad ingrandire con la velocità caratteristica del tempo borghese. Tutte le città russe nel 1850 non davano che 3 milioni e mezzo di abitanti; nel censimento del 1897, erano a 17 milioni. Mosca nel 1870 aveva 600 mila abitanti, nel 1905 un milione e 400 mila. (Oggi quattro milioni e mezzo).
Il 3 gennaio 1905 scoppiò lo sciopero nelle officine Putilov. Alla tragica domenica 9-22 gennaio, in cui i dimostranti trascinati inermi dal pope Gapon furono falciati dalla mitraglia ai cancelli del palazzo imperiale, erano 150 mila gli scioperanti in Mosca. Nella successiva ondata di ottobre furono altrettanti, ma scese in lotta tutta la Russia, e si fermarono i 750 mila ferrovieri. Il 21 dicembre 100 mila lavoratori a Pietroburgo e 150 mila a Mosca scesero ancora nelle strade: il 30 dicembre la storica insurrezione – la Prima Rivoluzione Russa – era schiacciata.
Quale dunque il volume delle forze, provate ormai alla guerra di classe, del proletariato russo, allo scoppio della prima guerra mondiale, e nell’anno del crollo dello zarismo, 1917? Trascurabile, forse, a fronte della marea rurale che ondeggiava esasperata e irrequieta, ma che solo passata nel vortice dell’industrialismo urbano e della mobilitazione al fronte poté dare combattenti decisi alla guerra civile?
Confronto con l’Italia
Vogliamo tornare su qualche confronto prima di lasciare lo argomento degli indici dello sviluppo economico sociale e andare alla conclusione sulle forze e gli indirizzi politici, poiché su concetti essenziali si deve molto insistere.
Nella odiema Italia, stando ai dati del censimento 1951, col quale si è cercato di rilevare le attività economiche e le professioni, e si è inoltre eseguita l’indagine su tutte le aziende private di industria, commercio e servizi in genere, si ha la seguente struttura.
La popolazione residente è di 47.138 migliaia. Quella che si chiama popolazione attiva, o meglio atta al lavoro (ossia «le forze di lavoro» di ambo i sessi e di ogni età), si stabilisce nel numero di 19.358 migliaia, ossia il 41,1 per cento. Le cifre ufficiali la distinguono in occupata e non occupata, e la prima scende a 18.072 migliaia, ossia al 38,4 per cento della popolazione: il resto, il 61,6 per cento, è improduttivo, o perché non trova da impiegare la sua capacità di lavoro, o perché età, sesso, invalidità, tolgono loro la capacità stessa.
Con tali cifre ufficiali i disoccupati sarebbero solo 1.286.000: in effetti sono oggi oltre i due milioni, ed erano al 1951 quasi tanti. Probabilmente se ne deve concludere che gli attivi di fatto sono circa il 39 per cento, le forze di lavoro sono almeno il 43 per cento (20 milioni al 1951).
Ora il censimento industriale ha dato 4 milioni di addetti, oltre a 1.450 migliaia nel commercio, circa 1.000 nei trasporti e servizi vari. Sono in tutto 6.482 migliaia, ossia il 13,5 per cento della popolazione e proprio un terzo della totale popolazione attiva.
Con questo calcolo non abbiamo però tenuto conto dei proletari delle aziende rurali a tipo industriale, che in precedenti indagini assumemmo nei 4/10 degli addetti all’agricoltura, tratti dai dati del censimento antebellico 1936; il che ci condusse al rapporto: industria 1/3, agricoltura non capitalistica e altre forme intermedie, due terzi.
In effetti dai dati del censimento industriale ultimo, per avere i proletari, dovremmo togliere gli alti impiegati, che ci condurrebbero ad assottigliare soprattutto di molto i settori, inglobati, del commercio e dei servizi e trasporti.
Deve dunque ritenersi adatto all’Italia di oggi, a parte analisi in altra sede, l’indice sempre dato di un terzo, come saggio di purezza capitalistica.
In effetti nel 1936 si censirono le dichiarazioni di professione, più che la appartenenza di impiego alle aziende; si ebbe il 43,5 per cento di attivi (su 42.444 migliaia), ossia 18.412. Gli operai e assimilati furono 6.925 mila, di cui 2.378 nell’agricoltura. Ma gli assimilati agricoli comprendono le «figure miste»; ed è criterio troppo largo, sicché giungiamo alla conclusione che i veri proletari erano poco più di sei milioni, dunque un terzo degli «attivi»; anche allora.
Dove va la Russia?
Ma veniamo alla Russia. Lenin fece un minuto spoglio del censimento 1897 e concluse per il saggio di 1/6 di popolazione industriale; quindi possiamo stabilire che la Russia della fine secolo era di metà inferiore alla Italia di oggi quanto a capitalistico tono.
Abbiamo detto che troviamo alte cifre di Trotsky per il 1905: esse sono tratte dal confronto della popolazione «industriale» di città e campagna, che tralascia le classi spurie, ossia la gran parte della popolazione russa.
