Partito Comunista Internazionale

[RG-21] Le lotte di classi e di Stati nel mondo dei popoli non bianchi storico campo vitale per la critica rivoluzionaria marxista Pt.1

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Parte I. La dottrina dei modi di produzione valida per tutte le razze umane

La grande serie marxista

Voler legare la realizzazione del programma socialista alla vicenda del filone storico di una sola delle grandi razze della specie umana, ossia a quella dei bianchi caucasici, o ariani, o indo-europei; concludendo che se quello stipite, si trova ormai al termine del ciclo, più non interessa quanto si svolga nel seno delle altre società razziali, è un tale tipo madornale di errore che è agevole mostrare in esso riuniti tutti i possibili e vecchissimi errori di tutti gli antimarxismi, più ancora che tutte le peggiori degenerazioni revisionistiche.

Una simile designazione di un “popolo eletto” nella storia, buona piattaforma di una nuova sorta di razzismo e nazionalismo, non si può introdurre su basi diverse da quelle su cui la poggiarono le costruzioni mitico-filosofico-scientifiche tradizionali e conformiste, chiuse tutte entro il confine della cultura borghese. Per il fideista è un Dio sopraterreno che investe un popolo, una nazione razziale , della missione di pilotare il mondo, se necessario con lo sterminio degli altri popoli. Per il pensiero borghese illuminista la guida è presa da quel popolo che per il primo ha scoperto in sé la “fonte immanente” della morale sociale e della civiltà, erigendola in “cultura nazionale” ha preso la facoltà di ordinare armonicamente se stesso su leggi “naturali” e quella di irradiare su popoli ritardatari queste “conquiste” illuminanti. Per la ramificazione totalitaria di tipo hitleriano di questa stessa dottrina borghese e moderno-critica, è una pseudo scienza che identifica questa razza eletta o super-razza, come aveva voluto identificare, per spossessare dèi e semidèi, il superuomo, e le dà con le macchine più perfette e le armi più distruttrici la virtù prima di ordinare il mondo. Se riferiamo Hitler agli ario-germanici, possiamo anche senza troppi sforzi riferire Stalin agli slavi, nell’attribuire ad altro stipite umano la superiorità sul pianeta… e fuori. Quando il primo sterminò gli ebrei a milioni, in fondo applicò ad essi in una versione borghese, più scientifica e più criminale, come tutte le forme della civiltà del capitale, secondo la legge del taglione, la loro pretesa mistica e plurimillenaria di essere gli eletti di Dio; che vollero loro usurpare a turno storico cristiani ed arabi (reso il debito omaggio alle potenzialità internazionaliste della chiesa cattolica su tutte).

In questa vana graduatoria di popoli che non supera di molto la graduatoria dei Capi, dei Condottieri e degli Eroi, ricadono in forme diverse gli stalinisti rinnegatori del marxismo, e gli attuali gruppetti negatori della dinamica del potenziale storico immenso che hanno in atto e in riserva le popolazioni di colore, che sarebbero dimenticate da Dio o lasciate da parte dal carro pubblicitario della cultura e del sapere…, del che è da ridere, prima ancora che per le ragioni scolpite in passi classici del marxismo sulla rottura capitalistica di ogni barriera alla diffusione e alla comunicazione mondiale, per il dato notissimo che in fatto di Dèi e di teologie, di cultura e di scrittura, e perfino di scienza tecnologica, moltissimi di quei popoli precedettero di millenni non pure i parvenus slavi, o i mezzi parvenus germano-sassoni, ma gli stessi classici greco-romani e le civiltà del vicino Oriente, che nel correr dei secoli i primi posti se li sono ormai giocati.

Il senso del marxismo è di distruggere questapersonalità dei singoli popoli e delle singole razze e l’attribuzione ad essi e ad esse di qualità innate particolari che forgiano loro un destino, in modo analogo al distruggere la personalità e la predestinazione dell’individuo umano isolato come fattore di storia. Non capire quel primo punto ha gli stessi effetti che smarrire la visione del secondo; effetti che significano ricadere in vedute piccolo-borghesi, anarcoidi, e di banale individualismo; effetti che giocano, ogni giorno che vediamo dissolversi, in ex marxisti o sedicenti marxisti, la potenza della critica alla democrazia liberale nelle miserie del demo-laburismo e della opposizione della classe bruta al partito, forme deficienti che non si pongono un centimetro più sopra della fantoccia “democrazia popolare” del comunismo rinnegato di Mosca, o di Pechino.

