piSdC – Roma, sabato 3 dicembre: lo sciopero generale e la manifestazione nazionale del sindacalismo di base
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Lo sciopero generale di venerdì 2 dicembre e la manifestazione nazionale a Roma del giorno dopo hanno mostrato in modo chiaro i limiti del corso unitario intrapreso da un anno e mezzo dalle dirigenze del sindacalismo di base, come esse – a causa del loro opportunismo politico – siano incapaci di seguire fino in fondo la direttiva, sempre più urgente e necessaria, dell’unità d’azione del sindacalismo conflittuale, e come di conseguenza tale corso unitario sia traballante, costantemente in pericolo, sempre revocabile.
Sabato 15 ottobre, nell’assemblea nazionale convocata a Milano da tutti i sindacati di base per promuovere lo sciopero, un nostro compagno, intervenuto a nome del Coordinamento Lavoratori Autoconvocati (CLA), aveva salutato con favore il nuovo sciopero generale unitario, che seguiva quelli del 18 ottobre 2021 e del 20 maggio 2022, e aveva fatto due proposte:
– che nel giorno dello sciopero si svolgessero manifestazioni regionali o interregionali, sia per concentrare le forze, sia per consentire una più facile partecipazione dei lavoratori in sciopero alle manifestazioni, meglio di quanto poteva accadere con una manifestazione nazionale;
– che la preparazione dello sciopero fosse unitaria, al pari della sua proclamazione, e che a tal scopo l’assemblea desse mandato di costituire in ogni città dei “comitati territoriali unitari di sciopero” – aperti a tutti i lavoratori e agli organismi sindacali che sostenevano lo sciopero – che si facessero carico di prepararlo con assemblee territoriali, affissioni, volantinaggi; ciò doveva servire anche ad allargare l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale oltre il perimetro del sindacalismo di base, coinvolgendo i gruppi operai combattivi ancora inquadrati nei sindacati di regime e le aree sindacali di classe in Cgil.
Quasi tutti gli interventi successivi, fra cui quelli dei vari dirigenti nazionali, avevano respinto, esplicitamente o implicitamente, le due proposte. Non li preoccupa il problema, evidentemente cruciale in uno sciopero, di farvi aderire le più larghe masse salariate possibile, e in tal senso era stata ignorata la proposta di formazione di comitati territoriali unitari di sciopero. Lo sciopero sarebbe stato preparato “ciascun sindacato per sé”.
Nemmeno era stato preso in considerazione il problema del coinvolgimento dei lavoratori combattivi nei sindacati di regime e delle aree sindacali di classe in Cgil. Invece più rilievo era stato dato alla ricerca della partecipazione alla manifestazione – che sarebbe stata nazionale – dei movimenti cosiddetti sociali, interclassisti. L’obiettivo centrale era la riuscita, in termini numerici, della manifestazione nazionale, per ottenere “visibilità”.
Oltre a ciò, tutti i sindacati di base tranne il SI Cobas – quindi Usb, Cub, Confederazione Cobas, Sgb e altri minori – stabilivano di organizzare una manifestazione nazionale a Roma il giorno stesso dello sciopero, venerdì 2 dicembre. Il SI Cobas, invece, avrebbe organizzato una manifestazione nazionale, sempre a Roma, ma il giorno dopo.
L’assemblea, per promuovere lo sciopero generale, aveva poi dato indicazione di partecipare a due manifestazioni nazionali già programmate, il 22 ottobre a Bologna e il 5 novembre a Napoli.
Una settimana dopo, alla manifestazione di sabato 22 ottobre a Bologna, il partito è intervenuto distribuendo un volantino titolato “Per un fronte unico sindacale di classe! Per far convergere e unire le lotte della classe lavoratrice! Per un movimento generale per forti aumenti salariali contro il carovita! Primo passo, oggi, per opporsi domani alla guerra imperialista!”. Il corteo, di circa diecimila persone, con molti giovani, ha avuto un carattere interclassista e studentesco. SI Cobas, Confederazione Cobas e Sgb giustamente vi hanno partecipato con uno spezzone unitario, ben definito e delimitato, che invitava a sostenere lo sciopero generale del 2 dicembre.
Il Collettivo di fabbrica ex-Gkn, che aveva aderito alla manifestazione bolognese indetta da un comitato locale contro una grande opera cittadina, ha sfilato coi movimenti sociali, non con i sindacati di base, confermando in tal modo – ancora una volta – che il motto da esso lanciato di “unire e convergere” ha al centro, per i suoi capi, l’obiettivo di costruire un movimento interclassista, mentre quello di unire le lotte operaie per ridare forza al movimento operaio è messo in secondo piano ed è elusa la necessaria e coerente battaglia a questo scopo in seno alle organizzazioni sindacali.
