Le grandi epoche della storia africana Pt.1
Categorie: Africa, Colonial Question
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La squallida apologetica borghese sul primato della razza bianca non regge alla critica più timida. Si pretende — misurando alteramente le distanze che separano i livelli evolutivi raggiunti rispettivamente da taluni Stati d’Europa e d’America e dalle nazioni delle altre parti del mondo — che il processo storico abbia avanzato con prodigiosa velocità nell’area abitata da popoli di razza bianca. Già abbiamo individuate, nel precedente articolo “Aspetti della rivoluzione africana”, le cause naturali e storiche del differenziato sviluppo della civiltà nei vari continenti. Conviene, prima di passare a vedere più da vicino il ciclo storico africano, aggiungere qualche altra considerazione.
Se si bada ai risultati, certamente la civiltà bianca appare come una marciatrice veloce. Ma che accade, se si confronta la civiltà europea con le altre forme di civiltà esistenti nel pianeta, tenendo presenti i fattori obiettivi che ovunque hanno influenzato il trapasso delle varie epoche storiche? Si vede allora, come già abbiamo mostrato, che i paesi bianchi, in special modo l’Europa, si sono giovati di condizioni assolutamente eccezionali nella loro affannosa marcia dalla caverna preistorica al moderno (e orribile) grattacielo capitalista. La relativa mitezza del clima mediterraneo che permetteva l’addomesticamento con minimo sforzo della flora e della fauna, e quindi la enucleazione delle prime tecniche produttive, la felice posizione geografica, la facilità delle comunicazioni e dello scambio mercantile e culturale, hanno rappresentato per lo sviluppo della civiltà europea quello che in economia agraria rappresenta la rendita differenziale per le aziende che si giovano di terreni più fertili. Due aziende agrarie, pur impiegando le stesse tecniche, si sviluppano diversamente a seconda delle condizioni geologiche, idrografiche, geografiche della terra da coltivazione. Qualcosa del genere avviene per le civiltà umane, anche perché è la scoperta e l’impiego delle tecniche agrarie che segna la transizione dalla preistoria.
È chiaro allora, tenendo in conto le condizioni di privilegio godute dall’Europa, che la velocità di sviluppo della civiltà europea diventa una superstizione. La verità è che, per effetto della lotta di classe, il corso storico europeo ha proceduto con esasperante lentezza. In Europa, la civiltà, cioè la divisione in classi, cioè la molteplice epoca storica che separa il comunismo atavico dell’umanità dal nuovo comunismo proletario, ha assorbito almeno quaranta secoli. Tanto è durata la civiltà che si giovò all’inizio di un humus fertilissimo e in seguito costrinse il resto del mondo a sacrificarsi per la sua grandezza, instaurando il più infame di tutti i colonialismi. Altro che prodigio di velocità! Per uscire fuori dallo schiavismo impiegò quasi duemila anni, sopportò poi almeno ottocento anni di feudalismo, né mostra di volere farla finita col capitalismo che imperversa da almeno quattrocento anni, se si prende come epoca di partenza la formazione del mercato mondiale determinata dalle grandi scoperte geografiche. Ciò significa, per il marxista, che nessuna razza, come quella bianca, ha sofferto così a lungo e così amaramente per la divisione in classi antagonistiche della società. Dov’è dunque la pretesa superiorità della civiltà bianca? È “superiore” una razza che per interminabili secoli ha praticato e subito l’orribile cannibalismo dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, della divisione in classi, delle vendette sociali?
Ciò che i bolsi apologeti del razzismo borghese non vedono, mentre è fonte di meraviglia per le menti scientifiche, ciò che veramente appare prodigioso è il fatto che popoli che la natura sembrava condannare a una eterna preistoria, abitando essi territori tagliati fuori dal resto del mondo e soggetti a condizioni climatiche e geologiche particolarmente severe, siano riusciti a dare vita a forme superiori di civiltà. In questi casi appare in tutta la sua forza creatrice la vitalità delle forme comunistiche della convivenza umana, perché è in essi che si suffraga di prove inoppugnabili la tesi marxista che soltanto organizzandosi comunisticamente la specie umana riuscì a sopravvivere nella epica lotta contro la natura. Veramente meraviglia lo sforzo collettivo che fu sopportato dai popoli dell’Africa nera (e delle Americhe precolombiane) nella costruzione della loro civiltà, dovendo essi lottare con le condizioni più sfavorevoli dell’ambiente fisico. Se veramente si volessero classificare le civiltà dei continenti, bisognerebbe, a parere nostro, dare il primo posto a quelle che sono durate di meno, cioè a quelle che per minore tempo hanno perpetuato la divisione in classi, accorciando l’intervallo di sangue e di violenze che separa il comunismo primitivo dal comunismo moderno. Usando di questi criteri, certamente la divinizzata Civiltà europea si quoterebbe all’ultimo posto.
