Partito Comunista Internazionale

[RG144] La guerra civile in Italia: La classe operaia e il partito comunista contro il fronte di Stato fascismo e riformismo

Categorie: Biennio Rosso, Italy, Partito Comunista Italiano

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Il rapporto iniziava riportando alcuni brani di un documento interno del movimento fascista emiliano che, con lucidità analizzava lo stato delle forze sociali in campo mettendo in evidenza il ruolo controrivoluzionario svolto dal PSI e dalla CGL. Documento che sarà interessante leggere per intero nella pubblicazione estesa del rapporto.

In questo documento si evidenziava come la campagna antimilitarista del PSI, per la smobilitazione, così come l’altra, quella elettorale, fossero solo servite a disarmare e distrarre le masse proletarie impastoiandole nel gioco illusorio delle conquiste democratiche. Di fronte a questa completa disgregazione della classe operaia i fascisti si sentivano certi della loro prossima, inevitabile vittoria. Interessante questa affermazione che, anche se da lati opposti della barricata, combaciava con le nostre tesi: «Quattro milioni di soldati irrequieti erano temibili, sette milioni di elettori operai e contadini non sono da temersi».

La tattica del fascismo era chiara: «Bisogna colpire nel modo più rapido e più sicuro, dare impressione di terrore in modo che lo stordimento avvilisca e sottometta le folle ubbriacate di canti e di parole grosse fino ad oggi. Le notizie dei colpi inflitti man mano alla demagogia rossa varranno come la migliore propaganda per rialzare lo spirito patriottico.» A questo si aggiunga il belare pacifista dei santoni socialdemocratici e dei falsi rivoluzionari massimalisti.

La lettura di questo documento ci dimostra che furono i fascisti, per primi, a riconoscere l’opera di disgregazione delle forze del proletariato svolta dal Partito Socialista e dalla Confederazione Generale del Lavoro. Non a caso fu lo stesso Ludovico D’Aragona, segretario generale della CGL e deputato socialista, che a settembre 1922 ammetteva: «Resta tuttavia onore e vanto nostro l’aver impedito lo scoppio di quella rivoluzione che dagli estremisti si meditava…» Ed infatti, mantenendosi sulla medesima linea politica, poche settimane dopo D’Aragona & C. dichiararono la loro disponibilità alla partecipazione attiva nel governo Mussolini.

Il rapporto passava poi ad esporre l’attività pratica svolta dal Partito Comunista fin dai giorni successivi alla sua fondazione e come esso, in un tempo brevissimo fosse riuscito ad imporsi sulle masse operaie grazie alla sua molteplice opera di propaganda e agitazione politica, ma furono soprattutto le giuste direttive sindacali del partito a conquistare sempre maggiori consensi tra le fila proletarie.

Già nell’agosto 1921 il partito lanciava l’appello per il Fronte unico sindacale e per lo sciopero generale in difesa della classe lavoratrice. I capi della CGL che avevano definito la proposta comunista come pazzesca e demagogica, anziché il Fronte unico attuarono la tattica del “caso per caso”: contro le unite forze della reazione borghese e padronale gli operai venivano mobilitati in modo disorganico e frammentario. Ossia si metteva in atto proprio ciò che faceva il gioco del fascismo, che temeva di essere sopraffatto da una eventuale, contemporanea azione nazionale in ogni città e regione d’Italia. Però, anche se osteggiato dai bonzi sindacali di tutte le tinte e gradazioni, il piano d’azione comunista conquistava sempre maggiori masse proletarie.

Al Consiglio Nazionale di Verona il PCd’I ebbe una grande affermazione, raccogliendo circa mezzo milione di voti.

Ma fu dopo Verona che la piattaforma comunista venne conosciuta, dibattuta ed accolta con sempre maggior favore dalle masse proletarie.

Si giunse al febbraio 1922; i dirigenti sindacali non potendo più apertamente schierarsi contro il fronte unico, perché rivendicato in tutte le assemblee e convegni dalla totalità degli operai, decisero di dar vita ad una sua mascheratura: l’Alleanza del Lavoro stretta tra le dirigenze burocratiche delle varie organizzazioni sindacali nazionali.

Nessuna rappresentanza proporzionale negli organi direttivi venne concessa alle minoranze presenti nei vari sindacati; nessuna preparazione; nessun programma; nessun congresso nazionale dell’Alleanza per fissarne gli scopi e l’azione. E come vedremo, diretta da coloro che l’avevano sempre combattuta, doveva ingloriosamente vivere e morire.

Nel frattempo il proletariato italiano veniva sottoposto ad un massiccio e feroce attacco padronale, al terrore fascista ed alla repressione statale. La tattica del caso per caso serviva solo a facilitare l’azione terroristica del fascismo che poteva concentrare in un determinato punto tutta la forza della sua organizzazione militare contro la quale le eroiche resistenze proletarie locali solo raramente potevano riuscire vittoriose.

Intanto il Partito comunista intensificava la sua battaglia a favore del fronte unico e dello sciopero generale. Sulla spinta della base sindacale ai primi di luglio venne convocato a Genova il Consiglio nazionale. Anche qui i comunisti ebbero un’ottima affermazione. All’indomani del Consiglio nazionale gli avvenimenti precipitarono. Di fronte al dilagare della violenza fascista, la CGL e l’Alleanza del Lavoro chiudevano gli scioperi in corso lasciando i proletari indifesi in balia del terrore delle squadre nere.

Poi, dopo avere ripetutamente sabotato ogni azione di difesa proletaria, l’Alleanza del Lavoro, inaspettatamente e senza avere operato una minima preparazione, proclamava, ad agosto, lo sciopero generale nazionale “in difesa della legalità”, ossia per aprire la strada del governo ai socialdemocratici.

