Partito Comunista Internazionale

In Russia e in Ucraina la guerra è contro la classe operaia

Categorie: Capitalist Wars, Russia, Ukraine

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Fin dai primi giorni di guerra le borghesie ucraina e russa hanno recitato la commedia di aprire a negoziati e l’ipotesi “trattativa” emerge di tanto in tanto. Se non è da escludere che possano trovare un accordo fra di loro, e i pennivendoli al loro servizio ne hanno fornito le più svariate ricostruzioni, i marxisti sanno che qualunque pace borghese resta pur sempre una tregua temporanea, volta alla preparazione di una nuova guerra.

Non ci sarà mai una tregua nella guerra di classe contro il proletariato. Per cui, senza rinunciare alla valutazione dei mutevoli rapporti inter-imperialistici, ben più importante risulta indagare se nella tragedia che si sta consumando sul suolo ucraino sia possibile intravedere uno spiraglio di reazione della lotta proletaria contro la nemica classe borghese e la sua guerra.

Il massacro di proletari ucraini e russi prosegue cruento e massiccio. Le proporzioni del macello in corso sono state fornite dalla maldestra “numero uno” della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che a fine novembre ha parlato di 100.000 soldati ucraini uccisi. I governanti a Kiev si sono infuriati, vogliono nascondere questa ecatombe alle popolazioni degli Stati coinvolti nel sostegno economico e militare a Kiev, e soprattutto alla popolazione ucraina che subisce il martirio, con molti che non hanno notizie dai congiunti al fronte, molti dei quali morti, ma di cui nulla si ammette per evitare i risarcimenti ai familiari.

Le terribili cifre stridono con l’immagine della propaganda di guerra pro-Ucraina, tesa a narrare l’avanzata vittoriosa dell’esercito e le enormi perdite dei russi, descritti sempre sul punto del collasso. Oltre la propaganda bellicista queste cifre confermano quanto nei mesi scorsi rivelato dai soldati ucraini, che più volte denunciavano di essere sacrificati come carne da cannone. Le voci di protesta nelle trincee ucraine, almeno in questa fase, sembra siano state messe a tacere, ma non certo sono venute meno le condizioni che le hanno prodotte. Questo silenzio è dovuto alla repressione attuata dagli apparati militari e dalle formazioni nazionaliste inquadrate nell’esercito.

Infatti, nonostante gli spostamenti dei fronti, il massacro continua. Nelle ultime settimane una nuova località si è guadagnata la fama di divoratrice di vite di giovani soldati: Bakhmut, nel Donbass. La stessa stampa americana ha riportato che in un giorno di fine novembre in un solo ospedale della zona erano transitati ben 240 soldati, tra morti e feriti. Così ha descritto Bakhmut il capo dei mercenari del gruppo Wagner che opera nella zona fra i russi: «Bakhmut è un’area grande, fortificata, con strade, sobborghi e barriere d’acqua. L’esercito ucraino offre una resistenza valida. Il nostro obiettivo non è Bakhmut in sé ma distruggere le forze ucraine e ridurre il loro potenziale, cosa che ha un effetto positivo sul resto del fronte. Per questo abbiamo ribattezzato l’operazione “il tritacarne di Bakhmut”». Nel dire una bugia, cioè che Bakhmut non sia un obiettivo (la verità è che nonostante i ripetuti attacchi ancora non sono stati in grado di prenderla), ha detto la verità su una guerra che è un grande “tritacarne”!

Che la guerra in corso sia prima di tutto contro il proletariato lo si evince anche dalle condizioni dei proletari ucraini nelle retrovie. Da ottobre l’esercito russo in ritirata, prima da Kharkiv poi dalla regione di Kherson, ha iniziato a colpire massicciamente le infrastrutture ucraine, in particolare la rete elettrica, provocando interruzioni di corrente, acqua e riscaldamento, colpendo duramente la popolazione. Lo stesso sindaco di Kiev ha parlato di apocalisse, che però non riguarda la ricca borghesia ma i proletari che dovranno affrontare il rigido inverno, al freddo, al buio e senz’acqua.