Crocevia di razze
Non sarà mai ripetuto abbastanza che noi siamo egualmente nemici del razzismo bianco e di ogni eventuale contro-razzismo elaborato dalle nascenti borghesie coloniali. Come crediamo che nel processo sociale non esistano “responsabilità” individuali allo stesso modo rigettiamo quelle reazionarie ideologie sulla “responsabilità” di razza, che sono in fondo la vera essenza del razzismo. La lunga età della dominazione di classe in Europa non va certamente intesa come una “colpa” della razza bianca. Il fenomeno va spiegato con cause storiche, non psicologiche. Lo stesso va detto per quanto riguarda le civiltà extraeuropee. Soltanto intendiamo controbattere le fallici asserzioni dei razzisti borghesi e mostrare come i fatti, dialetticamente considerati, stritolino i loro bestiali pregiudizi.
Altra avvertenza che non tralasciamo mai di fare è imposta dagli attacchi che ci vengono mossi da altre parti dell’orizzonte politico. L’importanza che riconosciamo alla lotta del movimento anticoloniale, che per noi è autentico movimento rivoluzionario, non ci fa perdere di vista nemmeno per un istante la funzione determinante del proletario euro-americano nel futuro attacco allo Stato borghese. La rivoluzione comunista potrà iniziare nei paesi di sviluppato capitalismo, come in quelli in cui la rivoluzione nazional-democratica è di data recente. La rivoluzione socialista russa, scoppiata in un paese arretrato, ne resta la prova inconfutabile. Ma è altrettanto certo che la rivoluzione comunista potrà dire di avere definitivamente conquistato il campo e sbaragliato il nemico capitalista, solo quando avrà demoliti i grandi Stati capitalisti d’Europa e d’America.
Ciò premesso, possiamo passare a trattare l’argomento della lotta politica odierna nell’Africa nera. Ma si sente il bisogno, prima di scendere all’esame delle situazioni particolari, di guardare dall’alto l’intera storia del continente, elaborando i dati già forniti. Istituire delle partizioni storiche per comodità di studio non è cosa facile, nemmeno per un continente, quale quello africano, che pure ha avuto, appunto per minore durata dell’epoca civile, un’esistenza storica relativamente meno complicata. Ci pare giusto tuttavia che si possano distinguere tre grandi epoche: le prime due già trascorse o in via di esaurimento, la terza ancora allo stato sorgente, cioè rivoluzionario. Esse sono: l’evo delle grandi monarchie continentali, la dominazione coloniale europea, la rivoluzione nazionale democratica.
Naturalmente è superfluo avvertire che le date e gli avvenimenti base, come avviene del resto in ogni trattazione storica, non hanno valore di taglio netto tra fasi diverse, dato che accade spesso che epoche morte sopravvivono in parte in quelle viventi. Difatti l’atlante sociologico dell’Africa abbraccia allo stato tutte le forme della convivenza sociale, tranne il socialismo; residui potenti del comunismo primitivo, collettivista e anti-proprietario, resistono tenacemente, sussistendo accanto alla proprietà privata e alla azienda capitalistica; vecchi ordinamenti tribali si perpetuano accanto alle dure contraddizioni generate dall’individualismo e dalla molecolarizzazione della famiglia, che sono alla base dell’economia capitalistica. Il compito è reso difficile, inoltre, dal fatto che il continente ha perduto da moltissimo tempo la sua originaria omogeneità razziale. Ciò comporta difficoltà non lievi, poiché le partizioni storiche che abbiamo delimitate debbono tenere conto anche dei diversi sviluppi sociali segnati dalle popolazioni di origine extra-africana.
In attesa che gli etnografi riescano finalmente a raccapezzarsi nella massa dei dati raccolti (e non lo potranno fare, se non si liberano delle influenze delle ideologie razziste o cripto-razziste o inconsciamente razziste che paralizzano la scienza ufficiale) ci pare basti ai nostri scopi tenere presente che l’Africa poggia sulla coesistenza dialettica di tre grandi ceppi razziali: 1) gli abitatori antichi del continente, cioè le razze e le numerose sottorazze melano-africane, propriamente autoctone; 2) le popolazioni camito-semite che comprendono, oltre agli arabi, i berberi e gli abitanti della Mauritania e del Sahara occidentale, i mauri e i tuareg; 3) correnti migratorie delle nazioni europee (portoghesi, olandesi, francesi, inglesi).