La dottrina che per effetto di condizioni materiali e di gioco di forze produttive precede la storia, e che tale chiave sola può anche spiegarci, anzi sola lo deve, l’alternarsi di Stati, di popoli e di razze al controllo del mondo o di sue parti vastissime, non esclude nessun alternarsi ulteriore di popoli in questo turno grandioso e determina per ben altre vie le forme di chiusura del ciclo. Tale nostra dottrina, nata col tempo moderno, ci ha già porte varie soluzioni circa la strada geografica centrale all’avvento del socialismo internazionale, come risulta da testi di base e da essenziali deduzioni dai principii generali; e non ha nemmeno finora escluso che lotte ubicate in territori e tra genti inattese vengano ad influire sull’evoluzione sociale generale delle forme umane.

Essa è indubbiamente molto più ricca della dottrina della egemonia di Stati e di nazioni più forti nella guerra e nella conquista, o primeggianti nel sapere, dottrina che è antideterminista e scettica sulla fine di una o di tutte le “civiltà” di cui ad ogni passo disserta.

Struttura e sovrastruttura

La relazione tra sottostruttura economica e sovrastruttura politica non sarebbe mai stabilita senza la profonda osservazione e rilevamento dei fatti di cui la sovrastruttura è teatro, come non esisterebbe la legge della gravitazione universale, confermata dai progettati ed attuati variopinti satelliti, senza l’osservazione dei moti apparenti degli astri e le regole e concomitanze che Keplero trasse da esse.

Dire che alla storia degli Stati e dei popoli noi sostituiamo quella delle classi non si riduce al banale espediente di eliminare gli Stati con un calcio nel sedere, chiudere gli occhi al loro avvicendarsi, e dare la parola come un presidentello di assemblee chiacchierone a nuovi protagonisti, il cui nome rimbombi ad ogni battuta, ma la cui parte sia priva di dinamismo vitale, alle classi; anzi in fondo a quella che ingenuamente si tratta come la classe unica, l’eletta, la predestinata.

Con ben altre costruzioni uscì Marx dalle meschinità dell’Utopismo, generosa ma vuota edizione proletaria della metafisica nella storia. Semplifichiamo.

Gli eserciti che lo storico convenzionale vede sul proscenio coi loro Stati Maggiori e grandi capitani non sono che un “prolungamento” degli Stati politici, e talvolta la forma stessa organizzata che questi assumono. Gli Stati sono la manifestazione e la espressione della divisione della società in classi; per il marxismo sono date classi che hanno organizzato il proprio dominio sulla società umana e su quei suoi gruppi che sono i popoli. Ma una classe non si organizza in uno Stato sua propria espressione, che organizzandosi prima, e con una serie di lotte sociali suscitate dai rapporti in cui vive e produce, in partito politico, in organo per la presa e la gestione del potere. Egli è per questa basilare enunciazione della nostra visione della storia che chi propone alla classe di prendere e gestire lo Stato senza l’intermediario della forma-partito imita chi proponesse all’artigiano e al proletario di prendere il blocco incandescente di ferro da forgia con le mani e non con le tenaglie; al combattente di tenere la spada per la punta o il fucile per la bocca.

Questa gente che piange sui pericoli dello Stato e del partito ricorda il famoso comico motto, scusa degli imbelli e dei pavidi: el defeto xe nel manego!.

La storia dunque si legge con forza marxista quando si sa risalire gli anelli di questa catena di cause e di effetti, di masse umane in moto e di forze motrici in cui è prima la violenza, levatrice della storia: eserciti e polizie organizzati di Stato, partito politico dirigente l’organizzazione dello Stato che sovrasta la società, classe che è partita nella storia organizzandosi in quel partito politico, nelle sue forme e nei suoi organi, posizione della classe rispetto ai rapporti di produzione, conflitto di interessi tra essa e un’altra, e in genere varie altre classi, unite dall’essere soggette o dal dominare insieme. Il solito abusato antagonismo dualistico non è nemmeno un punto di arrivo obbligato di tutto il lungo cammino, che testé risalivamo a ritroso.

