Partito Comunista Internazionale

Grandi epoche della storia africana Pt.2

Categorie: Africa, Colonial Question

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Nella puntata precedente abbiamo distinto nella storia dell’Africa tre grandi epoche, ma abbiamo potuto occuparci per ragioni di spazio soltanto delle prime due: il periodo che abbiamo definito delle monarchie continentali, sorte soprattutto nel Sudan occidentale in un arco di tempo che coincide press’a poco col Medioevo europeo, e quello della dominazione coloniale, iniziatosi con le esplorazioni oceaniche, che aprirono in Europa l’epoca del capitalismo. Ci rimane da trattare la terza grande epoca africana, e cioè la rivoluzione nazional-democratica che dalla fine della seconda guerra mondiale, in concomitanza e in conseguenza dei similari rivolgimenti asiatici, ha preso a scuotere il continente nero.

Il risveglio dell’Africa eserciterà indubbiamente una profonda influenza sulla evoluzione storica del mondo intero. Nessuno può prevederne tutte le conseguenze, ma è certo fin da ora che la modernizzazione e l’industrializzazione del continente provocheranno grandi sconvolgimenti nelle economie degli Stati capitalistici che tra non molto saranno posti davanti al problema del rifornimento di materie prime e dei mercati di sbocco, che finora hanno risolto mutilando l’economia africana e facendo di essa una appendice dei monopoli industriali di Europa e di America. La rivoluzione africana riempirà di sgomento il mondo borghese che ha finito col credere alle leggende e ai pregiudizi che ha messo in circolazione a carico degli africani. L’Africa ha alle sue spalle un passato di civiltà e di progresso. Quando cadranno infranti gli ostacoli coloniali (e le energie a lungo compresse di nazioni che forse più di ogni altra hanno dovuto combattere contro la natura, finalmente avranno modo di spiegarsi) i reazionari di tutto il mondo dovranno registrare una schiacciante sconfitta.

La rivoluzione in marcia

3) Osservare gli effetti di un rivolgimento storico è facile. La realtà è lì alla portata di chiunque. Ben diverso è ricercare le cause che hanno determinato il rivolgimento. I marxisti che si prefiggono di “modificare”, più che spiegare, la storia, non possono esimersi dallo studiare la causalità dell’evoluzione storica. Come accade nel mondo fisico, chi conosce le cause del prodursi degli avvenimenti, può influenzare il corso di essi. Non è superfluo ribadire la posizione fondamentale del marxismo, per cui agente storico cosciente è il partito di classe, cioè l’avanguardia teorica e politica della classe. Ma non di tale questione dobbiamo occuparci ora. Il richiamo ad essa ci viene imposto, come dobbiamo fare per altre questioni, dalla necessità di reagire alle tendenze di certuni che preferiscono, pur di non occuparsi seriamente dei movimenti anticoloniali, negare ad essi ogni importanza e considerarli come un riflesso della politica dei grandi Stati imperialistici che dominano la scena del mondo. Il movimento nei paesi coloniali ed ex coloniali esiste, è reale ed effettivo. Il partito rivoluzionario non può “modificarlo”, nel senso marxista, perché impedito dagli attuali rapporti di forza tra le classi. Ma non lo potrebbe nemmeno in una situazione capovolta, se fin d’ora non ne studiasse il meccanismo.

Quali cause, quali fattori storici hanno messo in moto la rivoluzione nazionale africana? A questo quesito occorre rispondere anzitutto mettendo in rilievo la grande tradizione di resistenza e di lotta che i popoli africani hanno condotto durante tre secoli, contro la invasione e la dominazione degli schiavisti bianchi e dei moderni capitalisti, loro degni discendenti pur avendo contro non solo gli eserciti dei più agguerriti Stati del mondo, ma anche la condanna presuntuosa della intellettualità borghese del mondo intero, sempre pronta a predicare sulla primitività della razza negra e la ineluttabilità della tutela bianca. Questo argomento l’abbiamo largamente trattato, naturalmente nei limiti consentiti dalla natura del presente lavoro, nel paragrafo dedicato appunto al periodo della dominazione coloniale in Africa.