Seguiremo la via dell’indice di sviluppo del capitalismo. È assodato che verso il 1900 vi erano già tre milioni di operai della grande industria, adeguabili ad almeno il cinquanta per cento in più, colle aziende minori e quelle di campagna e quindi 4 milioni e mezzo. Possiamo ritenere che nei quindici anni fino alla guerra, come si è circa raddoppiata di volume la produzione industriale, altrettanto sia avvenuto nella «armata del lavoro». Ed infatti per andare in quindici anni dall’indice 100 all’indice 200 di produzione, occorre proprio l’incremento annuo del 5 e mezzo per cento, calcolato da Varga per la Russia e per il dato periodo.
Poniamo dunque, in cifre largamente approssimate, che la Russia avesse al 1914, e praticamente fino al 1917, anno della rivoluzione, 140 milioni di abitanti; una popolazione attiva bassa, ossia del 25 per cento circa, e dunque di 35 milioni di abitanti; e 9 milioni di proletari, pari ad un quarto circa del totale degli attivi.
Una diecina di milioni di proletari è quanto basta per smuovere 140 milioni di abitanti, per due terzi fuori del cerchio della moderna fomace di vita. Contro ad essi, nel nostro piccolo ma più sviluppato paese, si hanno sei milioni di proletari. L’indice di Lenin di un sesto era passato, al momento della grande rivoluzione, almeno ad un quarto.
Non era il nostro, di un terzo. Non era quello inglese, o americano, di un mezzo. È più che bastevole per insistere nel volgere le spalle all’insulso cliché della rivoluzione di contadini, eretta a maestra del mondo moderno.
Ma ricordando poi che le mal note statistiche 1926 sembravano abbassare ancora il saggio industriale, deve considerarsi che dopo i disastri della guerra esterna e civile la ripresa fu lenta, e la precedette un notevole indietreggiamento. Da allora la industrializzazione è continuata, con forme ed indici squisitamente capitalistici, e continua tuttora; prende espressione concreta la nostra nota formula. La Russia non tende al socialismo, ma al capitalismo, girando la ruota in avanti.
I movimenti politici
Nella immensità di materiali diffusi in tutti i modi in tutto il mondo nell’ultimo quarantennio sulla storia della lotta politica russa, senza nemmeno pretendere di dare la cronologia e lo schieramento dei movimenti e dei partiti, ci interesserà soprattutto quanto fa vedere come, nel corso della evoluzione sociale, si costruisca il partito della classe operaia rivoluzionaria.
Dire degli altri partiti ci preme solo in quanto non vi è migliore via per definire in tutta luce la linea del nostro movimento, che fare il bilancio delle sue battaglie teoriche e di azione contro i movimenti che se ne andarono differenziando, e soprattutto contro quelli che si allontanarono per la vitale feconda via delle scissioni, delle selezioni che eliminarono in tappe successive scorie e rifiuti.
Qui la storia del partito che condusse la Rivoluzione russa ha dato uno dei principali contributi su cui questa esposizione tende a convergere. Questi contributi sono per noi principalmente due: la distruzione prima dottrinale e poi materiale di tutti i partiti dissidenti, passati in serie continua alla controrivoluzione – la liquidazione disfattista della guerra nazionale. Non solo questi due risultati storici positivi hanno maggior peso che un terzo risultato: ossia la vantata costruzione del socialismo in Russia – che è mancato in pieno; ma (diciamolo ancora e subito) questo terzo obiettivo non aveva senso storico marxista. Pensammo e lottammo dal 1917 alla distruzione del capitalismo internazionale e alla vittoria del socialismo, come un terzo obiettivo dopo i due: disfattismo e liquidazione della guerra a scala europea – annientamento alla stessa scala di tutti i partiti rinnegati e socialtraditori, anche se operai. Mancati, in questo più vasto campo, tali due risultati indispensabili, non si pose più la prospettiva storica di erigere socialismo in Europa, e tampoco in Russia, perché la società socialista come modello da esposizione la consideriamo insulsaggine dai primi balbettii della nostra scuola determinista.
La politica rivoluzionaria non è blocco, ma selezione. Lenin premise a «Che fare?», nel 1902, un brano di lettera di Lassalle a Marx: «La lotta nel partito dà al partito forza e vitalità: la maggior prova di debolezza di un partito è la sua diluizione, e la scomparsa di frontiere nettamente tagliate; epurandosi, un partito si rafforza». Ciò che era enfasi in Lassalle, era profondità nel suo corrispondente del 1852, che a suo tempo con infallibile bisturi segnò la epurazione dal lassallismo stesso.
Patiti del Lenin scissionista a vita, sembrò che noi, gruppo della sinistra italiana, non lo fossimo del preteso Lenin compromessista. Ma in Lenin l’arma del compromesso era impugnata per disperdere i partiti affini-nemici: se ci avesse convinti che i calcoli di progetto tornavano – talvolta forse riporteremo le testuali citazioni degli anni 1920-26 – saremmo stati con lui nello scopo comune. I calcoli, purtroppo per lui e per noi, non sono tornati. Maledetti noi, avevamo ragione.