In tal modo abbiamo semplificato al massimo la composizione razziale del continente, ma per i nostri scopi non potevamo fare diversamente. Va detto, però, che esce fuori dalla ripartizione tracciata il complesso delle popolazioni etiopiche che, pur facendo parte dell’Africa nera, parlano lingue semitiche o kuscitiche. È per tali caratteristiche che gli etnografi considerano l’Etiopia come una sorta di anello di congiunzione tra l’Africa nera e l’Africa bianca. A noi sembra, per semplificare, che si possa dire che abbiamo un’Africa nera, dove l’elemento razziale predominante è il negro, e un’Africa bianca — o meglio, non-negra — nella quale predominano razzialmente e politicamente gli arabo-berberi (Africa al di qua del limite meridionale del Sahara) oppure predominano politicamente e socialmente i popoli di origine europea (Algeria, Unione Sud Africana).
Tutto ciò comporta una situazione originale, non rinvenibile altrove. L’Africa è il punto di incontro delle grandi razze umane. Il quadro si allarga, se si considera che le popolazioni del Madagascar, di origine malese, e le forti minoranze indiane dell’Africa australe, apportano altri elementi al crogiolo razziale del continente.
L’Internazionale comunista non può che rallegrarsene. Sotto l’imperialismo e il regime degli Stati nazionali, tali condizioni tengono permanentemente accesi i fuochi di crude contraddizioni sociali. Ma è giusto prevedere che proprio in Africa, terra classica della tratta degli schiavi e delle più infami dominazioni di razza, la rivoluzione comunista mondiale attingerà i più grandi risultati, nell’applicazione dei principii dell’internazionalismo. Di certo c’è che la tesi di un’Africa esclusivamente africana è inammissibile. La coesistenza delle razze rappresenta ormai un dato incancellabile della storia passata e futura del continente. L’unica soluzione dei problemi posti dal razzismo bianco non può essere che l’internazionalismo proletario.
1) La grande epoca delle monarchie continentali. Su questo affascinante argomento bisognerà ritornare in seguito, dato che merita molto più spazio di quanto sia possibile accordargli ora. Ci contenteremo adesso di fissarne i limiti.
Tale epoca, pur avendo lo stesso infelice sbocco nella catastrofe provocata dal colonialismo, muove da diverse condizioni nelle grandi aree a nord e a sud del Sahara. Per la Africa nera, il periodo che inizia con la fondazione del vasto impero di Ghana (IV secolo dopo Cristo) si riattacca direttamente, sebbene il trapasso abbracci un lungo periodo di tempo, alle forme infime della civiltà. Per l’Africa mediterranea, invece, succede a fasi molto più avanzate della civiltà. Le monarchie musulmane (arabe e berbere) che si impiantano nell’Asia minore e in Egitto ricevono in eredità i resti dell’impero romano, passati nel frattempo nelle mani delle aristocrazie militari dei barbari e dell’impero di Bisanzio.
È il periodo questo più luminoso della storia del continente. Grandi prospettive di sviluppo si aprono specialmente quando i grandi Stati africani del Sudan occidentale e della Guinea entrano in contatto con gli arabi e accettano, in molti casi, l’evangelizzazione islamica. In questa epoca la proprietà privata della terra e dei mezzi della produzione sociale è sconosciuta; l’antichissimo comunismo tribale è il fondamento dell’esistenza sociale dei popoli africani, a nord e a sud del Sahara, non essendo intaccato dal pur florido commercio che si svolge attraverso il Sahara e lungo i grandi fiumi che solcano la savana sudanese; la produzione e il consumo dei beni economici sono tutti dentro la sfera del lavoro collettivo; la struttura centralizzata dello Stato non contamina le forme comuniste della famiglia.
Non è certamente l’età dell’oro. Il cinismo borghese, sempre pronto a sogghignare sulle “utopie comuniste”, non mancò di insistere sul tasto della guerre che è ora presente nella società africana precoloniale. Ma noi sappiamo perfettamente che in tutte le fasi della civiltà, e anche all’esterno della tribù comunista, la guerra e l’assoggettamento del vinto hanno largo impiego. Ma è indubbio che lo sfruttamento economico dell’uomo, sconosciuto nel comunismo primitivo e introdotto con la civiltà, raggiunge il massimo dell’infamia e della ipocrisia sotto il capitalismo. Certamente ripugna molto di più la bestiale politica dell’apartheid dei razzisti sudafricani così vicini al cuore dei borghesi nostrani, che l’eccidio di guerra commesso da conquistatori zulu o la soppressione che la tribù nomade infligge ai prigionieri di guerra, che non può trascinarsi dietro nelle sue transumanze.