Vogliamo occuparci adesso delle condizioni obiettive che hanno contribuito a sbloccare la situazione esistente nel continente e ad aprire la strada al movimento nazionale. Quali avvenimenti, che si svolgevano esternamente all’Africa e prendevano origine da rapporti esistenti al di fuori di essa, hanno influenzato profondamente il corso degli avvenimenti che dovevano portare alle prime conquiste dell’indipendentismo? Certamente, massima tra tutti, la guerra imperialista.

La seconda guerra imperialista ha fornito una conferma a tutto quanto si agitava confusamente nelle coscienze della parte politicamente più evoluta delle nazioni africane. L’estrema arretratezza sociale, l’avvilimento di lunghi secoli di dura oppressione, la disperazione subentrata al fallimento di tutti i tentativi di liberarsi del giogo coloniale, aveva inculcato negli stessi africani il pregiudizio, abilmente diffuso dalla propaganda di classe dei dominatori bianchi, che assumeva come verità l’incapacità delle razze africane a governarsi da sé, fuori della tutela bianca. Ancora oggi questo sentimento di inferiorità e di sfiducia fa capolino nei programmi e nell’azione di certi raggruppamenti politici africani che sembrano spaventarsi all’idea di prendere nelle mani il governo dei territori soggetti a regime coloniale. Per troppo tempo il colonialismo aveva astutamente sfruttato le differenze di lingua e di costume sociali, gli antagonismi tra i popoli agricoltori e i popoli allevatori, tra i nomadi e i sedentari, e per troppo tempo aveva predicato che tali contraddizioni rappresentavano un ostacolo invalicabile alla concessione dell’autogoverno, perché i popoli africani si potessero liberare da tali pregiudizi con uno sforzo intellettuale indipendente. Ma tutto il castello di menzogne dei colonialisti crollava miseramente allorché la guerra imperialista si estendeva all’Africa.

Cos’altro dimostrava la guerra imperialista agli africani, se non che la tanto favoleggiata civiltà della razza bianca, presentatasi come serena ordinatrice e regolatrice delle razze di colore, era straziata essa stessa da contraddizioni di gran lunga più insanabili e micidiali che i contrasti interni delle società africane? Le nazioni bianche che per due volte incendiavano il mondo, suscitando ogni volta tremende carneficine e paurose devastazioni, non potevano più, agli occhi degli africani, recitare la farsa della razza tutrice. Quel che conta di più è che il conflitto imperialista rompeva il fronte unito del colonialismo, che era apparso sempre compatto, qualunque avvenimento accadesse nel resto del mondo. Infatti, i popoli africani dovevano assistere non solo alla selvaggia mischia tra nazioni appartenenti alla stessa razza bianca, che venivano a massacrarsi ferocemente in terra d’Africa, ma addirittura alle scissioni che si producevano nel campo delle potenze coloniali. Non basta. Ad una certa svolta del conflitto, le autorità coloniali di una grande potenza imperialista, la Francia, venivano a schierarsi sugli opposti fronti della guerra civile. Sarebbe bastato anche meno per ridare agli africani la fiducia in sé stessi e indurli a dare consistenza di programma politico alle confuse aspirazioni alla indipendenza tanto a lungo accarezzate.

Per valutare appieno le profonde ripercussioni che ebbe nella politica africana la seconda guerra mondiale, bisogna tener presente che prima di essa l’Africa non aveva visto combattere sul continente una guerra tra le potenze occupanti. Naturalmente intendiamo riferirci agli ultimi due secoli, benché si possa risalire molto più indietro nel tempo ottenendo lo stesso risultato. L’Africa era abituata a vedere le nazioni bianche tutte quante coalizzate contro di lei. Non erano mancate nella tormentata storia del colonialismo africano casi clamorosi di rivalità tra Stati europei, come la controversia scoppiata nel primo decennio di questo secolo tra Francia e Germania per via del Marocco o, ancora prima, tra Francia e Italia per via della Tunisia. Ma giammai si era arrivati al conflitto armato.