Nei giorni dello sciopero il proletariato si comportò in modo magnifico; il fascismo impegnato su tutto il territorio nazionale visse momenti di sconfitta. Se le forze della classe lavoratrice scese in campo fossero state meglio dirette e utilizzate, la controffensiva proletaria, di cui molte manifestazioni si ebbero, si sarebbe verificata.

Il Comitato Esecutivo del PCd’I dichiarava: «Con speciale compiacimento constatiamo come tutte le forze del partito hanno assolto il proprio compito con mirabile compattezza e disciplina, dimostrando come la nostra organizzazione acquisti la capacità di rispondere alla sua missione: porsi alla testa del proletariato italiano, libero da tutti i capeggiatori poltroni e inetti, nelle immancabili battaglie di domani.»

Tradito dai dirigenti sindacali, socialdemocratici e sedicenti rivoluzionari, abbandonato a se stesso, sul proletariato italiano si abbatté l’ultima ondata di violenza e terrore. Le cittadelle proletarie non ancora capitolate vennero messe sotto assedio, e al ferro e al fuoco, delle congiunte forze militari fasciste e statali. Ad una ad una venivano attaccate e molte delle quali conquistate solo dopo accaniti combattimenti. In altre il proletariato riuscì comunque a mantenersi vittorioso. Memorabili furono le battaglie di Novara, Ravenna, Ancona, Savona, Forlì, Bari, Roma, Torino, Milano, Parma e tante altre le descrizioni delle quali rimandiamo alla futura pubblicazione in esteso sulla stampa di Partito. Allora, oltre alle imprese gloriose del proletariato verranno descritti gli ignobili patteggiamenti con il nemico di classe operati da bonzi confederali e dirigenti socialisti. Però vedremo anche che il proletariato, sconfitto sul campo, continuò a mettere in pratica la parola d’ordine comunista di “non rinunciare di vibrare nessun colpo al nemico”, e certi tipi di guerriglia non cessarono mai.

Successivamente il rapporto ha posto l’attenzione sulla struttura clandestina del PCd’I che, dopo l’avvento al potere del fascismo, grazie alla sperimentata attività del suo Ufficio Illegale, seppe conservare quasi intatto il proprio impianto organizzativo.

Ci siamo avvalsi della relazione, presentata all’Internazionale in data 16 maggio 1923 da Bruno Fortichiari, responsabile dell’Ufficio Illegale del PCd’I.

«Tutto il lavoro del partito, – si legge nella relazione – tranne il giornale e la frazione parlamentare, è diventato clandestino […] Tutte le comunicazioni sono rimaste intatte; solo alcune organizzazioni locali hanno subito gravi perdite. La polizia ha preso molto materiale criptato, ma non ha ottenuto la chiave e non è riuscita a decifrarla […] Ora la corrispondenza è stata ridotta al minimo e viene conservata solo in casi eccezionali […] Un “ufficio commerciale” è stato creato per coprire l’Ufficio illegale». La relazione passava poi ad analizzare nel dettaglio la struttura organizzativa che il Partito si era dato per operare nella completa clandestinità. Per quanto concerne l’attività illegale si legge:

«Pubblicati illegalmente: (dopo la presa del potere fascista) 160.000 copie di un manifesto (stampate in una tipografia legale, ma illegalmente); 100.000 copie del Manifesto del 1° maggio (stampate in tipografia legale), 20.000 copie del volantino per i soldati, 12.000 copie di volantini di partito (tutti stampati illegalmente in tipografia legale). Il partito ha acquisito un poligrafo [ciclostile – N.d.r.] illegale a Milano e anche a Torino. A Roma c’è un funzionario che aiuta il partito a stampare sul poligrafo. L’acquisto di 10 macchine tipografiche in Germania saltò per mancanza di fondi […]

«Le organizzazioni militari sono state sciolte. Le armi sono disponibili presso i singoli compagni e in piccoli magazzini […] In generale, gli operai e i contadini in Italia possiedono armi in quantità abbastanza elevate.

«I compagni italiani possono facilmente ottenere e stampare carte di identità.»

II passaporti per l’estero « non si possono stampare [ma] i libretti vuoti vengono acquistati e poi compilati. Ci sono timbri ufficiali, ecc. Le falsificazioni hanno un certo successo.»

Dal verbale della riunione della commissione illegale del CEIC [22 maggio 1923], traiamo anche queste altre interessanti notizie. «L’ufficio illegale effettua anche ricognizioni in altre organizzazioni e partiti. Le informazioni vengono ottenute attraverso simpatizzanti o compagni inviati lì di proposito. A questo scopo, i compagni vengono inviati alle organizzazioni fasciste, massoniche, ecc. L’ufficio illegale ha una persona anche nel ministero. Il comp. Martini dice che si è cercato di mandare i suoi uomini nella polizia segreta. Due compagni sono stati inviati lì, ma sono stati rimossi a causa dei tagli al personale. D’altra parte è abbastanza facile ottenere vari materiali segreti in cambio di denaro».

Queste brevi notizie danno il quadro di un partito costretto al lavoro nella completa clandestinità, ma pienamente attivo e vitale.

Attività e vitalità che pure il Duce del fascismo era costretto a confessare pubblicamente. Il rapporto, iniziato con un documento fascista del 1920, terminava riportando l’intervento di Mussolini alla Camera del 7 luglio 1924. Noi non possiamo che ringraziare Benito Mussolini per l’ottima illustrazione dell’attività clandestina del Partito Comunista d’Italia!