Nelle settimane successive le dirigenze dei sindacati di base hanno cambiato parzialmente idea rispetto a quanto deciso nell’assemblea del 15 ottobre a Milano: da un lato hanno deciso di convergere sulla manifestazione nazionale indetta dal SI Cobas per il 3 dicembre, dall’altro di organizzare il giorno dello sciopero, il 2, manifestazioni locali. Questo cambio di direttiva era positivo, in quanto si eliminava la scellerata indizione di due manifestazioni nazionali separate in giorni diversi, convergendo in una unica, e perché si dava mandato di organizzare manifestazioni locali. Tuttavia, da un lato questi tentennamenti e cambi di indicazioni incidevano negativamente sulla già non facile preparazione dello sciopero, dall’altro la doppia giornata di mobilitazioni, locali e nazionale, ha finito per depotenziare un poco le une e l’altra.
Sabato 5 novembre i nostri compagni sono intervenuti in una manifestazione nazionale pacifista a Roma, a cui aveva dato adesione la Cgil, distribuendovi un volantino titolato “Solo i lavoratori, con la loro mobilitazione, possono fermare la guerra! Per un fronte unico sindacale di classe contro la guerra in difesa delle condizioni di vita e di lavoro!”.
In esso si chiamavano tutti i lavoratori allo sciopero generale indetto dal sindacalismo di base per il 2 dicembre e si invitavano i militanti sindacali delle aree di opposizione in Cgil a battersi per la più larga adesione a quello sciopero degli iscritti Cgil, nel segno dell’unità d’azione del sindacalismo conflittuale e dei lavoratori. Il partito, quindi, nei limiti delle sue forze, compiva verso i lavoratori combattivi in Cgil quell’azione che le dirigenze dei sindacati di base si rifiutano di compiere.
Sempre a questo scopo, pochi giorni dopo la formazione del nuovo governo e pochi giorni prima dello sciopero del 2 dicembre, un altro volantino è stato distribuito dai nostri compagni, intitolato: “Alla politica xenofoba, nazionalista e militarista i lavoratori devono rispondere lottando per i loro interessi, uniti e organizzati nel sindacalismo di classe”.
Le manifestazioni locali nel giorno dello sciopero hanno avuto in genere un esito peggiore rispetto all’anno scorso, fatta eccezione per quella di Firenze.
Il SI Cobas – che ha svolto il maggior numero di assemblee preparatorie sui posti di lavoro – ha organizzato i picchetti dinanzi ai magazzini logistici e in altre aziende per impedire il crumiraggio, facendo in tal modo riuscire lo sciopero nella logistica, e non ha partecipato ai cortei cittadini, se non con delegazioni, ad eccezione di Viterbo dove si è unito al corteo unitario. A Roma invece i sindacati di base si sono divisi in diversi presidi sotto vari ministeri, senza organizzare un corteo unitario.
Lo sciopero è riuscito, come detto, nella logistica e parzialmente nei trasporti, dove hanno giocato a favore vertenze locali e di categoria già in essere: bene fra i ferrovieri nelle regioni del Nord, gradualmente meno scendendo nel centro Italia e nel meridione; riuscito a macchia di leopardo fra i tranvieri. Nel resto della classe lavoratrice è stato, come nei tentativi degli anni passati, largamente minoritario.
Nel complesso, ancora una volta i sindacati di base non sono riusciti a rompere la cappa della passività della classe lavoratrice – frutto di decenni di sconfitte orchestrate dal sindacalismo di regime e della loro quotidiana azione nei posti di lavoro – presentandosi come uno strumento credibile con cui agire collettivamente per manifestare e combattere i problemi che i lavoratori lamentano.
Determinano questa situazione, da un lato il malessere frutto delle condizioni di vita in peggioramento che non è ancora tale dallo scatenare lotte che spontaneamente rompano tale cappa, se non in modo sporadico; dall’altro le carenze e gli errori dei sindacati di base. Tuttavia, una buona base di lavoratori organizzati dal sindacalismo conflittuale esiste.
L’ha mostrato la manifestazione nazionale romana il giorno successivo. Si è trattato di un corteo dal netto carattere proletario, costituito al 90% da lavoratori, per un totale di almeno 8 mila persone (6 mila secondo la questura), che ha seguito il classico percorso dei cortei sindacali della Cgil, approdando nella grande Piazza San Giovanni, solitamente usata dal maggiore sindacato di regime per i suoi salmi finali, che però nella sua ultima manifestazione dell’8 ottobre ha invece scelto la più piccola Piazza del Popolo.