La stessa guerra anglo-boera del 1899, benché mettesse di fronte Stati di razza bianca, era stata una tipica guerra di aggressione coloniale. I Boeri, discendenti dei coloni olandesi stabilitisi da oltre un secolo nell’Africa australe, avevano rotto ogni rapporto con la patria di origine, e si erano trasformati, sterminando i Cafri, in una nazione autoctona.

Parve, alla fine del secolo scorso che le due potenze coloniali egemoni, la Gran Bretagna e la Francia, lanciate nella corsa alle conquiste in terra africana, dovessero scontrarsi per dissensi nella spartizione del bottino. Il 10 luglio 1898, una spedizione francese occupava Fascioda sul Nilo. Era chiaro che la Francia intendeva approfittare della rivolta mahdista, che in quel momento affrontava lo scontro supremo con la coalizione anglo-egiziana, per penetrare nel Sudan orientale. Ma il piano ambizioso fu fatto fallire dalle truppe inglesi che accorrevano sul posto, avendo terminato da poco il massacro dei rivoluzionari mahdisti a Omdurman. Ne nasceva un grave incidente diplomatico e parve che si dovesse arrivare al conflitto; poi la Francia preferì abbandonare la località contesa. Evidentemente, a risolvere pacificamente l’incidente di Fascioda contribui il comune interesse delle potenze ad evitare un conflitto di cui si sarebbero giovate le forze della rivolta africana. Ogni buon razzista sarà sempre pronto a spiegarvi che non sta bene per i padroni bianchi litigare in presenza del servo negro.

Nemmeno la prima guerra mondiale, che pure venne a cambiare la geografia del colonialismo sopprimendo la colonizzazione tedesca, ebbe ripercussioni notevoli sulla politica africana. Operazioni militari contro i tedeschi, rimasti imbottigliati nel Tanganica e nel Togo, ve ne furono, ma non si può per nessun motivo paragonarle alle gigantesche battaglie che dovevano riempire di clamore tutta l’Africa, durante la seconda guerra. Né la conquista italiana dell’Etiopia venne venne meno alla tradizione. La stampa fascista, inguaribilmente drogata di megalomania imperiale, prese a favoleggiare sul tema della crociata romana contro la “perfida Albione”, ma la divergenza italo-britannica non usci mai dal terreno della diplomazia ginevrina. In effetti, il velleitario imperialismo fascista non dovette combattere, nella sua marcia verso Addis Abeba, che con la estrema precarietà delle risorse finanziarie e militari del governo di Roma.

La svolta decisiva si ebbe alla seconda guerra mondiale. Allora tutto un passato crollò inesorabilmente. Le potenze bianche che erano riuscite, ad onta dei loro tremendi contrasti interni, a conservare un fronte unito contro i popoli colonizzati, violarono la tradizione fino ad allora rispettata. Per quattro lunghissimi anni gli opposti eserciti presero ad avanzare ed indietreggiare nella fascia settentrionale, come nel cuore stesso dell’Africa, sterminandosi a vicenda con le armi super-extra fabbricate dalla orgogliosa tecnica bianca. E le razze di colore furono invitate a prendere parte al macello o vi parteciparono indirettamente lavorando nelle retrovie.