In questo lungo percorso, di classi che si sostituiscono le une alle altre nella direzione della politica e dell’economia sociale, di partiti e Stati che ne esprimono il potenziale, di urti alternamente sciolti tra classi dominatrici e dominate, di scontri fra Stati di diversa sede geografica ed origine razziale – in cui si scatenano le più grandi masse di energie e che nella generalità sono fra Stati condotti, nella propria società indigena, anche da classi socialmente affini – si accavallano in una immensa ricchezza di situazioni e di vicende società limitate (ossia nazionali, che vorremmo dire società finite), che la dottrina del materialismo marxista, per la prima, ha classificato in una serie storica e causale di tipi, di modelli. Non sarebbe a parlare di un sistema, di una concezione marxista del divenire storico, se di questi modelli non fossimo giunti a possedere criticamente una serie continua, la grande serie delle forme sociali, dei modi di produzione, che getta come un immenso ponte al arcate multiple tra lo stesso inizio – la prima forma di vita associata di gruppi dell’animale uomo appena uscito dallo stato bestiale – e lo stesso termine di cui abbiamo scientificamente dedotto l’avvento futuro: la società comunista.

La grande “serie” dei “modi” di produzione

Nulla toglie il marxismo alla immensa vastità delle combinazioni ed anche delle inversioni con cui la serie nelle varie sedi storiche si svolge e si intreccia; e mentre gli avversari deridono la nostra sicurezza di aver trovato un senso unico alla via della storia, le innumeri scuole revisioniste che, accampate tra quelli e noi, ammorbando l’aria limpida generata dagli aperti contrasti, usano a vanvera il nostro metro e leggono alla rovescia la nostra bussola prestandoci falsificati schemi rigidi ed angusti, atti solo a volgere al ridicolo le grandi conquista della dialettica storica. Sono tra questi ultimi gli attuali denegatori della ricca fecondità storica degli urti di Stati e di classi tra i miliardi di uomini dei popoli di colore in cui negli anni che viviamo ferve un’attività tanto vulcanica quanto più deludente è la passività delle società bianche impantanate nel più ignobile momento della loro storia e della loro degenerazione sociale, e maestre solo di viltà controrivoluzionaria e cinismo esistenziale.

Che il marxismo sia ricco di una gamma di brillanti ipotesi nello sviluppo delle società moderne, tratta dalla visione unitaria della “grande serie” dei modelli di produzione e che considera la rivoluzione come una forza che si apre la via anche dal fondo di strade che sembravano cieche, non si deduce solo invocando e citando in appoggio passi e pagine più che classiche, usate a Firenze nel 1953 e nel 1958, anzi sempre e dovunque, sulla base delle opere più note e divulgate in tutte le letterature, ma trova una base e conferma in un testo che fu per altri campi anche utilizzato suggestivamente alla riunione di Piombino: la stesura di bozze della grande opera del Capitale, i Grundrisse, il magistrale canovaccio di Carlo Marx, quello che scrisse per sé, (e per noi) senza ancora nessuna preoccupazione di dargli una forma con cui presentarlo ai porci della cultura borghese. Questa serie di quaderni incisi dal pugno di uno sgrossatore dai muscoli di tagliatore di roccia, è stata recentemente pubblicata; e il capitolo cui faremo riferimento anche in italiano, quasi tutto, col titolo: Forme che precedono la produzione capitalistica, edizione RinascitaMa della traduzione è bene si dubiti, non fosse altro che per la difficoltà di cogliere il senso del testo in passi per nulla facili e dovuti ad una stesura rude e senza lavoro alcuno di limatura, rinviato ad altro stadio del lavoro.

Colla scorta di questo testo meraviglioso si può inserire nella letterature marxista quel capitolo che altrimenti andava ricostruito da varie e diverse fonti (il Manifesto, il Capitale, l’Antidühring) ossia lo svolgimento della famosa pagina della prefazione alla Critica dell’economia politica apparsa nel 1859 (come primo ricamo agli occhi del pubblico sul canovaccio rozzo di scrivania). È la pagina in cui il ‘mago’ svela il suo ‘segreto’ sul modo con cui gli uomini vivono la loro storia e sul dramma del contrasto tra le forze produttive e i vecchi rapporti di produzione, giunti all’ora dell’esecuzione rivoluzionaria. Oggi questo scorcio si trova in versione autentica sviluppato in una dimostrazione organica, condotta in modo possente ma tuttavia da ricostruire con profondo accorgimento perché in un simile lavoro l’ordine delle proposizioni e posizioni non è cronologico, e la trama continua della “grande serie” vi è contenuta in modo impressionante ma non certo esplicito, grezzo come un getto uscito dalla prima fusione e ruvido di tutte le scorie.

