Partito Comunista Internazionale

Ripartizione delle produzioni e intensità industriale nei principali paesi del mondo

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Abbiamo aggiornato le tabelle sul peso e l’intensità industriale dei principali Paesi imperialisti, a cui abbiamo aggiunto alcuni Paesi in via di sviluppo.

Non disponendo di dati sufficienti della produzione di un insieme di prodotti di base, abbiamo calcolato il peso per ogni Paese basandoci sulla produzione di energia elettrica. Il risultato non è perfetto. Alcuni Paesi sono avvantaggiati, come la Francia, la cui produzione di elettricità è superiore a quanto ne consuma, grazie alle centrali nucleari; l’Italia invece ne importa. Tuttavia, nel complesso, l’utilizzo della produzione di energia elettrica fornisce un quadro abbastanza vicino alla realtà.

Un altro criterio che potrebbe essere utilizzato è il consumo di energia delle industrie. Cercheremo di comporre anche una tabella simile.

Ovviamente, la produzione di elettricità, a differenza dell’indice della produzione industriale, che è un indice composito, non comprende l’intero spettro della produzione industriale.

Lo sviluppo del capitale in Cina ha salvato il capitalismo mondiale, prolungando il suo ciclo di almeno trent’anni. Ma i flussi di capitale provenienti da Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, ecc. non sono andati solo in Cina. Possiamo aggiungere India, Vietnam, Turchia, Messico, ecc. Abbiamo quindi aggiunto ai Paesi che solitamente seguiamo Sudafrica, Brasile, Messico, Turchia, India, Iran e Indonesia, che, in base al loro peso industriale, sono tra i primi venti Paesi nel 2018. Seguiti immediatamente dal Vietnam, destinato a diventare un nuovo Giappone.

I cicli industriali

Produzione lorda di elettricità
nei cicli brevi

Incremento % medio annuo
 1960-
1973
1973-
1979
1979-
1989
1989-
2000
2000-
2007
2007-
2018
Mondo8,04,73,92,33,62,7
senza Cina7,94,63,71,92,31,4
Stati Uniti6,73,12,92,41,00,2
Russia9,25,23,6-1,92,10,9
Giappone11,33,93,12,71,0-0,6
Germania9,43,81,80,31,50,0
Francia7,44,75,32,70,80,2
Regno Unito5,71,00,51,70,7-1,6
Italia7,53,71,52,71,8-0,7
Belgio7,94,22,62,10,8-1,5
Spagna11,45,63,53,94,5-1,0
Portogallo8,88,74,75,01,12,1
Sud Corea19,815,710,210,85,73,0
Cina11,59,17,67,913,57,4
India8,77,69,16,95,45,9
Argentina6,25,93,05,32,73,2
Messico9,39,06,65,23,72,8
Brasile10,311,95,74,23,52,8

La prima tabella riporta gli incrementi medi annui della produzione lorda di energia elettrica. Copre il periodo dal 1960 al 2018. Si divide in sei periodi, secondo i cicli del capitalismo. Da un ciclo all’altro si verifica un rallentamento generale dell’incremento della produzione industriale.

La prima riga si riferisce al Mondo nel suo complesso: l’aumento medio annuo della produzione di energia elettrica tra il 1960 e il 1973 è stato dell’8%, per poi scendere gradualmente da un ciclo all’altro fino al 2,3% tra il 1989 e il 2000. Risale al 3,6% tra il 2000 e il 2007 per tornare al 2,7% tra il 2007 e il 2018. Gli incrementi per il Mondo senza la Cina tra il 1960 e il 1973 sono del 7,9%, rispetto all’8,0%, poi la diminuzione dell’incremento è più forte: tra il 1989 e il 2000 otteniamo l’1,9% rispetto al 2,3%. La differenza non è trascurabile, poiché si tratta di una media mondiale. Nel ciclo successivo, tra il 2000 e il 2007, c’è stata una ripresa: 2,3%, e 3,6% con la Cina. Nell’ultimo ciclo, 2007-2018, che comprende la grande crisi globale del 2008-2009, il calo è più netto: 1,4% contro il 2,7%. È chiaro come l’accumulazione di capitale in Cina abbia tirato avanti il capitalismo globale.