Ma tutto ciò era ancora niente di fronte a quanto doveva accadere all’indomani della sconfitta militare della Francia, massima tra le potenze coloniali dominanti in Africa. A seguito dell’armistizio franco-tedesco, accadde in Africa un fatto inaudito, che giammai i popoli africani avevano immaginato potesse verificarsi. Gran Bretagna e Francia, dimentiche ormai di Fascioda, entrarono subitamente in conflitto. I colpi di cannone che il 3 luglio 1940 la britannica Home Fleet sparò contro la squadra navale francese, rifugiata nella baia di Mers el-Kebir, presso Orano, non avendo potuto ottenere la resa, rimbombarono da un capo all’altro del continente. Ora sappiamo che chiudevano un’intera epoca, l’epoca della colonizzazione dell’Africa. A partire dal bombardamento di Mers el-Kebir, apparve chiaro che le potenze che dominavano in Africa, avevano cessato irrevocabilmente di essere le potenze che dominavano il mondo; e se la loro egemonia mondiale crollava non c’era più ragione di credere che durasse eternamente la loro dominazione sull’Africa. Le rivoluzioni non hanno altra origine. La decadenza delle classi dominanti inizia molto tempo prima che le classi oppresse ne abbiano coscienza; soltanto minoranze politiche selezionate pervengono ad acquisire il fenomeno. Poi, ad un tratto, scoppiano avvenimenti grandiosi che hanno la chiarezza e l’eloquenza di verità provate, ed allora tutti comprendono ciò che soltanto pochi sapevano.

Nel settembre dello stesso anno 1940, forze golliste tentarono di prendere il controllo della squadra navale di Dakar, ma il colpo non riuscì. Servì, invece, ad aggravare la crisi del colonialismo, mostrando agli africani come la potenza francese fosse divisa in due campi politici nemici. Alla Francia di Pétain si contrappose la Francia di De Gaulle, e la scissione del territorio metropolitano si allargò fine a comprendere l’impero coloniale. Le autorità colonialiste dell’Africa equatoriale e dell’Africa occidentale francesi, del Madagascar, dei possedimenti e dei mandati situati in altri continenti seguirono parte i gollisti e parte il governo di Vichy. Come è noto, la lotta tra le opposte fazioni ebbe il suo culmine in Siria e nel Libano, che dall’armistizio erano rimaste nelle mani di funzionari fedeli al governo di Vichy. Nel giugno 1941, un corpo di spedizione anglo-gaullista, proveniente dalla Palestina, invadeva la Siria. Attaccate anche dalle truppe britanniche che ritornavano dall’avere represso nel sangue la rivolta dei nazionalisti iracheni, le autorità petainiste finivano col chiedere l’armistizio. Madagascar, che pure era tenuta dai petainisti, fu invasa e occupata dagli inglesi tra il 5 e il 7 maggio del 1942.

Nel novembre, gli sbarchi alleati a Casablanca, Orano e Algeri aprivano un altro capitolo della guerra civile francese. Le forze petainiste che presidiavano l’Algeria e il Marocco contrattaccavano il corpo di spedizione alleato, ma si disperdevano dopo poche ore di combattimento. Da quel momento, l’Africa assisteva ad un ennesimo capovolgimento del fronte politico e militare, perché gli ex rappresentanti del governo di Vichy disertavano il campo e, con tempestivo doppiogiochismo, si mettevano in concorrenza con i gollisti, che godevano dell’appoggio americano. La sordida lotta doveva concludersi con l’uccisione dell’ammiragio Darlan, che fino all’invasione alleata aveva rappresentato il governo di Vichy nell’Africa settentrionale. Così finiva la gloriosa civilisation française. Tutto ciò che è accaduto dopo nell’impero, e che accadrà in seguito non si potrebbe spiegare, se non si valutassero le conseguenze prodotte dalla guerra imperialista, che diede la misura esatta della decadenza delle potenze colonialiste.

Se il conflitto mondiale aveva mostrato senza possibilità di equivoci la degradazione militare e politica della Gran Bretagna e della Francia, il dopoguerra ne doveva metterne a nudo l’impotenza finanziaria. Londra e Parigi che tradizionalmente aveva capeggiato la finanza internazionale, entravano nello stuolo degli Stati debitori di fronte al dollaro.