La nostra continuità in questa posizione può trovarsi nel testo, riportato tempo fa su queste pagine di una parte finale delle tesi della Frazione Comunista Astensionista, formata in Italia nel 1918 col fine della costituzione del partito comunista; parte dal titolo: «Critica di altre scuole».
Il metodo ci valse la sicura nostra distinzione, dinanzi alle tante sballate critiche rivolte allo astensionismo elettorale, da anarchici, da sindacalisti alla Sorel, da rivoltosi alla Blanqui, da eroicisti e putschisti, da operaisti di sinistra, da scissionisti e settari sindacali, da élitisti di ogni tipo.
Partiti delle classi abbienti
Lenin in un articolo del 1912 ci dà uno scorcio dei partiti della III Duma di Stato riferiti alle loro basi sociali. Le cifre poco interessano, tra l’altro in quanto la legge elettorale era fatta in modo da lasciare seggi multipli alle «curie» delle classi ricche di città e di campagna.
L’estrema destra era la «Unione del popolo russo», partito dell’autocrazia e della nobiltà, fautore del dispotismo e della oppressione delle razze e nazionalità soggette. Era l’espressione, oltre che dei nobili, dei proprietari fondiari, della chiesa ortodossa e dell’alta burocrazia; coincideva colla reazionaria banda dei «cento neri». Dopo costoro vengono i «nazionalisti», altrettanto conservatori, nemici sia degli allogeni e non ortodossi, sia dei democratici.
Al centro sono gli ottobristi, liberali fautori della più larga Costituzione largita sotto la pressione delle lotte del 1905, modificata poi con la legge elettorale del 1907. Tale partito rappresenta proprietari fondiari borghesi, e industriali capitalisti, a parole difende la libertà ma appoggia tutte le misure contro i movimenti operai.
Seguono a sinistra i cadetti, dalle iniziali del nome Costituzionali Democratici. Questo partito dei borghesi monarchici liberali si definisce partito della libertà del popolo, ma fin dalla I e II Duma, in cui prevalevano, sono pronti ai compromessi colla destra. Lenin li chiama liberali controrivoluzionari. Da essi non differisce il partito «progressista», che non giunge nemmeno alla richiesta del suffragio universale.
La sinistra, numericamente assai esigua, era formata da varie sfumature dei gruppi popolari nelle campagne, detti populisti, trudoviki, socialisti rivoluzionari – e dai socialdemocratici, partiti dei quali diremo ora con un poco più di ordine storico. I populisti di sinistra, gli S.R., sono in questa Duma otzovisti, cioè avevano boicottate le elezioni (ciò che Lenin in quella fase avversa). Lenin considera tali partiti realmente democratici, in quanto lottano contro l’autocrazia e la monarchia decisamente, ma val la pena di anticipare il giudizio, col cui condanna il loro programma antirivoluzionario, di cui per decenni ha sviluppato la più profonda critica.
«Essi si servono tutti volentieri delle frasi socialiste, ma ad un operaio cosciente non è permesso sbagliarsi sul significato di tali frasi. In realtà in nessun «diritto alla terra», in nessuna «ripartizione egualitaria della terra», in nessuna «nazionalizzazione del suolo», non vi è un grano di socialismo. Questo lo deve comprendere chiunque sa che l’abolizione della proprietà privata della terra e la sua nuova ripartizione, fosse anche la più «giusta», invece di compromettere la produzione mercantile, il potere del mercato, del capitale, del denaro, li sviluppa al contrario ancora più largamente».
Sono queste le posizioni che i marxisti devono penetrare. Nel seguito e altrove Lenin considera utile questa azione per una riforma democratica terriera dei popoli agrari, di più discute l’impegno degli stessi socialdemocratici, e bolscevichi, ai vari fini: spartizione, nazionalizzazione, municipalizzazione, con la critica più profonda alla luce della lotta programmatica contro il capitalismo urbano industriale. Ma stritola queste ideologie nei programmi dei contadinisti perché ivi non agiscono da mezzo per istradare la rivoluzione, bensì da pesante barriera sul suo vero cammino.
Programmaticamente in agricoltura non è una diversa titolarità della terra, la sua distribuzione, o quella stessa dei suoi prodotti, ciò che noi vogliamo, ma è la distruzione della forma mercantile e monetaria. L’agricoltore nella società socialista non avrà soddisfatta «fame di terra», in quanto le derrate prodotte non sarà lui a mangiarle, e tanto meno a venderle.