Il grande interesse, come ai fini dei concetti trattati a Piombino sulla produzione per mezzo di macchine, sull’automazione, descritta con un secolo di anticipo in maniera suggestiva, è soprattutto quello che dimostra il teorema della invarianza: questa costruzione nella sua ossatura non è stata da Marx mai mutata.

Ed è non meno importante il fatto che passi e pagine possenti di questo testo, che ci viene restituito vergine dal secolare lavoro di sordide smussature condotto da indegni pretesi seguaci del Maestro, ribadiscono la smentita polemica che mille volte i marxisti integrali hanno vibrata ai falsificatori, e noi al loro sommo campione Giuseppe Stalin. Il marxismo scolpisce i connotati e i rilievi della società comunista, li desume da quelli della società immonda borghese e ve li contrappone in contrasto spietato, e tratta scientificamente la derivazione della forma capitalista da quelle antiche, in quanto nell’antitesi esalta ed ammira quelle contro la borghese, tra tutte infame, bassura infima della curva secondo la quale l’umanità si muove. Non può accampare pretesa a chiamarsi dialettico e marxista chi non sa leggere, ogni qualvolta si discute del passaggio da precapitalismo a capitalismo, i taglienti enunciati del passaggio da capitalismo a comunismo, che sono tutti capiti e addotti a rovescio non solo dagli opportunisti delle varie storiche ondate (per i quali il comunismo trae la maggioranza dei suoi connotati da “immarcescibili conquiste” del tempo capitalista) ma anche dai gruppetti delle sinistre eterodosse che nelle loro storture svelano ad ogni tratto la loro soggezione reverenziale per i “valori” capitalistici di libertà, civiltà, tecnica, scienza, potenza produttiva – termini tutti che noi, con Marx originario e uscito dal getto incandescente della fornace rivoluzionaria, non vogliamo ereditare, ma spazzare via con odio e disprezzo inesausti.

Il meraviglioso disegno

Per la descrizione del comunismo e del suo avvento non occorre a noi altro materiale di quello predisposto da Marx nel 1858, un secolo addietro, ossia la serie dei modi produttivi che parte dal primitivo comunismo tribale ed è già pervenuta a darci saggi storici maturamente sviluppati del modo moderno: mercato – capitale – salario. Non abbiamo razzi e missili truffaldini da aggiungere a quelle “armi convenzionali” della lotta di classe, in dottrina già ben affilate in quel 1858. Da allora non diciamo che la storia si è fermata, ma che ha continuato a discendere nel pattume della fogna borghese, e da allora come partito, e si adonti chi vuole, sappiamo tutto.

Questo nostro centrale teorema contiene lo sbugiardamento di tutte le menzogne revisioniste che circolano. È facile enunciarlo, sempre a fine non di esaurire lo sterminato tema, ma di chiarificarne e rinvigorirne la duramente raggiunta presentazione.

Lo diremo, a rabbia dei chiacchieroni “a soggetto”, in modo schematico. Se le forme o modi sociali col capitalismo sono state n, in tutto esse sono n + 1. La nostra rivoluzione non è una delle tante, ma è quella di domani; la nostra forma è la prossima forma. Il comunismo diverrebbe in teoria la forma n + 2, se comparisse una forma di più che sia già post-capitalismo e non sia ancora comunismo; comunismo con tutti quei precisi caratteri che abbiamo sviscerati partendo dai caratteri differenziali tra il capitalismo che intorno ci appesta e le forme a cui esso è seguito. Se così fosse, non sarebbe giunto un secolo e più fa il momento storico per fondare il sistema invariante della rivoluzione, come dottrina, come partito, come combattimento.