La colonizzazione dei colonizzatori

Da un articolo di Lord Hailey, apparso nel numero di maggio-giugno della rivista “Africa”, si traggono interessanti notizie circa gli “sviluppi in Africa negli ultimi 20 anni”. L’autore non è un marxista, ma riconosce l’importanza di «quegli sviluppi di carattere economico e sociale che nella storia del mondo hanno così spesso preceduto, se non direttamente provocato, importanti e rivoluzionari mutamenti nel campo politico». Evidentemente egli è un eclettico, se crede che le cause dei movimenti rivoluzionari possono ricercarsi anche al di fuori del terreno economico e sociale. Ma a noi interessano le risultanze dei suoi studi, più che i criteri di cui egli si serve.

Dopo aver tratteggiato le differenze esistenti tra l’Asia e l’Africa e tratta la giusta conclusione che la evoluzione africana è ostacolata dall’assenza di nazioni numericamente sviluppate, quali esistono in Asia, egli scrive: «Ciò non significa, però, che l’Africa continui ad occupare la posizione che occupava, nei confronti del resto del mondo, negli anni precedenti la seconda guerra mondiale».

Quali, dunque, i mutamenti economico-sociali apportati dalla guerra? L’autore fa un rapido esame delle condizioni esistenti al momento nei vari territori africani. In alcuni paesi a sud del Sahara si è avuto un notevole incremento di attività industriale. Più drastici i cambiamenti avvenuti nell’Unione Sud-Africana. L’industria mineraria e le industrie agricole, prevalenti classicamente nei paesi coloniali o arretrati, sono passate dietro l’industria manifatturiera, che ora dà al reddito nazionale un contributo maggiore che le prime due. Importanti le conseguenze sociali dell’industrializzazione “afrikaaner”. Lord Hailey, anche se si guarda dal dirlo, fornisce una spiegazione materialistica del razzismo che imperversa nel Sud Africa. Egli osserva che la crescente industrializzazione costringe gli imprenditori ad assumere un numero sempre crescente di africani, ma addirittura ad affidare ad essi lavori da semispecializzati e persino di specializzati.

Evidentemente, i capitalisti sudafricani non possono evitare che si formi un proletariato africano, istruito ed evoluto, che non è possibile più trattare come gli schiavi coloniali, ma si preoccupano, come i loro colleghi di tutto il mondo, di impedire l’evoluzione politica dei loro sfruttati. E a ciò serve egregiamente la segregazione razziale, il regime dello “apartheid”, fondato sulla separazione fisica delle razze. Naturalmente, Lord Hailey usa un linguaggio diverso e certamente respinge le “ideologie” dello sfruttamento capitalista, ma non può evitare di spiegare con cause economiche il fenomeno razzista quando scrive: «Questo sviluppo (la formazione del salariato indigeno) è importante, e sembrerebbe che il timore delle sue conseguenze politiche sia appunto la ragione della urgenza di dare effetto pratico alla dottrina della segregazione, che il partito nazionalista mostra di avere». Pare che basti, no?

Dunque in testa alla industrializzazione africana figura il Sud Africa. Ma anche nel Congo belga e nella Federazione della Rhodesia si è avuto «un notevole sviluppo industriale». In tutti e tre questi paesi l’espansione industriale ha avuto come conseguenza «un aumento quasi spettacolare dell’urbanesimo». Cioè, i cambiamenti che si vanno producendo nel modo di produzione si ripercuotono direttamente sulle condizioni sociali. A dispetto di coloro che scoprono ogni giorno il superamento del marxismo, la rivoluzione africana prosegue secondo l’evoluzione dialettica materialista. Per tre secoli, la Chiesa cattolica ha lavorato a evangelizzare l’Africa, cioè a cambiarne la coscienza, ma ecco che la mentalità degli “indigeni” cambia veramente non appena cambiano i vecchi rapporti di produzione. «Anche questo (il fenomeno dell’urbanesimo) — scrive il nostro illustre autore — è significativo, perché ne è corollario una vasta frattura dei costumi indigeni, e la sostituzione di nuove associazioni agli antichi legami tradizionali».