Partiti popolari e partiti operai
Quando l’Occidente tra il febbraio e l’ottobre del 1917 apprese uno dopo l’altro il nome di tanti partiti (non era certo un fenomeno soltanto russo se ad esempio in Francia non da molti anni si erano unificati ben cinque partiti socialisti con diversi programmi e dottrine; e soprattutto per questo la confusione e l’impotenza operaia sono croniche) un senso di smarrimento si diffuse. L’uomo della strada, se era conservatore, ebbe un sorriso di compatimento e aspettò che si mangiassero tra loro, e tutto finisse – se era di simpatie rosse, fece i più trepidi voti per una pronta affasciatura di forze così divise.
Non era certo essere orientati, e confesseremo lealmente che quando, vari anni prima della rivoluzione, un amico russo anarchico ci qualificò con tono ufficiale la sua giovane compagna come una «socialista-rivoluzionaria-terrorista», noi, marxisti in erba, la guardammo come un modello quasi irraggiungibile di «sinistrismo». Seguendo la storia della scissione tra i «populisti» si può ora pesare esattamente quella qualifica, di una sottospecie per nulla marxista, cui poi appartenne la Dora Kaplan, che sparò – da destra – nella spalla di Lenin.
Bisogna dunque cominciare ab ovo a sondare i vari movimenti russi di opposizione, più o meno poggiati su contadini e poi operai, e sarà utile spigolare anche nella bella sintesi cronologica del (non molto bello) volume di Trotsky dal titolo «Stalin».
Ricordiamo che un movimento che non veniva dalle file del popolo, ma tuttavia andava oltre le numerose storiche congiure di corte, fu quello che va sotto il nome di «decabristi», gruppo di ufficiali e giovani nobili che nel dicembre 1825 tentò di rovesciare il potere dello zar Nicola I, al momento della successione ad Alessandro, il rivale di Napoleone I, rifiutando di giurargli fedeltà e tentando di imporre una Costituzione. Dei quasi trecento processati ne furono condannati a morte trenta: cinque vennero impiccati, gli altri deportati in Siberia. Il poco rilevante episodio servì di tradizione ai liberali intellettuali.
Prima del 1870 tra le classi popolari non si erano ancora formati partiti veri e propri, e prevalevano le tendenze anarchiche e libertarie aventi per maestro e capo Michele Bakunin. Le spinse all’estremo il neciaievismo (termine appaiato all’ingrosso a quello famoso di nichilismo che terrorizzava la borghesia di occidente e che in effetti nulla significava), così detto da Neciaiév, deportato nel 1873, che lo predicò e praticò non solo come terrorismo individuale, ma come impiego di tutti i mezzi fino al ricatto e al «doppio gioco» – un precursore – coi peggiori arnesi di polizia.
Non manca di valore il rilievo di Trotsky che Marx fu indotto a lasciar sciogliere in Europa la Prima Internazionale, piuttosto che dare gioco a tali indirizzi disperati che sembrano estremi ma sfociano fatalmente nella capitolazione davanti alle ideologie reazionarie. Lo stesso Bakunin dovette a sua volta sconfessare Neciaiév.
Ma a questo punto appare la forza nuova, il populismo. Sono dapprima elementi della giovane cultura borghese che fondano il movimento «Andare al popolo», senza tuttavia trovare seguito tra lavoratori di città e campagna.
Ma nel 1875 il periodico Nabat (Campane a stormo), diretto da quel Tschakoff che ci è noto per la polemica con Engels, lancia l’idea di un movimento contadino, diretto a prendere il governo del paese a mezzo di un’azione rivoluzionaria: programma nettamente politico.
È nell’anno successivo che si organizza il partito dei Narodniki (popolari, populisti) col motto «Zemlia i Volia», ossia Terra e Libertà. Questo partito non si limita alla agitazione politica, ma incita al terrorismo individuale contro gli agenti e le forze statali.
Nel 1877 cinquanta populisti vengono processati. Ma intanto il movimento risponde con gli attentati: il 24 gennaio 1878 cade il governatore di Pietroburgo, generale Trepov, sotto i colpi della Vera Zasulich, passata poi al marxismo e traduttrice come si sa del Manifesto. Essa ripara all’estero, e con lei il suo compagno di partito Principe Kravcinski, che aveva soppresso il gen. Mezentzov, capo della gendarmeria.
Nel 1879 (anno della nascita tanto di Stalin quanto di Trotsky: Lenin era nato nel 1870) il partito populista, potente e diffuso in tutta la Russia, si trova già davanti alle questioni di metodo: il comitato segreto della Narodnaia Volia, o Libertà del Popolo, conduce la lotta terrorista, mentre una corrente di propagandisti segue Giorgio Plechanoff, che pochi anni dopo diviene, come poi fu detto, «il Padre del marxismo russo». Nel 1881 il Comitato Esecutivo del Partito riesce a far «giustiziare», come dicemmo, Alessandro II.
Il marxismo appare
Il 24 marzo 1870 in un messaggio alla sezione russa della I Internazionale (in effetti come in altre sezioni d’Italia, Spagna, ecc. si trattava di anarchici) Marx scrisse: «anche il vostro paese comincia a partecipare al movimento generale della nostra epoca».