Iniziano a manifestarsi le prime proteste spontanee, per esempio nelle strade di Odessa.

Inoltre la borghesia ucraina approfitta della guerra per schiacciare il proletariato e imporgli condizioni di lavoro più dure di quanto era riuscita a fare in pace. Ha iniziato a smantellare quanto era rimasto della vecchia legislazione introducendo lo scorso agosto un decreto che autorizza le imprese fino a 250 dipendenti, circa il 70% dei lavoratori ucraini, a non applicare più il codice del lavoro, al quale il padrone può derogare nei contratti. Quindi via libera ad aumenti della giornata lavorativa, fino a 60 ore settimanali, libertà di licenziamento, riduzione delle ferie e dei giorni di riposo, ecc.

L’attacco dei capitalisti colpisce non solo per le conseguanze della loro guerra ma anche nell’immiserimento generale dei proletari ucraini: dati della Banca Mondiale indicano che la povertà è salita dal 2% prima del febbraio 2022 al 25% e continuerà a crescere nei prossimi mesi; la disoccupazione si è impennata; i salari di alcune categorie hanno già avuto una forte riduzione. Le privazioni che devono sopportare i proletari ucraini non si vedevano in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale, per la mancanza di beni essenziali e per l’aumento vertiginoso dei prezzi.

Massacrati al fronte, congelati in casa e sottomessi al lavoro! Questa è la condizione dei proletari ucraini.

Anche i proletari russi sono schiacciati dalla nemica classe borghese. Le loro condizioni al fronte somigliano a quelle dei loro fratelli di classe ucraini, e si è assistito alle medesime manifestazioni di protesta nei confronti della guerra, con video messaggi in cui denunciano la condizione di carne da cannone. Ad esempio in un video-messaggio si lamentavano di essersi ritrovati «in un edificio senza elettricità, niente finestre, freddo, fame, niente rancio; non sappiamo cosa accadrà; siamo abbandonati, mandati ad essere fatti a pezzi dal nemico». Altre testimonianze video giungono anche dai centri reclutamento. Come sul lato ucraino, alle proteste i comandi russi non fanno mancare una violenta repressione.

Tra i soldati russi c’è una totale mancanza di fiducia nel futuro e cresce l’irritazione contro i comandi militari e il potere politico. Come in Ucraina si tratta di manifestazioni istintive, che mancano di indirizzo politico, ma che rappresentano un primo segnale di indisponibilità dei proletari a morire per la patria borghese.

Arrivano anche notizie di scioperi in Russia, ancora isolati e non inseriti in un vasto movimento operaio ma che dimostrano la disponibilità dei proletari a battersi nonostante il clima da “unione sacra” del paese in guerra. A Sakhalin hanno scioperato per il mancato pagamento dei salari 1.500 lavoratori di un importante giacimento di gas. A Mosca e in altre città hanno scioperato i corrieri delle consegne a domicilio contro le dure condizioni di lavoro e la bassa retribuzione; hanno anche dichiarato solidarietà con i prigionieri politici, che affermano essere più di mille in Russia, tra i quali i capi del loro sindacato. A San Pietroburgo i dipendenti della IKEA hanno scioperato contro la minaccia di licenziamenti.

Queste opposizioni alla guerra, in Ucraina e in Russia, sono episodi isolati e restano schiacciati dalla soverchiante forza degli Stati borghesi. Ma, nonostante tutti i potenti mezzi materiali e ideologici della classe dominante, impiegati per spingere i proletari ucraini e russi a massacrarsi a vicenda, non può essere del tutto annichilito il movimento proletario contro la guerra, che, anche se non ancora organizzato e illuminato dalla direzione del partito comunista, fa sentire la propria voce.