Particolarmente notevole è un passaggio dell’articolo che stiamo citando, e alquanto lunghetto, dato lo spazio di cui disponiamo. Scrive Lord Hailey: «In una considerevole parte dell’Africa orientale ed occidentale lo sviluppo industriale è meno marcato, ma si è verificato un mutamento molto significativo nell’economia rurale. I prezzi più elevati hanno portato alla crescente sostituzione della produzione per consumo familiare con raccolti da vendere, e ciò ha dato per conseguenza un altro sviluppo: la formazione di una classe finora poco nota nell’economia africana, e cioè quella del “piccolo borghese”, imprenditore, commerciante o impiegato commerciale. Ed è stata proprio questa classe che in Asia ha dato i più attivi fautori di un mutamento politico».

Interrompiamo la citazione per un momento. È chiaro che lo studioso inglese ha compreso ciò che certe persone che pretendono di insegnare il marxismo non hanno saputo capire. Non abbiamo sempre sostenuto, sulla traccia del leninismo, che la rivoluzione nazionale nelle colonie è un movimento democratico che si appoggia su classi sociali sorte dalla decomposizione dei vecchi rapporti, cioè la piccola borghesia radicale e il proletariato nascente? I nostri acidi critici pretendono, invece, che le colonie hanno soltanto un valore “geografico” e che tutto quanto avviene in esse, fosse pure una rivolta armata contro le potenze occupanti, è… puro riflesso delle rivalità dell’imperialismo internazionale. Evidentemente, essi debbono pensare che la formazione di nuove classi sociali sia faccenda da… ufficio di collocamento.

«Nell’economia rurale si è avuto un altro mutamento significativo. Su vaste zone il tradizionale possesso della terra da parte della comunità va ora cedendo il passo a un sistema di possesso terriero individuale. La conseguente limitazione del numero di persone che continuano ad avere interessi terrieri dovrebbe tendere a produrre in Africa, come a suo tempo produsse in Europa, una disponibilità di mano d’opera stabile, e quindi più specializzata, al posto di quella instabile, ossia al posto della mano d’opera stagionale».

Ecco spiegato tutto il ribollire di movimenti ideologici e politici che fanno esclamare: “l’Africa si muove”. La guerra mondiale, stringendo i rapporti tra l’Africa e il resto del mondo, ha fatto entrare in crisi profonda il colonialismo. Allentandosi la stretta che ne impediva il dispiegamento, energie nuove sono zampillate dal sottosuolo sociale. I vecchi rapporti produttivi, le arcaiche strutture sociali, il modo di vivere e di pensare della vecchia Africa coloniale hanno subito una scossa sismica.

Dai residui del baratto è sorto il commercio moderno, dal comunismo primitivo agrario, che aveva svolto nel passato una funzione gloriosa permettendo il fiorire delle civiltà africane, è sorta la piccola proprietà terriera, che è forcaiola e controrivoluzionaria sotto il capitalismo sviluppato (e sia detto a eterna infamia dei “comunisti” italiani che, pur di accattare voti, predicano la lottizzazione della terra) ma è elemento propulsivo nelle fasi di passaggio al capitalismo. Certamente, sarebbe preferibile che forme associative, non individuali, di proprietà del suolo sostituissero la primitiva comunità agricola, ma tale trasformazione è possibile alla condizione che il potere politico sia nelle mani di un partito proletario che assuma la direzione della rivoluzione democratica. Purtroppo tale condizione, almeno per ora, è assente in Africa: la direzione politica del movimento rivoluzionario restando nelle mani di partiti della democrazia rivoluzionaria. È innegabile comunque che la rivoluzione politica africana sottintende ed esprime una profonda rivoluzione sociale.