Gli altri Paesi, come Brasile, Messico, Turchia, Vietnam, India, Indonesia, ecc. hanno partecipato alla ripresa dell’incremento mondiale, come si vede perché i loro incrementi sono superiori a quelli dei vecchi Paesi imperialisti; nel periodo 2000- 2007 si va dal 3,5% del Brasile al 5,4% dell’India, contro, per esempio, lo 0,7% del Regno Unito e il 2,1% della Russia. L’incremento degli Stati Uniti durante lo stesso ciclo è stato dell’1,0%. Sono quindi la Cina, in misura preponderante, e gli altri Paesi in via di sviluppo ad aver spinto l’accumulazione di capitale su scala globale.

Grazie a questa “globalizzazione” e alle “delocalizzazioni” le nostre borghesie sono riuscite a limitare i danni e ad evitare il crollo in seguito alla recessione deflazionistica del 2008-2009! L’intervento delle banche centrali, che non hanno esitato a stampare moneta, e degli Stati, che si sono indebitati come non mai, non sarebbero stati sufficienti.

Ripartizione dell’industria

In queste tabelle, i Paesi sono in ordine decrescente del loro peso relativo nella produzione mondiale di elettricità nel 2018.

PESO RELATIVO DELL’INDUSTRIA
Calcolato dalla produzione lorda
di energia elettrica
(fonte ONU)
 1960197319791989200020072018

PESO INDUSTRIALE IN PERCENTUALE
MONDO100100100100100100100
CINA2,12,73,44,98,716,526,9
USA36,631,428,726,026,121,816,7
EUROPA24,524,222,920,018,916,211,8
INDIA0,91,21,42,23,64,15,7
URSS/RUSS.12,714,615,08,25,75,14,2
GIAPPONE5,07,47,16,66,95,74,0
GERMANIA5,16,05,74,63,73,22,4
BRASILE1,01,01,51,82,22,22,3
SUD COREA0,10,20,40,81,92,12,2
FRANCIA3,12,92,93,43,52,92,2
MESSICO0,50,60,81,01,31,31,3
GR.BRETAG.5,94,53,62,62,42,01,2
IRAN0,10,20,30,40,81,01,2
TURCHIA0,10,20,30,40,81,01,1
INDONESIA0,10,00,10,20,60,71,1
ITALIA2,42,32,21,71,81,61,1
SPAGNA0,81,21,31,21,41,51,0
SUD AFRICA1,01,01,11,31,41,31,0

POPOLAZIONE IN PERCENTUALE
MONDO100100100100100100100
USA6,05,25,04,64,64,54,3
EUROPA11,89,68,87,77,16,86,2
URSS/RUSS.7,16,05,72,62,42,11,9
GR.BRET.1,71,41,21,01,00,90,9
GERMANIA2,41,91,71,41,31,21,1
GIAPPONE3,12,72,52,32,11,91,7
FRANCIA1,51,31,21,11,01,00,9
ITALIA1,71,31,21,00,90,90,8
CINA22,021,621,521,121,020,018,8
INDIA14,414,514,915,617,217,617,8
INDONESIA3,13,03,23,33,43,53,5
BRASILE2,42,52,62,72,82,82,8
MESSICO1,21,41,41,51,61,61,7
SPAGNA1,00,90,80,70,70,70,6
TURCHIA0,90,90,91,01,01,01,1
SUD COREA0,80,80,80,80,80,70,7
IRAN0,70,80,81,01,11,11,1
S. AFRICA0,60,60,60,70,70,70,8

Nel 1960 un peso schiacciante lo hanno gli Stati Uniti: 36,6% contro il 24,5% dell’Europa, il 12,7% dell’URSS, il 5,1% della Germania, il 5,0% del Giappone, il 3,1% della Francia e il 2,4% dell’Italia. In una tabella che calcolammo allora (“Il corso del capitalismo mondiale”, p.83) sulla base dei dati delle Nazioni Unite, nel 1956 gli Stati Uniti rappresentavano il 40% e l’URSS il 19%. Un peso così schiacciante per l’imperialismo dominante ha dato grande stabilità al capitalismo mondiale, perché nessun altro imperialismo, nemmeno l’URSS, poteva sfidare il dominio statunitense.

