Partito Comunista Internazionale

La polveriera cinese

Categorie: China, COVID

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Nel mondo occidentale sono state accolte con entusiasmo le recenti proteste in Cina contro la politica anti-pandemica del governo fino a paragonarle ai fatti di Tienanmen del 1989, gonfiandone la reale portata. La Cina è una potenza capitalista che aspira a una nuova spartizione del mondo, e i rivali imperialisti, capeggiati dagli Stati Uniti, cercano di avvantaggiarsi di ogni sua difficoltà, dalle proteste ad Hong Kong, alla questione dell’oppressione nazionale degli Uiguri, a quella di Taiwan, che Pechino considera affari interni. Non a caso gli apparati di sicurezza cinesi sostengono che le proteste sono influenzate da forze straniere, una “rivoluzione colorata”, come quella ad Hong Kong, per insidiare il PCC al potere.

Fin dalla nascita della Repubblica Popolare, nel 1949, il nostro Partito ha prestato grande attenzione alle notizie dei movimenti sociali che hanno scosso l’immenso e popoloso paese, cercando di inquadrarli secondo la corretta dottrina marxista, nemica tanto dei falsificatori orientali quanto dei negatori occidentali.


Le proteste contro le norme Zero-Covid

Al recente congresso del PCC, dal 16 al 22 ottobre, il rapporto di Xi Jinping, passando in rassegna i risultati degli ultimi cinque anni, successivi al congresso del 2017, ha dedicato solo poche parole alla politica di contrasto alla pandemia per rivendicare che la “dinamica Zero-Covid” avrebbe permesso di salvare vite e prevenire la diffusione del contagio: “una guerra popolare a tutto campo per fermare la diffusione del virus”.

La politica Zero-Covid imposta dal governo, basata principalmente su test di massa, quarantene e isolamento, avrebbe dato migliori risultati nella lotta contro la diffusione del virus rispetto ad altri paesi, soprattutto i capitalismi d’occidente, ma nello stesso tempo ha colpito duramente l’economia cinese, tanto che per la prima volta dagli anni Novanta la crescita sarà inferiore a quella media asiatica. Il preoccupante andamento dell’economia nazionale spinge il governo a cambiare rotta. Ma un allentamento delle misure ha provocato una impennata dei contagi, particolarmente minacciosa in un paese con enormi concentrazioni della popolazione.

In tutto il mondo l’imperativo di non fermare l’infernale macchina della produzione capitalistica e l’esigenza di evitare una incontrollata diffusione del virus, che travolgerebbe i sistemi sanitari nazionali e provocherebbe un elevato numero di morti, hanno determinato le contraddittorie politiche dei governi. Anche in Cina dopo il XX Congresso del PCC sono emersi segnali di inversione nella politica di contenimento del Covid, mentre, da inizio novembre, sulla stampa del PCC i suoi sintomi erano descritti lievi e di breve durata. Si iniziava così a preparare la popolazione ad un alleggerimento delle norme Zero-Covid.

Ma l’allentamento delle misure di isolamento ha presto visto un aumento dei contagi; di conseguenza le autorità locali sono tornate ad imporre i cordoni sanitari ad una popolazione ormai stanca dopo quasi tre anni di queste dure costrizioni. Nel giro di pochi giorni nelle strade di diverse città sono andate in scena proteste contro le nuove imposizioni.

Il 5 novembre era stato introdotto l’isolamento in alcune zone di Guangzhou (Canton), come nel quartiere Haizhu, con 1,8 milioni di abitanti, soprattutto lavoratori emigrati; il 14 nel quartiere si hanno proteste di strada con i manifestanti che distruggono le barriere di isolamento. Il 22 protestano gli operai della Foxconn a Zhengzhou. Il 24 a Urumqi, nello Xinjiang, un incendio in un palazzo causa la morte di una decina di abitanti, provocando forte indignazione nella popolazione e, dal 26, manifestazioni poiché i blocchi di contenimento avrebbero ostacolato i soccorsi.

Dopo questi episodi le proteste si sono diffuse in tutta la Cina, coinvolgendo le principali metropoli: Pechino, Shanghai, Chengdu, Chongqing, Wuhan, Nanchino.

Il governo ha risposto con alcune concessioni. A livello locale sono stati aboliti degli isolamenti “non necessari”, introdotta la possibilità della quarantena domiciliare, una minore frequenza nei tamponi e altro. Nello stesso tempo sono stati intensificati gli arresti e lo schieramento delle forze dell’ordine contro gli assembramenti.