Nel 1872 appare la traduzione in russo del primo volume del Capitale, uscito in tedesco cinque anni prima: in realtà raggiunge un pubblico di studiosi, più che di militanti di partito. Il Manifesto dei Comunisti era stato nel 186° tradotto da Bakunin e stampato nella tipografia del Kolokol (La campana). La traduzione Zasulich, colla notissima prefazione di Marx ed Engels, appare nel 1882.
Tutti i bolscevichi convengono di assumere la data 1883 come quella della prima fondazione di un movimento socialista marxista. Il gruppo «Emancipazione del Lavoro» fu però costituito in Svizzera, da Plechanov, Zasulich, Axelrod ed altri, fondando una Biblioteca socialista in russo.
Occupa tra queste pubblicazioni un posto importantissimo il libro di Plechanov: «Il socialismo e la lotta politica», che svolge la critica sistematica del Populismo e stabilisce le basi programmatiche per la organizzazione in Russia del Partito Socialdemocratico del Lavoro.
Non ci occorre tornare sulla questione del nome del partito, classicamente nota. I partiti occidentali nel 1864 alla fondazione della Prima Internazionale non avevano assunto il nome di comunisti, che aveva la Lega del 1848 ed era stato usato nel Manifesto del Partito in quell’anno. Tanto più dopo la scissione coi libertari bakuniniani prevalse la espressione tedesca di Socialdemocrazia. Cento volte nel corso degli anni abbiamo mostrato il male prodotto da questo nome: banalmente si crede sempre che l’antitesi fosse, per i marxisti, legalità e non rivoluzione; mentre l’antitesi vera è l’opposta: autorità (= violenza), non libertà.
Tuttavia il nome di socialdemocratici, poi denunziato da Lenin in aprile del 1917, era meno antistorico in Russia ove – ferma restando la teoria – il partito viveva la (qui in epigrafe) attesa della duplice rivoluzione, la lotta per la libertà democratica e la lotta per la dittatura di classe: successione che andiamo rimettendo, forse spiegando e rispiegando fino alla noia, al suo posto in questo lavoro.
Le conferenze regionali e le riunioni segrete si susseguirono per anni ed anni in Russia, finché fu possibile fondare il Partito nel suo Primo Congresso a Minsk nel 1898: il cammino dalla dottrina alla organizzazione occupò ben 15 anni. Sette anni dopo, nel 1905, il partito, dopo un laborioso sviluppo, era nel pieno della lotta rivoluzionaria. Altri dodici anni, ed era la vittoria integrale. La storia dei 34 anni contiene tutti i possibili insegnamenti per i metodi dell’azione comunista e il cammino della rivoluzione mondiale.
Critica del populismo
Risultati di primaria portata e soprattutto irrevocabili, per tremenda che sia l’odierna ondata di degenerazione rivoluzionaria, contiene la grandiosa battaglia contro i radicali errori e la influenza dannosa del populismo.
In polemiche storiche l’argomento fu impostato insuperabilmente da Giorgio Plechanov e poi sviluppato con la più grande ampiezza in successivi tempi dal suo allievo prediletto Lenin.
Occorre riassumere, per concretare questi risultati, le posizioni del populismo e la contrapposizione ad esse delle tesi marxiste.
Il fratello di Lenin, Alessandro, era un populista terrorista: sei anni dopo l’uccisione di Alessandro II organizzò l’attentato ad Alessandro III: questo fallì ed egli fu impiccato nel 1877. Lenin intanto diviene convinto marxista: già nel 1892 parla contro i Narodniki.
Nel suo opuscolo del 1894 contro il Michailovsky e la sua rivista «Ricchezza Russa» Lenin ribatte la polemica contro la dottrina di Marx e il materialismo storico con un’esposizione brillante e interessante, ma che non qui è il luogo di citare. Tra l’altro egli svolge la tesi che il momento fondamentale nel processo storico è quello della produzione e della riproduzione, o produzione dell’uomo stesso, cosa che era riuscita incomprensibile al M., sviluppo di un essenziale capitolo del marxismo che risponde a quanto abbiamo riesposto in una nostra riunione (Trieste: Razza e Nazione nella teoria marxista).
Sono invece qui non le critiche senza capo né coda degli scrittori populisti o quasi al marxismo, che importano, ma quelle dei marxisti al populismo.
Dal 1880 al 1890 Plechanov aveva discusso il movimento rurale in modo decisivo. In realtà non era un movimento spontaneo dei contadini; anzi in un primo tempo gruppi di entusiasti avevano tentato invano di organizzare la campagna.