Oggi le cose sono cambiate perché è apparso sulla scena mondiale un altro mostro imperialista che si sta preparando attivamente a sfidare il dominio americano e a prendere il suo posto, o almeno a spartirsi il mondo a suo favore. Si tratta della Cina, che ha superato gli Stati Uniti in termini di peso industriale lordo.

Un altro elemento che emerge chiaramente, di ciclo in ciclo, è il continuo declino relativo di tutti i vecchi paesi imperialisti. Gli Stati Uniti, ad esempio, hanno visto il loro peso relativo diminuire costantemente dal 36,6% nel 1960 al 16,7% nel 2018. Nello stesso periodo il vecchio leone britannico ha visto il suo peso scendere dal 5,9% all’1,2%. Il Giappone è sceso dal 5,0% al 4,0%, una cifra comunque rispettabile. La quota della Germania è scesa dal 5,1% al 2,4%. Il peso relativo della Francia è sceso al 2,2%, al pari della Corea del Sud, ma viene superato dal Brasile, il cui peso è passato dall’1,0% nel 1960 al 2,3% nel 2018, ma con una popolazione più che tripla rispetto a quella francese.

Per quanto riguarda l’URSS, il suo peso relativo è aumentato progressivamente fino al 1979, quando ha raggiunto un picco del 15,0%, per poi scendere lentamente al 14,6% nel 1989, prima del crollo. La nuova Federazione Russa ha visto il suo peso ridursi dall’8,2% del 1989 al 4,2% del 2018, quasi al pari del Giappone, la cui industria manifatturiera ha però un peso molto maggiore di quella russa ed è più sviluppata tecnologicamente.

L’altro cambiamento spettacolare è l’avanzata fulminea della Cina, che nel 1960 occupava il nono posto della classifica, dietro all’Italia, con il 2,1%, per passare al primo posto davanti agli Stati Uniti, con il 26,9%, contro il 16,7% di questi ultimi e l’11,8% dell’Europa, scesa dal secondo al terzo posto. Il progresso della Cina è stato inizialmente graduale, ma ha subìto una forte accelerazione a partire dalla fine degli anni ‘90 grazie al notevole flusso di capitali provenienti da Stati Uniti, Giappone, Germania, ecc. Mentre gli Stati Uniti e l’Europa sono in recessione a causa della crisi del 2008-2009, la produzione industriale continuerà a crescere in Cina, anche se a un ritmo molto più lento rispetto a prima del 2008, tanto che il suo peso industriale supererà quello degli Stati Uniti a partire dal 2011.

Il fatto che la Cina sia diventata la prima potenza industriale è confermato da diversi criteri, tra cui i dati grezzi: la produzione di acciaio nel 2018, a 928 milioni di tonnellate, contro i circa 82 milioni degli Stati Uniti, la produzione di cemento 2207 milioni di tonnellate, contro 84 milioni, ecc. Il mercato automobilistico cinese è diventato il più grande del mondo, con oltre 26 milioni di veicoli venduti nel 2021, rispetto ai poco più di 17 milioni degli Stati Uniti. Nel 2015, la Cina ha prodotto 24 milioni di auto contro i 12 milioni degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti sono ancora in vantaggio nei settori della tecnologia e degli armamenti. Ma tra 10 anni la situazione, almeno per quanto riguarda gli armamenti, sarà ribaltata.