Alla luce di tali fatti appare in tutta la sua insanabilità la crisi del colonialismo. Le nuove classi che stanno sorgendo in Africa possono progredire e svilupparsi (ciò vale tanto per la piccola borghesia quanto per il proletariato) a condizione che il processo economico e sociale che si è aperto raggiunga le sue tappe, l’una dopo l’altra. Queste nuove classi personificano le tendenze al progresso industriale, alla industrializzazione. E che le autorità colonialiste non possano fare a meno di preoccuparsene è provato dal fatto che i governi sfornano a getto continuo progetti di grandi imprese industriali, che regolarmente restano sulla carta.

Edificante è l’esempio fornito dalla Francia. Si fa un gran parlare a Parigi delle branche industriali da istituire in Africa, sui luoghi di estrazione di certi minerali e delle centrali idroelettriche da impiantare lungo i grandi corsi d’acqua del continente. Il petrolio del Gabon, i fosfati del Senegal e del Togo, il manganese del Medio Congo sono sulla bocca di tutti. Recentemente si è scoperto che il Sahara è un enorme serbatoio di materie prime, e si è portato il discorso anche sul ferro di Tindouf, sul metano di In-Salah, sul petrolio di Hassi-Messaud, sul carbone di Colomb-Bechar, sul platino e i diamanti dello Hoggar. Ma lo sfruttamento industriale al livello moderno di queste ricchezze potenziali è concepibile unicamente alla condizione che si creino le attrezzature industriali necessarie, ma soprattutto che si realizzino le infrastrutture (strade, ferrovie, oleodotti, elettrodotti, servizi logistici, ecc.). A ciò si oppone la deficienza di capitali di cui soffre la Francia, si dice. E si sente ripeterlo spesso dalla brava gente che gode figurandosi che i paesi coloniali organizzati in Stati indipendenti erediterebbero gli stessi problemi che il colonialismo non riesce a risolvere.

La verità è che il massimo ostacolo che si oppone alla industrializzazione delle colonie è appunto il regime coloniale, che è fondato sulle unioni doganali e sulle “preferenze imperiali”, concepite all’unico scopo di conservare il dualismo: metropoli industriale – colonia agricola.

Il ricorso al capitale straniero (benché sia tuttora allo stato di progetto) che si vorrebbe associare negli investimenti africani, più che con la deficienza di capitali nazionali si spiega con l’ostinata decisione dei capitalisti di conservare i criteri economici che regolano i rapporti tra la metropoli e le colonie. La pubblicistica francese, che invita lo Stato a procurarsi il contributo finanziario dei banchieri stranieri per attuare i piani di industrializzazione africana, si guarda bene dal chiedere l’abolizione dei sistemi che permettono ai monopoli industriali metropolitani di vendere i loro prodotti alle colonie a prezzi superiori a quelli del mercato internazionale. La confindustria francese non lo permetterebbe mai; essa vuole due cose completamente opposte: esaudire i febbrili bisogni di progresso dei popoli africani che intendono modernizzare e industrializzare i loro paesi, e conservare le bardature protezioniste che sono precisamente la causa dell’arretratezza coloniale.

Come al solito, il mezzo adoperato per mettere a tacere le critiche che la parte politicamente più evoluta delle colonie muove al governo metropolitano è la politica del mitra, cioè la politica dei coloni razzisti di Algeri.

Contraddizione delle contraddizioni, la Francia, mentre tende a scroccare denari alle banche straniere, tira fuori il nazionalismo paranoico di De Gaulle. Essendo chiaro che Parigi conduce la repressione coloniale in Algeria, nel Camerun e altrove grazie ai dollari prestati dagli Stati Uniti, il mondo assiste ad una sorta di infeudamento delle potenze colonialiste alla finanza americana. Coloro che hanno colonizzato mezzo mondo non chiedono di meglio che di essere colonizzati dai plutocrati americani! È l’epoca della colonizzazione dei colonizzatori. Ma la arrogante borghesia francese non ama che le vengano rinfacciate certe cose, allora inscena la commedia del nazionalismo irriducibile di Serigny-De Gaulle.