I nostri compagni vi sono intervenuti in buon numero per diffondere la stampa del partito e il volantino che invocava il “Fronte unico sindacale di classe”.
Fra i sindacati di base la parte largamente maggioritaria del corteo era quella dei due grandi spezzoni del SI Cobas, davanti, e dell’Usb, dietro. Fra i due quello più piccolo del SGB. Assenti la Confederazione Cobas, la Cub, l’Adl Cobas e il Collettivo di fabbrica della ex Gkn.
Questo buon risultato è stato purtroppo danneggiato, oltre che da quelle assenze, dalla condotta delle dirigenze del SI Cobas e dell’Usb, che i giorni precedenti la manifestazione si sono scontrate nulla di meno che su chi dovesse tenere la testa del corteo! Ne è risultato che lo spezzone dell’Usb è stato tenuto separato e ben a distanza da quello del SI Cobas. Inoltre, mentre questo è stato fatto entrare in Piazza San Giovanni, quello dell’Usb è stato fermato 100 metri prima. Si sono tenuti così due comizi separati e infine i manifestanti sono stati fatti defluire avviati lungo vie diverse!
I lavoratori hanno potuto così assistere a come in pratica le dirigenze sindacali opportuniste dividono la lotta operaia: vedere migliaia di operai da una parte e altrettanti, separati, dall’altra è stato doloroso e motivo di rabbia per ogni lavoratore cosciente. Se tutto il corteo fosse confluito in Piazza San Giovanni il risultato avrebbe retto il confronto con le mobilitazioni della Cgil di questi ultimi anni. A maggior ragione se avessero aderito i sindacati di base assenti. In questo modo le dirigenze di SI Cobas e Usb hanno danneggiato anche quello che era il loro proclamato obiettivo della visibilità mediatica.
In ogni caso, la stampa libera, democratica e… borghese ha calato la completa censura sul corteo di 8 mila lavoratori che ha attraversato Roma allo slogan “Abbassiamo le armi, alziamo i salari!”, a dimostrazione di come la democrazia sia il miglior involucro politico del regime borghese.
Una piazza piena, riempita non solo da metà corteo e, come era possibile, ancora alla luce del giorno, sarebbe stata più difficile da ignorare e nascondere e avrebbe avuto un effetto maggiore nel farne circolare la notizia con gli strumenti di cui dispongono i sindacati conflittuali, che oggi sono sostanzialmente i cosiddetti “social”.
La ragione di questa condotta delle dirigenze dei due maggiori sindacati di base sta nella loro azione politica e sindacale opportunista: se non hanno la garanzia di controllare o risultare la forza maggioritaria in un’azione di lotta, preferiscono spezzarla e indebolirla. È una condotta figlia della piccineria della loro concezione dello sviluppo del movimento di lotta della classe lavoratrice, tipica del gruppettarismo movimentista degli anni ‘70, da cui provengono i gruppi dirigenti, secondo cui l’organizzazione politica – ciascuno la sua – dovrebbe conservare la direzione del movimento sindacale, dai suoi primi passi fino al massimo della sua forza. Per ottenere questo obiettivo – impossibile e inconfessato – il movimento sindacale viene diviso, col risultato di danneggiarne e ritardarne lo sviluppo.
La concezione comunista della crescita della lotta della classe lavoratrice non segue una strategia così squallida e a corto respiro. Sappiamo che nel movimento sindacale si hanno inevitabilmente da combattere le direttive opportunistiche, che generalmente sono maggioritarie e la cui sconfitta sarà possibile solo approssimandosi alla fase rivoluzionaria della lotta fra le classi. Ma lavoriamo e ci battiamo nella sicura convinzione che più è forte il movimento di lotta economica della classe proletaria, più favorevoli sono le condizioni per lo sviluppo del partito e per la sua battaglia per la conquista della direzione del movimento sindacale, obiettivo che proclamiamo alla luce del sole e non perseguiamo con meschini mezzucci organizzativi.
Tutto va quindi subordinato al rafforzamento del movimento di lotta economico, sindacale, dei lavoratori. A fronte del miserabile tentativo di una dirigenza sindacale di pretendere la testa di un corteo sindacale, o di altre scelleratezze, noi, trovandoci alla direzione di un organo sindacale, non avremmo nulla da obiettare a queste risibili miserie, interessandoci l’unità dei lavoratori nella lotta, sicuri che questa porterà domani a scalzare dalla loro posizione quel gruppo di inadeguati dirigenti.
Queste due giornate di mobilitazione confermano che una vera azione unitaria del sindacalismo conflittuale è possibile solo organizzandone la base, unendo e coordinando i militanti sindacali consapevoli di questa necessità, per costringere le dirigenze, e si che si realizzerà in modo definitivo solo a loro dispetto.