I progressi di altri Paesi in via di sviluppo sono meno spettacolari, ma non per questo meno evidenti: il Brasile, che era al decimo posto con l’1,0%, è salito di due posizioni, vedendo il suo peso relativo salire al 2,3%, davanti a Francia e Corea del Sud. L’India sta chiaramente faendo meglio, visto che nel 1960 era al dodicesimo posto con un peso relativo dello 0,9%, ma nel 2018 è balzata al quarto posto con il 5,7%, davanti alla Russia, che ora è solo al 4,2%, e al Giappone con il 4,0%. Iran, Turchia e Indonesia non sono da meno: questi Paesi, che nel 1960 rappresentavano ciascuno solo lo 0,1%, nel 2018 sono subito dopo il Regno Unito con l’1,1%.

Il relativo declino di tutti i vecchi Stati imperialisti è storicamente inevitabile con l’industrializzazione di altri Paesi, ma non per questo meno spettacolare.

Il peso demografico

Anche in questo caso, con la diffusione del capitalismo nel mondo, il peso demografico dei Paesi imperialisti è diminuito. Prendiamo gli Stati Uniti, la cui popolazione è scesa dal 6,0% nel 1960 al 4,3% nel 2018. Si tratta comunque di una cifra rispettabile rispetto all’1,9% della Russia.

Dopo la terribile crisi di sovrapproduzione, che ha portato alla disgregazione dell’URSS, che non era altro che un conglomerato di nazioni mantenuto artificialmente dal pugno di ferro del Cremlino, la popolazione russa è diminuita drasticamente fino al 2008, per poi risalire gradualmente, senza però tornare al picco del 1993 di 148 milioni di abitanti.

Anche il nuovo grande Paese, la Cina, sta vedendo diminuire relativamente la propria popolazione: dopo aver raggiunto il picco nel 1973 con il 21,6% della popolazione mondiale, il suo peso sta lentamente ma costantemente diminuendo, raggiungendo il 18,8% nel 2018.

Un altro fatto degno di nota è che l’India, che nel 1960 rappresentava il 14,4% della popolazione mondiale, sta vedendo il suo peso demografico aumentare costantemente fino a raggiungere il 17,8% nel 2018. Di questo passo, entro sette anni supererà la Cina.

Come previsto i Paesi in via di sviluppo vedono aumentare il loro peso demografico. Ad esempio, la popolazione dell’Indonesia è aumentata dal 3,1% al 3,5%, quella del Brasile dal 2,4% al 2,8%, quella del Messico dall’1,2% all’1,7%, ecc.

L’intensità industriale

DISTRIBUZIONE % PROD.INDUSTRIALE NEL MONDO
Il Programma Comunista 22/1957, pag.3
Il Corso del capitalismo mondiale 1750-1990, pag.85
PeriodiGran
Bret.
Fran-
cia
Ger-
mania
USAGiap-
pone
Rus-
sia
Ita-
lia
187043,214,417,017,9  2,4
1881-188529,710,816,322,9  2,4
1896-190019,67,717,325,80,6 2,7
1906-191014,76,316,334,91,0 3,1
191314,06,415,735,81,242,7
1926-19299,24,410,246,32,452,7
1936-19389,83,08,836,83,6102,5
1947-19508,32,44,353,61,4142,1
19566,12,26,941,52,6162,3
19644,62,06,632,74,4182,5
19742,91,85,427,26,0202,4
19852,21,34,324,46,2201,9
1937 – %Pop.2,21,93,15,93,28,62,0
– Rapporto44515828462411316125
– Rango
1956 – %Pop.1,91,61,86,13,37,41,8
– Rapporto32113838368079216128
– Rango

È calcolata dividendo il peso industriale per il peso demografico. Questo parametro mostra quanta strada devono fare i giovani paesi capitalisti e, per i paesi imperialisti, quanto il capitalismo sia in stato di putrefazione.

Tutti i vecchi Paesi imperialisti, dopo aver raggiunto un massimo, stanno regredendo, conseguenza del declino relativo del loro peso industriale. Gli Stati Uniti, che nel 1960 avevano un’intensità di 614, sono regrediti a 389, il che è ancora onorevole, perché dominano ancora tutti gli altri Paesi. La Cina, che ha visto aumentare vertiginosamente il proprio peso industriale, è riuscita a superare il Regno Unito con un indice di 143 nel 2018, rispetto a 141, ma dietro alla Spagna, che ha un indice di quasi 168. In questo la Cina è ancora molto indietro rispetto agli Stati Uniti.