La lunga agonia coloniale
2) La dominazione coloniale europea. L’epoca inizia praticamente al momento della circumnavigazione dell’Africa realizzata da Vasco de Gama negli anni 1497-98. Si conclude negli ultimi decenni del secolo scorso, all’insorgere della patologia imperialista del capitalismo. Si apre allora la vergognosa serie delle guerre coloniali, che le grandi potenze europee conducono contro i popoli africani per impossessarsi completamente del continente. Tre secoli, dunque. Tre secoli di penosa agonia per l’Africa, tormentata a morte dalla tratta degli schiavi, dalla caccia all’oro, dal lavoro forzato, dalla monocoltura, la piaga più recente, ma non meno bruciante. Ma sono anche tre secoli di coraggiosissima lotta dei popoli africani, che mai piegarono alla prepotenza dell’invasore e sempre che poterono gli si opposero con le armi che avevano.
Il colonialismo europeo iniziò con la conquista delle coste e fu inaugurato dai portoghesi. Questi, in un certo senso, ricalcarono, su scala e con portata storica ben più grandi, i metodi dell’antico colonialismo fenicio, per il quale gli stabilimenti impiantati su territori stranieri dovevano servire anzitutto come scalo delle loro linee di navigazione internazionali e come centro di smistamento del traffico commerciale. Difatti, la già menzionata spedizione di Vasco de Gama ebbe l’effetto di creare stabilimenti e fattorie sulle coste del Golfo di Guinea, dell’Angola e dell’Africa orientale, da Mozambico fino alle foci del Giuba. Veramente, già alcuni anni prima altri navigatori portoghesi o al servizio del Portogallo; avevano scoperto e occupato le isole del Capo Verde, tratti della costa del Golfo di Guinea e l’arcipelago ad esso prospiciente, tra cui le celebri isole Sao Tomè, Principe, Fernando Poo, oggi assai importanti per la produzione del cacao.
Anche l’occupazione dell’Angola è di questo periodo, ma l’imperialismo portoghese prende consistenza soltanto dopo la circumnavigazione dell’Africa. Soltanto allora esso chiarisce a sé stesso i suoi obiettivi storici: lo stroncamento del primato navale di Venezia e il dominio sulle rotte per l’India. Il controllo delle coste dell’Africa era uno scopo secondario, nella geniale concezione dei conquistatoci portoghesi, quali gli ammiragli Almeida e Albunquerque, che si rivelò in pieno quando la marineria araba, socia di affari della Repubblica di Venezia, restò imbottigliata nel Mar Rosso.
Le navi del sultano d’Egitto trasportavano le merci del favoloso Oriente nei porti del Mar Rosso, dal quali per via di terra raggiungevano Alessandria e gli altri porti del Mediterraneo orientale, riserva di caccia esclusiva delle flotte veneziane. La conquista di quelle che oggi chiameremmo “basi”, scaglionate sulla costa africana, dovevano inquadrarsi nel grande piano strategico diretto a strangolare i rivali nella lotta per il monopolio del commercio con le Indie e la Cina. La occupazione di Sofala, la edificazione di una potente fortezza nell’isoletta di Mozambico e soprattutto la cattura di Socotra all’ingresso del Mar Rosso e di Ormuz all’ingresso del Golfo Persico spianarono la strada alla manovra portoghese. Alla battaglia di Diu, nel 1509, la flotta della coalizione arabo-veneziana riportava una sconfitta irreparabile.
I secoli che seguirono, il Seicento e il Settecento, furono i secoli della tratta. L’Africa che era servita ai portoghesi per la conquista dell’Asia, continuava a svolgere un ruolo secondario, questa volta per lo sfruttamento delle ricchezze della America. Interi territori della Guinea, dell’Angola, del Mozambico furono spopolati a viva forza per fornire mano d’opera schiava alle piantagioni americane. Sembra strano che il colonialismo abbia intrapreso con ritardo lo sfruttamento diretto delle risorse africane, gettandosi invece con impeto sul continente americano, nonostante le incognite della traversata atlantica. Ma ciò si spiega anche col fatto che avventure del genere di quelle accadute a Cortez a Pizzarro che con un pugno di uomini e pochi archibugi conquistarono enormi imperi, non potevano verificarsi in Africa. Se gli europei furono ridotti per lungo tempo sulla fascia costiera dell’Africa, ciò dipese non certo da un loro calcolo, ma dalla fierissima resistenza opposta dagli Stati indigeni, che, pur decaduti, si batterono fino all’ultimo contro l’invasore.