Negare la forma n + 1 non comunista, significa esprimere in forma sia pure simbolica la nostra posizione, elaborata in complesse analisi storiche ed economiche, che liquida due aberrazioni revisioniste: quella staliniana (e peggio post-staliniana) per cui non sia un prolungamento del capitalismo (e quindi da registrare sotto il numero n della serie ) ogni salariato mercantile in azienda di Stato; e quella “trotzkista” o meglio di tanti che a vanvera ora invocano ora compromettono Trotzky, per cui la forma n + 2 sarà il socialismo-comunismo; mentre quella n + 1 è la dominazione della burocrazia-classe.

Il principio dell’unicità di serie storica dei modi pre-comunisti vale anche a buttare da parte ogni dottrina della costruzione del socialismo in un paese solo partendo dalla forma n – 1 ossia dal precapitalismo feudale, prima che un esempio pieno del trapasso da n a n + 1 (che non può darsi che in campo internazionale) si sia presentato. Con tale falsa dottrina cade quella delle vie nazionali al socialismo, per cui da paese a paese l’itinerario sia di un numero diverso di termini, varie unità in meno o in più di n.

La stessa follia si ravvisa nel negare carattere di trapasso rivoluzionario alla rivoluzione nazional-liberale dei popoli di colore, per condannarli da un tribunale di fantasia alla immobilità e passività fino a che non possano spiccare lo stalinistico salto da n – 1 ad n + 1 improvvisando dal nulla la lotta di classe tra imprenditori capitalisti e proletari, ovvero facendosi iniettare dall’esterno una volontarista attuazione di socialismo, a cui non si può credere senza passare nel gregge di Stalin.

È indiscutibile che fin dall’apparire del modo storico di produzione borghese in vaste parti del mondo, essendo una delle caratteristiche della forma capitalista il passaggio dall’obbiettivo interno, mercato nazionale (che vuol dire indipendenza nazionale, Stato nazionale borghese), all’obbiettivo esterno del mercato mondiale, termine essenziale in Marx, il moto generale si accelera grandemente e gli scarti di tempo nei passaggi tra forme sociali in diverse zone geografiche divengono minori. La rivoluzione borghese del 1948 in Europa, che ebbe alleata la classe operaia rimbalzò in pochi mesi dall’una all’altra delle grandi capitali, e questo è esempio classico del tracciato marxista. Da allora la borghesizzazione e industrializzazione del mondo procede a ritmo invincibile. Quindi quella che abbiamo sempre chiamata doppia rivoluzione, e che ora diremo rapido passaggio da n – 1 ad n, e poi da n ad n + 1, si presenta come un’eventualità storica fortemente probabile, come si era presentata per la Russia. Ma la sua condizione era internazionale, ossia la rivoluzione politica e la trasformazione sociale nei paesi di capitalismo già maturo, come passaggio da capitalismo a socialismo.

La dottrina della sinistra ha provato che la rivoluzione russa, mancate e tradite le rivoluzioni occidentali (da n a n + 1) si è dovuta ridurre ad una pura rivoluzione capitalista (da n – 1 ad n). Ma indubbiamente gli effetti del fallimento – più che tradimento di persone – stalinistico sono lì. Non essendo storicamente da attendersi rivoluzioni comuniste vere in Occidente e per ora nemmeno in Russia, in quanto non si vedono partiti organizzati per la presa del potere e sul giusto programma rivoluzionario, gli altri paesi ancora pre-capitalistici non ci possono dare rivoluzioni doppie, come si poteva sperare per la Russia, nel periodo fecondo per l’Europa del primo dopoguerra.

Il risultato internazionalista e rivoluzionario è oggi che questi paesi si smuovano dalle forme precapitalistiche antiche e facciano il primo passo verso la forma borghese, che è la rivoluzione nazionale. Sia in questi paesi che in quelli dell’Ovest il proletariato è assente come classe finché è aderente a partiti controrivoluzionari. Nella misura in cui è presente, deve: in dottrina, come Marx nel 1860, svolgere critica completa del programma nazionale e democratico; in organizzazione, non mescolare la sua organizzazione in partito di classe a quelle piccolo-borghesi; in politica storica, ossia in quanto l’azione non è borghesemente cultura ed elettoralismo, ma insurrezione in armi, sostenere il rovesciamento dei poteri feudali da parte anche dei “nazionalisti rivoluzionari” di Lenin al II Congresso. Logicamente questa norma vale per tali insurrezioni anche e soprattutto quando sono xenofobe, ossia dirette contro gli imperialisti bianchi, alleati o meno dei vecchi poteri locali, o anche di una nascente grande borghesia locale.