Le proteste sembrano rientrate, ma la situazione resta instabile. È da aspettare una contraddittoria gestione di questa fase di contenimento del virus, con il governo, incapace di conciliare le necessità economiche del capitale, che spingono alla eliminazione delle misure restrittive, e il rischio di generare una situazione sanitaria incontrollabile: nel giro di poche settimane decine di milioni di contagi, gli ospedali presi d’assalto, centinaia di migliaia di morti. Ciò che preoccupa i capitalisti non sono questi morti ma il possibile estendersi e generalizzarsi della rivolta della classe operaia.


Rivolta operaia alla Foxconn

Le proteste in Cina sono provocate sicuramente da un forte sentimento contro il governo, ma prevalentemente contro la politica anti-pandemia e per chiedere maggiore libertà individuale di spostamento, senza alcuna connotazione di classe, come d’altronde si è verificato in altri paesi dove il malcontento e il malessere sociale si sono espressi in un variegato movimento contro le linee sanitarie dei governi.

Ma nemmeno i capitalisti possono tollerare blocchi alla produzione e alla circolazione delle merci, e costringono milioni di proletari in tutto il mondo a lavorare senza le benché minime protezioni dal contagio.

È invece da attendersi il riemergere della lotta di classe del proletariato di Cina, di cui le recenti proteste alla Foxconn rappresentano un episodio significativo.

La Foxconn di Zhengzhou è un gigantesco stabilimento dove lavorano circa 200.000 operai, spesso denominata “Iphone City” per le dimensioni e per il fatto che la Apple vi fa montare circa il 70% dei suoi telefoni. Lo stabilimento è un inferno per i lavoratori, ulteriormente aggravatosi per i pericoli connessi alla diffusione del Covid. L’imperativo di non fermare la produzione ha prevalso anche di fronte al contagio. Il dispotismo padronale si è ulteriormente intensificato obbligando gli operai a non uscire dalla fabbrica nemmeno dopo il lavoro.

Nonostante ciò il virus si è diffuso tra gli operai.

Di fronte a queste condizioni, verso la fine di ottobre, c’è stata una fuga in massa di operai dalla fabbrica. Questa ha determinato una grave carenza di manodopera, mettendo a rischio la produzione proprio all’avvicinarsi dell’isteria consumistica del Black Friday e del Natale. Per mantenere i livelli di produzione, all’inizio di novembre la Foxconn ha promesso gratifiche per i lavoratori e ha avviato una campagna di reclutamento di nuovo personale.

La situazione è però precipitata perché, oltre alla diffusione dei contagi tra gli operai, l’erogazione di queste gratifiche è stata dilazionata di 30 giorni e tolta in caso di contagio. Inoltre i nuovi assunti erano fatti lavorare vicino ai vecchi, con pericolo di infezione.

Salari da fame, reclusione in fabbrica, vitto scarso e scadente, precarie condizioni igieniche, pericolo di contagio, mancato rispetto dei termini del pagamento dei premi, tutto questo ha fatto esplodere la rabbia operaia. Tra il 22 e il 23 novembre si sono scatenate le proteste. Prima fronteggiate dalle guardie della fabbrica, dopo, sopraffatte queste dall’assalto degli operai, a reprimere la rivolta è intervenuta in forze la polizia, anche da località vicine. Il 24 novembre la Foxconn rilasciava una dichiarazione che il ritardo nel pagamento era dovuto a un “errore tecnico”, lo stesso giorno offriva 10.000 yuan a chi fra i lavoratori appena assunti si dimetteva.

Per quanto la borghesia cinese provi a coprire il bestiale sfruttamento capitalistico con la bandiera rossa e il richiamo al socialismo, nella cosiddetta “fabbrica del mondo” che è la Cina vige la disciplina del capitale che impone la continuazione della produzione di merci a discapito della salute degli operai e per salari da fame. Gli inconciliabili interessi tra la borghesia e il proletariato determinano la collisione tra le classi, e la Cina, in cui il capitalismo è pienamente sviluppato, non può essere da meno. Dal paese che i falsi comunisti cinesi definiscono basato sul “socialismo con caratteristiche cinesi” non ci aspettiamo nessuna particolarità nazionale che renda il percorso del proletariato diverso da quello dei suoi fratelli di classe in altre parti del mondo. Ovunque ci attende la guerra di classe contro il dominio del capitale, per la dittatura del proletariato.