Erano poi erano passati al metodo del terrore individuale. La critica dei marxisti a tale metodo risale alla diversa concezione degli agenti storici. Non si tratta di condannare i metodi illegali cospirativi e terroristici perché urtino con qualche nostro principio. Non abbiamo di queste tesi morali umanitarie, pacifistiche, o misticismi sulla inviolabilità della persona umana: simili limiti non ci fermerebbero mai, ove corrispondessero al destarsi della lotta di classe: non si tratta di politica di mani nette. Classe proletaria, partito, membri del partito, in dati casi tecnici anche isolatamente, non solo possono usare violenza e terrore, ma devono, in date situazioni, che dovranno in ogni caso essere attraversate, porre quelle forme di azione in primo piano.
Ma, nella visione populista è posta avanti la funzione dell’eroe che col suo sacrificio crea, per forza di esempio o passionale contagio, un rapporto di forza che altrimenti mancherebbe, e resta totalmente incompresa la derivazione della spontanea azione di classe, prima ancora che della generale coscienza e volontà, dalle esasperazioni delle determinanti economiche, dalla esistenza di precise condizioni materiali nei rapporti di produzione. Accreditare l’illusione che atti e gesti anche eroici possano aprire il varco – come generale, fondamentale risorsa – a movimenti storici, significa impedire il formarsi del partito che raggiunga la conoscenza e la volontà rivoluzionaria indispensabili.
Contadini e proletari
Qui un abisso si apre tra i due movimenti, e non poteva farsi luogo allo sviluppo di un partito marxista nel proletariato, senza ripudiare tutto il sensazionale quanto innocuo apparato di dramma del populismo di sinistra.
Mentre i marxisti rigettavano quel metodo in quanto appunto contraddice alla esigenza di costruire il partito operaio rivoluzionario, di cui ormai sono presenti le basi sociali, i populisti condannano il partito che sorge: secondo loro la sua esigenza di essere notorio lo rende capace di sole azioni economiche e rivendicazioni legali, conciliatore e abdicante alla questione del potere politico.
Questa questione di metodo di lotta così ben sviscerata dai marxisti russi classici costruisce la sfiducia nel partito sulla sfiducia nel proletariato industriale ed urbano, sulla pretesa che esso «non esista», sia un fatto «casuale», e che il capitalismo in Russia al più si sarebbe sviluppato marginalmente alla vita sociale della popolazione.
Quando Plechanov sosteneva che si sarebbe sviluppato con tutti i suoi caratteri presenti in Occidente, gli scrittori populisti gli rinfacciavano di volerne gli orrori e le catastrofi, pur di veder crescere proletariato e partito socialista. Lavorarono e Plechanov e Lenin a spiegare che la cosa non dipendeva dai «gusti» di questo o quel teorico, ma dalle reali forze economiche, e mostravano i dati del processo reale che nei precedenti paragrafi abbiamo riassunti: che del resto non certo idillio, ma oppressione, miseria e degenerazione imperversavano nella società precapitalista russa e nelle affamate desolate campagne ove i contadini vivevano peggio che quando erano servi della gleba; privi tuttavia di poter raggiungere quella unità di azione e di indirizzo, che solo ai lavoratori proletarizzati nel vortice cittadino, e del mercato generale, è dato raggiungere.
Abbiamo trattato a fondo la critica della teoria di una rivoluzione basata sulla comunità contadina di villaggio, e su una sua lotta di liberazione da tutte le soggezioni economiche e dalla oppressione statale. Plechanov ribatte su tutta la linea questa surrogazione dei contadini, ormai non più solidali nemmeno in parte, nelle cerchie locali di produzione, al proletariato, che invece nella misura in cui cresce di numero e cresce in concentrazione aziendale, si prepara sempre più ad un compito unico nazionale, anzi internazionale.
È da notare che quando la storia ufficiale del partito bolscevico rivendica questa superiorità del proletariato, come classe che cresce in quantità e in qualità, ed essendo sempre più spinta alla organizzazione è eminentemente – come nell’abc del marxismo – ovunque rivoluzionaria, rivendica anche la valutazione dei contadini come coloro che, nonostante la loro importanza numerica, costituiscono la classe lavoratrice legata alla forma più arretrata dell’economia, alla piccola produzione e perciò non hanno né possono avere un grande avvenire: che non soltanto non crescono, di anno in anno, come classe, ma al contrario si differenziano sempre più in borghesia rurale (kulaki) da una parte e, dall’altra parte contadini poveri (non significa ciò senza terra, quanto senza moneta, bestiame, attrezzi, semente, concime, ecc., ossia senza capitale), proletari o semiproletari; che per tale loro dispersione meno si prestano alla organizzazione e come piccoli proprietari partecipano non volentieri al movimento rivoluzionario … è strano, dicevamo, che dopo la parola contadini si inserisca, colla sigla N.d.R., una parentesi inattesa: (si trattava allora di contadini individuali). (Ed. Ricciardi).
Che cosa si intende col termine di contadino individuale? Evidentemente si vuole conciliare la incelabile tesi marxista e leninista che il contadino non è rivoluzionario, ma conservatore per natura, con quella poi sviluppata abilmente, a forza di accostate, che il contadino è rivoluzionario al pari dell’operaio, e collo smaccato corteggiar contadini in cui tutto il movimento è stato ingolfato, snaturando ogni impostazione di principio del problema.