Che una rivalità tra imperialismi, tra i quali oggi va elencato certo quello sovietico, divenga ragione per non appoggiare nessuna delle rivolte dei popoli colorati contro gli imperialismi di occidente, è argomentare tanto scemo quanto quello in cui nel 1914-15 si respingeva il disfattismo “alla Lenin” con l’argomento che vibrando un colpo, ad esempio, allo Stato italiano, si correva pericolo di cadere dalla soggezione alla borghesia italiana in quella alla borghesia austriaca: opportunismo classico, spaccato!

Pagine classiche

Se il nostro schema un poco rude non si reggesse, tutte le più alte pagine del marxismo diverrebbero vuote di vita.

Nel Manifesto dei Comunisti, la critica più feroce di ogni sovrastruttura borghese si sposa mirabilmente al più grande inno che alla funzione rivoluzionaria della borghesia sia mai stato levato.

La scoperta dell’America e la circumnavigazione dell’Africa offrirono nuovo terreno all’adolescente borghesia. I mercati delle Indie Orientali e della Cina, la colonizzazione dell’America, i traffici con le colonie, l’aumento dei mezzi di scambio, e soprattutto delle merci, diedero un impulso, sino allora sconosciuto, al commercio, alla navigazione, all’industria, favorendo in tal modo, nella cadente società feudale, il rapido sviluppo degli elementi rivoluzionari“.

La grande industria aperse il mercato mondiale già preparato dalla scoperta dell’America. Il mercato mondiale diede al commercio, alla navigazione e alle comunicazioni continentali uno sviluppo smisuratamente grande. Questo sviluppo, alla sua volta, reagì sull’espandersi dell’industria, e nella stessa misura in cui si andavano estendendo industria, commercio, navigazione e ferrovie, la borghesia si sviluppò, aumentò i suoi capitali, e ricacciò nel retroscena le classi sopravvissute al medioevo“.

Col rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella corrente della civiltà anche le nazioni più barbare. I tenui prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante che abbatte tutte le muraglie cinesi, costringendo a capitolare il più indurito odio dei barbari per lo straniero. Essa costringe tutte le nazioni ad adottare tutte le forme di produzione della borghesia, se pur non vogliano perire, e le sforza ad accettare la cosiddetta civiltà, cioè a diventare borghesi. In una parola essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza“.

La descrizione della funzione borghese è tremendamente dialettica; quando si dice che l’odio dei barbari capitola dinnanzi alla strapotenza del capitale, il comunista si pone in questa lotta, il cui scioglimento è storicamente utile al corso generale, non a fianco del civile bianco, ma del ribelle barbaro.

Come altrimenti si direbbe poco oltre, quando si passa a segnare il futuro ineluttabile della società e civiltà borghese, descrivendo le crisi della produzione e la loro catena che va verso una sempre più profonda crisi rivoluzionaria, queste parole, che chiaramente mostrano da sole quanto sia lontano da noi chi teme ed ammira la potenza della tecnica e della civiltà meccanicadell’industrialismo superproduttore? “La società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di esistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttive di cui essa dispone non servono più a favorire lo sviluppo della civiltà borghese e dei rapporti della proprietà borghese; al contrario sono divenute troppo imponenti per tali rapporti che le inceppano: le forze produttive sociali rompono tali ceppi, scompigliano tutta la civiltà borghese e minano l’esistenza della società borghese“.

Solo chi sa seguire tale direttiva luminosamente data fino dal 1948 potrà intendere che Marx esalti il rovesciamento della muraglia cinese verso terra o verso il mare, ed abbia parole tremende di indignazione contro i metodi della guerra dell’oppio, i massacri dei cinque porti e di Pechino.

Oggi il nostro orrore della civiltà capitalista ha solo motivo di essere decuplicato, centuplicato. Il braccio levato contro le sue gesta, sia pure a brandire la zagaglia del mau-mau, è di un fratello del proletariato comunista.