Partito Comunista Internazionale

Nazionalismo e federalismo nel movimento afroasiatico Pt.1

Categorie: Africa, Colonial Question

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Non è mai superfluo, quando trattiamo di cose che avvengono nei Paesi ex-coloniali e di recente organizzatisi in Stati indipendenti, ribadire la nostra posizione circa la questione nazionale. La rivoluzione nazionale, di cui la rivolta dei popoli extra-europei contro il colonialismo è l’aspetto più moderno, è in ogni epoca e luogo un fenomeno storico a base pluri-classista. Provenendo da una struttura sociale perpetuante le condizioni arretrate dell’economia agraria semifeudale, il moto rivoluzionario-democratico non può che essere una coalizione transitoria delle classi che sorgono, entro la società arretrata, da nuove e antagonistiche forme di produzione. Né la piccola borghesia, che si va formando entro la vecchia società dalla disgregazione dei rapporti semi-feudali, ha abbastanza forza per condurre da sola il movimento rivoluzionario, né il proletariato può mettersene alla testa e scavalcare la borghesia, a meno che si verifichino le circostanze storiche proprie della rivoluzione d’Ottobre in Russia.

La direzione proletaria e socialista della rivoluzione anti-feudale può attuarsi e durare alla sola condizione che quest’ultima perda il suo carattere nazionale, cioè a patto che la rivoluzione contro il semifeudalismo locale si intrecci alla rivoluzione anticapitalistica del proletariato internazionale. A questo grande incontro storico mirava la Terza Internazionale leninista. Tutti i marxisti che avevano appoggiato con entusiasmo la dittatura proletaria sorta dall’Ottobre sapevano che il suo programma – liquidazione dell’arretratezza zarista e instaurazione del socialismo – si sarebbe attuato alla sola condizione che la rivoluzione comunista vincesse innanzitutto nelle metropoli borghesi di Europa e di America. Gli avvenimenti hanno confermato in pieno tale previsione scientifica. La mancata rivoluzione anticapitalista nell’Occidente borghese non ha impedito, è vero, l’esplodere delle gigantesche energie produttive che lo zarismo teneva imprigionate, ma alla base del superbo industrialismo russo di oggi non operano forme di produzione socialiste, cioè antimercantili, antisalariali, antiaziendali.

La stampa stalinista esalta quotidianamente la rivoluzione nazionale nelle colonie come un effetto della rivoluzione russa. E di ciò non è lecito dubitare. Se l’immenso spazio asiatico si va industrializzando, ciò avviene anche per le profonde ripercussioni della rivoluzione proletaria russa. Nella notte buia dell’arretratezza asiatica l’Ottobre risuonò come uno squillo di tromba, e bene lo si vide nel 1920, quando delegati di tutti i popoli asiatici oppressi dall’imperialismo accorsero a Mosca abbracciando la causa della Internazionale Comunista. Poi il movimento prese altre vie per la degenerazione dell’Internazionale, ma resta il fatto incontrovertibile che gli avvenimenti rinnovatori verificatisi in Asia e in Africa negli ultimi quattro decenni sono lo sbocco del gigantesco processo storico avviato dalla classe operaia russa.

Pur consapevoli di tutto ciò, i marxisti debbono tuttavia guardarsi dal pericolo – legato al perdurare dello stalinismo nel movimento operaio – di snaturare le classiche posizioni leniniste circa la questione nazionale. Movimento pluriclassista, la rivoluzione antifeudale attraversa sempre un periodo (in Russia fu di breve durata, dal febbraio all’ottobre) in cui le forze politiche della piccola borghesia radicale e le forze del proletariato si controbilanciano, e che dura finché è in atto la lotta armata contro la reazione feudale-imperialistica; ma, svanita la minaccia di un ritorno offensivo dell’antico regime, la lotta di classe fra borghesia e proletariato riprende ineluttabilmente.

Come l’esperienza russa dimostra, il proletariato può scalzare la borghesia e impossessarsi delle leve di comando dello Stato a condizione di essere organizzato in un potente partito rivoluzionario marxista che appoggi – altra condizione ineluttabile – la propria azione al movimento rivoluzionario del proletariato dei Paesi di sviluppato capitalismo. Mancando queste due premesse, il rinnovamento sociale determinato dalla rivolta anticoloniale può compiersi solo a vantaggio delle forze borghesi e a spese del proletariato. Utopistica e disfattista è quindi ogni illusione di regime interclassista, di cui il “comunismo” cinese, al quale non si possono negare grandi successi nel campo dell’industrializzazione, si è fatto autore e diffusore. Mancando la dittatura politica del proletariato, mancando l’attacco rivoluzionario alle metropoli imperialiste, il proletariato afro-asiatico, man mano che procedono le forme proprie del capitalismo (mercantilizzazione dei prodotti agricoli, separazione dei produttori dai mezzi di produzione, salariato, aziendismo industriale, ecc.) assume le caratteristiche di classe sfruttata.

Ma ciò non significa che il movimento operaio, nella società sorta dalla rovina del colonialismo, non possa influire decisamente sull’evoluzione sociale, pur non disponendo della direzione dello Stato. Non v’è in questo alcuna concessione al riformismo. Se nei Paesi in cui il capitalismo ha totalmente conquistato il campo, è utopismo e disfattismo controrivoluzionario ogni teoria che propugni lo scalzamento graduale e legalitario del potere borghese, nei Paesi afro-asiatici, che da poco hanno conquistato l’indipendenza politica e solo ora rinnovano le logore strutture produttive, si ripete invece il quadro storico che Marx ed Engels trovarono nel tipo di società uscito dalla rivoluzione antifeudale, in cui la reazione è sconfitta ma non annientata, le forme sociali nuove trovano ostacolo al loro sviluppo nelle sopravvivenze reazionarie, il pericolo di una restaurazione feudale non è svanito, e il movimento operaio è costretto, pur mantenendo intatte le posizioni di critica e di lotta aperta contro la borghesia, ad appoggiare i movimenti politici che si oppongono a un ritorno della reazione.

Prendiamo un aspetto particolare del problema: la lotta fra particolarismo nazionale e associazionismo plurinazionale, tra nazionalismo e federalismo, ora in corso nell’Iraq e nella Guinea.