I contadini russi quindi al tempo della polemica antipopulista, circa il 1890, erano «individuali», poi nel 1917 avrebbero cessato di esserlo, e oggi lo sarebbero ancor meno?
Non si vede come una simile tesi possa costruirsi storicamente. Col termine individuali si vogliono certo indicare i contadini che lavorano soli il lotto di terra su cui vivono, ed è sufficiente ad assorbire la loro forza lavoro inclusa quella dei membri della famiglia. Questo tipo di contadino chiuso in così piccolo campo di lavoro e di consumo è palesemente volto ad una psicologia meschinamente individualista. Ma appunto abbiamo visto i populisti più seri, come il Cernicevsky lodato da Marx ed Engels, tentar di sollevare più in alto il contadino russo del mir, della comunità rurale, poiché in lui l’interesse della persona e della famiglia scompare di fronte a quello del villaggio agricolo, collettivo nel lavoro, nella raccolta, nel consumo.
È dunque chiaro che il contadino russo, dalla riforma del 1861 in poi, non procedeva che verso forme sempre più individualiste; dissolvendosi, ormai senza speranza di saldarsi ad una originale rivoluzione agraria antiprivatista, la tradizione del comunismo primitivo.
Individualità e comunità
Come i contadini divengono individuali? Fino a che nella comunità di villaggio, che chiamammo microcomunismo, si lavora e raccoglie veramente in comune, e non lottizzando i campi per famiglia, e il raccolto non si quotizza nemmeno, ma forma una riserva comune, una mensa stagionale comune, questo mir ha tuttavia un ristretto orizzonte – e, se è servo – tributario di lavoro, prodotto in natura, o moneta, ad un boiardo, ad un convento, al despota, allo Stato, tale rapporto non ha mai storicamente condotto ad una rivoluzione di tutte le comunità contro il privilegio oppressore (dà anzi, per Marx, l’inerzia asiatica): un tale concetto può avere un parallelo nel sindacalismo che non vuole partito né politica, e tuttavia si pinge una rivoluzione sindacale, e non vede il «particolarismo» della lega di mestiere o di industria, la necessità della organizzazione politica, del partito, per avviare alla unità – nazionale o mondiale – della classe rivoluzionaria. Una concezione analoga è quella che subordina il partito – e il sindacato stesso – alla impalcatura dei «consigli di fabbrica» impegolati nella gestione aziendale. Il gramscismo-ordinovismo si esaltava – fuori luogo e fuori tempo – al movimento dei consigli «individuali», in quanto si può bene definirlo un «populismo industriale», agli antipodi – e ciò nel progredito occidente – della concezione marxista classica politica e dittatoriale della Rivoluzione, indivisibilmente centralista e ineluttabilmente totalitaria.
Qualunque conto si potesse fare su una saldatura – di cui Marx stesso aveva parlato – tra il comunismo primigenio e quello moderno-futuro, certo tale prospettiva si era dispersa per cento vie. Dapprima il villaggio spartisce il prodotto o il suo ricavo tra le famiglie in parti uguali, pagati che siano i sociali tributi di servitù ai dominatori. Ma poi germina l’invidia tra chi ha sgobbato più o chi di meno (uomo, o famiglia) e si spartisce la terra stessa, periodicamente, in modo che ognuno «mangi il frutto del suo lavoro» non già indeminuto come nell’ardente poetare lassalliano, ma minimizzato da tangenti di classe. Successivamente (e Stolypin dialetticamente ammirato da Lenin incoraggia questo cammino ad una Russia ruralmente borghese) la spartizione non è più periodica ma stabile, in legale proprietà titolare, ereditaria, e gli zar copiano il diritto romano del codice napoleonico. Ogni famiglia si è chiusa nel suo campicello circondato da frontiere contro il nemico: il nemico è il vicino, ogni vicino; non il terriero nobile o borghese, lo Stato, lo zar, sempre più lontani.
Il veleno della individualità per cui il generoso Cernicevsky aveva compatito il nostro bottegaio e venale occidente, concorrentista, e mistico del «mors tua vita mea», sorge anche presso i servi della gleba, attribuiti al signore feudale, nella persona singole e non come villaggi, in modo che il signore, di tutto padrone, alloga ognuno su una schiappa di suolo con una catapecchia per casa-prigione.
Sorge presso gli emancipati, appena si spartiscono invidiosamente la poca terra delle comunità, ancora decurtata dai nobili, e lo strozzinesco onere dei riscatti in denaro della persona e del villaggio, nel 1861. Rimane e aumenta presso i proprietari parcellari, subito rovinati e ridotti a dover locare dal signore, divenuto proprietario fondiario «alla borghese», uno strappo di terreno, pagando canoni ultraesosi in natura o in denaro. Questi sciagurati coltivatori diretti, siano proprietari accatastati per le sette generazioni, siano mezzadri e parziari, siano minimi fittavoli lavoratori, sono socialmente inchiodati ad una misera abitazione, isba cimiciosa o perfino inadatta al crescere della cimice, e ad un angusto anello che la racchiude, concimato di sudore e di sangue; sono dunque condannati ad una ristrettezza assai peggiore di quella antica del pur misero villaggio, non hanno speranza alcuna di respirare aria da diverso orizzonte.