La penetrazione nell’interno si ebbe molto tardi. Essa avvenne negli ultimi decenni del secolo XIX. Le borghesie europee dovettero allora decidersi ad intraprendere la ingloriosa impresa. Era il momento in cui si formavano i grandi monopoli industriali e i consorzi bancari della fase imperialista. L’esasperato sfruttamento della mano d’opera metropolitana provocava una eccedenza di capitali che bramavano investimenti redditizi. In tali condizioni, il perpetuarsi di economie e di aggregati sociali extra-capitalistici in Africa e in Asia cominciò a rappresentare agli occhi dei borghesi europei come un attentato alle sacre leggi del Capitale. Fu allora che la dominazione europea, che era rimasta per lungo tempo arroccata sulle coste, si voltò a forzare le porte di accesso al cuore del continente. Va detto ad imperitura gloria delle popolazioni africane che non esistono altri esempi di guerre coloniali che costassero così care agli invasori. Gli Stati indigeni si difesero valorosamente e a lungo, costringendo le potenze europee a ritirare le spedizioni militari. Certamente, in quanto a coraggio ed eroismo, essi si rivelarono nettamente superiori ai banditi colonialisti, che con forze soverchianti e armamento micidiale, li assalivano da tutte le parti.
Particolarmente sanguinose le guerre condotte dagli inglesi contro la nazione zulu nel 1878-79. L’Egitto cadde nelle mani degli inglesi nel 1882. Un anno prima, la Francia si era annessa la Tunisia. Il Congo, che fin dal 1885 era stato proclamato “Stato indipendente” per essere messo sotto la sovranità della Corona belga, poteva essere occupato, nel 1892-94, solo mediante una campagna militare durata due anni. L’isola di Madagascar, sulla quale la Francia aveva imposto il protettorato sin dal 1885, veniva brutalmente occupata nel 1895, dopo circa un anno di guerra. Da parte loro, gli inglesi arraffavano nel 1895-1900, non senza incontrare fiere resistenze, il territorio che venne poi chiamato Rhodesia. La conquista doveva sfociare nella piratesca guerra contro le due repubbliche boere (1899), che diventavano colonie della Corona britannica. Nello stesso periodo — ultimo decennio del secolo — la Francia dava addosso agli ultimi Stati indigeni della Guinea, volendo ottenere il congiungimento delle colonie guineane con le estreme propaggini meridionali dell’Algeria, conquistata sin dal 1830. Fierissima la resistenza del Regno del Dahomey, che era stato fondato all’inizio del secolo XVII, e veniva sottomesso dopo una serie di logoranti campagne militari. Nel crollo generale periva l’ultimo grande Stato sudanese, quello dei Mossi, fondato otto secoli prima nelle regioni dell’Alto Volta.
La conquista coloniale dell’Africa si è protratta, come si vede, per tre secoli, dividendosi in due periodi distinti: l’occupazione della fascia costiera e, soltanto alla fine del secolo scorso, l’espugnazione dell’interno. Abbiamo assunto come l’avvenimento di apertura di questa epoca la spedizione di Vasco de Gama. Esiste un avvenimento, dopo il quale si può considerarla chiusa? Crediamo si possa indicarlo nella battaglia di Omdurman, svoltasi il 2 settembre 1898, con la quale si concluse praticamente la rivolta mahdista contro gli inglesi. Cronologicamente, la conquista coloniale continua dopo Omdurman, se si tiene presente che il Marocco venne a subire il protettorato francese nel 1912, per essere completamente “pacificato” soltanto nel 1934. Ma storicamente la campagna francese contro il Marocco, che non colse mai risultati definitivi, si può considerare già nella fase di transizione all’epoca nuova della rivoluzione nazional-democratica. Ciò vale, a maggior ragione, per l’effimera occupazione italiana dell’Etiopia (1935-40).
La battaglia di Omdurman, durante la quale morirono 11.000 combattenti dell’esercito mahdista e 16.000 restarono feriti, chiude veramente un’epoca della storia africana, perché nel movimento mahdista, che ebbe il suo epicentro nel Sudan orientale, confluirono le forze vive dell’Africa bianca musulmana e dell’Africa nera. L’imperialismo ha fatto scagliare dai suoi servi intellettuali ogni sorta di accuse infamanti contro questi rivoluzionari, che, dopo l’occupazione inglese dell’Egitto e la prona politica di collaborazione con l’occupante svolta dal feudalismo turco che dominava il paese, avevano trasferito nel Sudan il centro della resistenza all’aggressione imperialista. È vero, invece, che sul campo di Omdurman si combatté l’ultima battaglia contro l’invasione europea. Essa chiudeva una epoca e ne apriva un’altra.