Al contrario, il capitalismo britannico è ben oltre il suo tempo e si è trasformato in un cadavere che continua a camminare grazie ai trucchi dell’imperialismo. E ciò che vale per la Gran Bretagna vale anche per i vecchi imperialismi europei, americani e russi. Gli imperialismi francese, giapponese, tedesco e russo sono praticamente alla pari in termini di intensità industriale. I capitalismi francese e russo sono avvantaggiati dalla loro sovrapproduzione di elettricità nucleare, che esportano. Diciamo che la Francia dovrebbe essere dietro la Germania e non davanti, con un’intensità non di 247, ma piuttosto intorno a 200-210. E anche la Russia dovrebbe scendere di una tacca, tra i 170 e i 180, invece che essere a 190.

Tutti i Paesi in via di sviluppo hanno fatto progressi, ma hanno ancora molta strada da fare prima di raggiungere il livello dei vecchi Stati imperialisti. Speriamo che la rivoluzione comunista internazionale venga ad arrestare questa corsa demente.

L’Iran e la Turchia, dopo aver moltiplicato la intensità industriale rispettivamente per 9,7 e 8,0, sono ora a pari con 107 e 106. Anche Brasile e Messico si trovano in parità, ma dopo essere partiti da un indice molto più alto, circa 40, e si trovano dietro a quelli con un’intensità di solo 80. Sebbene abbiano un peso industriale più elevato, ciò si spiega con un peso demografico molto maggiore rispetto a Iran e Turchia.

INTENSITÀ INDUSTRIALE
secondo la produzione
di elettricità

Fonte ONU
 19602018
STATI UNITI614389
COREA D.SUD9329
FRANCIA207247
GIAPPONE161240
GERMANIA210221
URSS/RUSSIA179218
EUROPA209191
SPAGNA80168
CINA10143
REGNO UNITO344141
ITALIA147136
SUD AFRICA170126
IRAN11107
TURCHIA13106
BRASILE4182
MESSICO3881
INDIA632
INDONESIA231

Vale la pena notare che l’indice dell’India è molto basso, 32, alla pari con quello dell’Indonesia, il che si spiega anche con l’enorme peso demografico, nonostante il suo peso industriale relativamente elevato.

Questo panorama ci mostra quanto l’Europa e gli Stati Uniti siano andati indietro nel loro ciclo controrivoluzionario su tutti i piani, mentre altri capitalismi stanno avanzando e sviluppando le basi economiche che permetteranno loro di passare a una società comunista, che ovviamente richiederà una rivoluzione.

Possiamo anche notare come l’equilibrio di potere inter-imperialista sia profondamente cambiato. La Russia è diventata una potenza secondaria, come il Giappone, che può allinearsi solo con uno dei due colossi rimasti in pista. L’ascesa dell’imperialismo cinese ha profondamente cambiato la situazione internazionale.

Potremmo azzardare di calcolare quanto tempo ci resta prima che scoppi il terzo conflitto mondiale, calcolando quanto tempo impiegherà la Cina a superare gli Stati Uniti in termini di armamenti. Con questo criterio avremmo ancora una decina d’anni davanti a noi. Speriamo che la crisi tanto attesa scuota nel frattempo il proletariato internazionale dal suo stato di disarmo.

Tutto dipende dalla Cina, che finora ha ampiamente salvato il capitalismo mondiale. In Cina, tuttavia, non c’è solo un forte rallentamento dell’accumulazione, ma anche una crisi di sovrapproduzione in diversi settori chiave, come quello delle costruzioni. A ciò si aggiunge un notevole indebitamento delle imprese e un accumulo di crediti inesigibili nelle banche. In breve, in Cina ci sono tutti gli ingredienti per una terribile crisi di sovrapproduzione.

Questa coinvolgerebbe inevitabilmente l’intera economia capitalistica mondiale aprendo la strada alla ripresa della lotta rivoluzionaria di classe. Dobbiamo solo avere la pazienza di aspettare.