Gli sventurati che non sono che coloni parziari o ad affitto basiscono nel terrore all’idea di venire estromessi dal fetido angoletto loro toccato, e la tenebra della individualità li guadagna ogni giorno più . Questa massa il cui amorfismo fa paura dovrebbe essere un fattore di rivoluzione? Gli stalinrinnegati dei nostri giorni sognano di adescarla colla beota irrevocabilità dei patti agrari in cui – oggi in Italia – si incarognisce tutta la gamma degli opportunismi politici, e putono di retorica antifeudale; laddove che altro era la medievale servitù, se non un patto agrario irrevocabile, bloccato a vita? Ma malgrado ogni loro prostituzione demagogica al commercio dei principi, l’invincibile codinismo dei coltivatori diretti – id est, individuali – ha volto loro le terga.
La campagna russa nel 1917 era dunque imborghesita e invelenita di «privatismo», i contadini erano affondati nelle aride sabbie dell’individualismo; non era che maggiormente motivata la definizione 1890 del bolscevismo classico: i contadini sono una classe legata alla più arretrata forma di economia, ossia alla piccola produzione: tale classe non ha, non può avere un grande avvenire.
Il contadino russo non era evoluto che in senso borghese, non era mutato ai tempi del 1917, e dall’altro lato non era mutata la considerazione che ne aveva il bolscevismo; che fosse stato Lenin a mutare su tale punto la rotta altro non è che sudicia menzogna dei suoi odierni idolatranti-profanatori.
Lenin e il populismo
Che la nostra impostazione risponda alle tradizioni dei boiscevichi russi – prima di dire della classe rurale veramente proletaria, i braccianti agricoli, cui sempre Lenin intensamente guardò rimpiangendo che in Russia la rivoluzione mancò di tale falange, e forse non valutando abbastanza quanto formidabile essa fosse nei paesi di occidente, e non seconda ai proletari di fabbrica – lo proveremo con alcuni passi della polemica 1894 di Lenin contro Michailowsky.
«Sono avvenute due cose: in primo luogo il socialismo russo (corsivo di Lenin), il socialismo contadino del decennio 1870-1889, che «si infischiava» della libertà a causa del suo carattere boghese, che lottava contro i «liberali dalla fronte serena» i quali si sforzavano di attutire gli antagonismi della vita russa, che sognava una rivoluzione contadina (Lenin si riferisce al cammino del popolismo che, partito da un programma di insurrezione, terrore e distruzione, si era involuto a movimento della borghesia rurale, dei kulaki, dell’embrionale capitalismo agrario) – si è completamente disgregato e ha partorito quel volgare liberalismo piccolo-borghese che considera come «impressioni incoraggianti» le tendenze progressive dell’azienda contadina, dimenticando che esse sono accompagnate (e condizionate) dalla espropriazione in massa dei contadini».
In secondo luogo, rileva Lenin, questi socialrurali si sono messi a fare i mangiamarxisti a tutto spiano, e attaccano non più zar, nobili, e poliziotti, ma gli operai industriali e socialisti. Facevano una volta complimenti a Marx, ora si diffondono a proclamarne il (solito) «fallimento» di lui.
Che fecero i marxisti russi? «Anziché limitarsi a constatare lo sfruttamento, essi vollero spiegarlo. Videro che tutta la storia della Russia dopo la riforma consiste nella rovina delle masse e nell’arricchimento di una minoranza; osservarono la gigantesca espropríazione dei piccoli produttori a fianco del progresso tecnico generale; notarono che queste contrapposte tendenze sorgono e si rafforzano dove e in quanto si sviluppa e si rafforza l’economia mercantile; e non potevano non concludere di avere a che fare con una organizzazione borghese (capitalistica) dell’economia, la quale generava necessariamente la espropriazione e lo sfruttamento delle masse … Ma il capitalismo creò una nuova classe, il proletariato industriale. Questa classe, che subisce lo stesso sfruttamento di tutta la popolazione lavoratrice della Russia, è però in condizioni vantaggiose per la sua liberazione: nessun legame la unisce colla vecchia società, le condizioni stesse del suo lavoro la organizzano, la costringono a pensare, le danno la possibilità di scendere nell’arena della lotta politica. È naturale che a questa classe i socialdemocratici abbiano rivolto tutte le loro speranze».
Che Lenin un giorno abbia visto deluse queste speranze ed abbia, come giocagtore d’azzardo sbancato, puntato invece sulla carta contadina, e per ciò solo fatta la rivoluzione; questo non è il leninismo, questo … è merda.