Partito Comunista Internazionale

[RG-24] La struttura economica e sociale della Russia e la tappa del trasformismo involutivo al XXI Congresso Pt.1

Categorie: Life of the Party, Stalinism, USSR

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Comunicazioni di partito

Un compagno del centro esecutivo dette inizio ai lavori con pochi avvertimenti di ordine pratico sullo svolgimento di essi e sul programma stabilito.

Espresse quindi il rammarico e il dolore di tutti per la dolorosa perdita che abbiamo subita, a breve distanza da’ quella dell’indimenticabile Ottorino Perrone, di un altro compagno della vecchia guardia, Antonio Natangelo, morto poche settimane orsono a Firenze. Le due figure hanno molto di comune per la freschezza e la schiettezza del temperamento e per il calore che merita di essere definito giovanile di un incontenibile entusiasmo, che spesso ci illuminava ed entusiasmava in queste nostre riunioni. Non sono nel nostro costume cerimonie commemorative, ma, il ricordo di quei due posti vuoti c’è di tristezza e di sprone, augurando che le giovani generazioni abbiano di questi militanti che sono stati di esempio nella dedizione totale alla causa rivoluzionaria e nel dispregio di ogni anche minima soddisfazione personale, e nella fedeltà costante per una lunga vita alla originaria adesione incrollabile alla linea del comunismo marxista, e alla lotta senza quartiere e pure senza veleno agli sciagurati caduti nei lacci del tradimento opportunista, e in lunghi anni e lunghe schiere disertori delle file un giorno comuni.

Il commosso ricordo trovò eco in tutti i presenti.

Riserve da sciogliere

Il relatore ebbe quindi la parola per la introduzione generale al tema.

Negli ultimi tempi nelle notre trattazioni sia scritte che verbali hanno avuto a ricorrere molte volte accenni ad una prossima riesposizione della critica generale alla struttura sociale ed economica della Russia sovietica, ed alle questioni internazionali che nel mondo contemporaneo vi si collegano. Naturalmente non abbiamo omesso di fare in tutte le occasioni opportune i nostri commenti sugli eventi russi e connessi alla Russia, ma abbiamo promesso di tornarvi sopra in modo sistematico con riunioni apposite e con appositi resoconti e rapporti scritti da pubblicare, dato che negli anni ultimissimi avevamo portato la nostra attenzione e il centro del nostro lavoro piuttosto sulle questioni dello sviluppo del capitalismo occidentale, sebbene una tale discussione sia costantemente riportata alle medesime basi di teoria generale.

E’ ora giunto il tempo che quelle riserve contenute in accenni brevi od anche in interi paragrafi inseriti a guisa di digressione in studii aventi per oggetto argomenti non direttamente russi, vengano sciolte, e ciò anche in quanto il recente XXI congresso del partito comunista dell’URSS ne ha dato largo motivo colle sue enunciazioni e soprattutto col consolidamento di non poche modificazioni introdotte negli ultimi tempi tanto nella politica economica interna del partito quanto nelle quistioni relative ai complessi rapporti internazionali del nostro tempo.

Dobbiamo dunque ricollegarci alle precedenti discussioni di soggetto russo nelle nostre riunioni di partito, e alle varie pubblicazioni che in rapporto ad esse abbiano preparato e diffuso, non senza ripetere che in ogni nostra manifestazione ed enunciazione ricorre la presa di posizione nostra sui problemi della Russia e del suo sviluppo da lungo tempo e soprattutto da quando dopo la fine della guerra 1939-45 abbiamo iniziato le nostre attuali serie di pubblicazioni. In tutti i nostri testi di base, manifesti o piattaforme che si chiamino, il problema economica politico e storico della Russia di oggi è stato posto al centro.

Una trattazione speciale che prese il titolo di “Dialogato con Stalin” (il nostro modesto opuscolo è oggi divenuto quasi raro, e non è stato pubblicato in lingue estere) ebbe occasione del testo di Stalin del 1952 che recava il titolo “Problemi economici del Socialismo”. Si trattava di una serie di risposte di colui che allora era presentato come il supremo teorico del partito russo a quesiti posti da alcuni compagni del partito stesso, e che evidentemente si erano affacciati in Russia, circa gli effettivi caratteri della struttura economica di società, e la mille volte ripetuta affermazione di socialismo totalmente realizzatosi, e piuttosto come lassù si dice “edificato”, costruito pezzo per pezzo come su di uno schema o progetto umano.

Quel nostro immaginario discorso al grandissimo Stalin era scritto in un momento in cui sulla sua figura di capo supremo e perfetto nessuno della immensa Russia gettava ombra alcuna, in modo che gli stessi timidi dubbi che da qualche angolino si erano fino a lui elevati sembravano quesiti al più qualificato degli arbitri, ad un infallibile oracolo dello stamburato “marxismo-leninismo”. Anzi in quel torno la dottrina ufficiale aveva già presa una definizione ternaria; quella di marxismo – leninismo stalinismo, che poi è stato comodo ritirare.

La nostra voce di pochi e di senza-nome aveva affermato allora che Stalin, le cui qualità di organizzatore politico non erano contestabili, era un pessimo e disgraziato teorico del marxismo, e perciò stesso del leninismo, dato che Lenin non si discostò mai da Marx e la sua grandezza storica fu quella del folgoratore di tutti i revisionisti del marxismo. Noi svolgevamo la nostra tesi centrale che in questa schiera ignobile vanno catalogati tutti quelli che, come Stalin e come innumeri altri che al suo confronto non sono che pigmei, si dichiarano completatori ed “arricchitori” del marxismo, secondo lo stile che da Stalin ha preso la massima impronta.

L’idolo che vacillò

Stalin spariva dalla scena della vita poco dopo che avemmo con lui a dialogare, e quindi non certo per colpa dello scarso rumore che fummo e siamo in grado di fare, senza che questo ci tormenti. Alla sua scomparsa seguì agli occhi della misera e debole opinione del tempo nostro la discussione sulla vicenda della sua successione; la pettegola indagine sui motivi dell’avvicendarsi dei suoi diadochi, dei vecchi luogotenenti come Seria, Malenkof e via via. Il centro della ben diversa discussione marxista che conducemmo noi non si portò sulle persone e sui nomi e sui romanzi delle congiure di palazzo, tanto cari ai borghesi e a quella sottospecie di essi che erano gli stessi stalinisti. Noi seguitammo a dibattere sullo stadio della trasformazione in Russia delle forme di produzione e dei rapporti di classe, e ne facemmo oggetto di una serie di riunioni, sempre intermezzate ad altre dedicate alla struttura del capitalismo di oggi ed alla sua obbedienza alle leggi della teoria marxista (tali riunioni furono quelle di Asti, giugno 1954, Cosenza, settembre 1956, Ravenna, gennaio 1957, Piombino, settembre 1957). Le riunioni russe si possono ricollegare a quella di Trieste, agosto 1953, e furono più direttamente: Bologna, novembre 1954, Napoli, aprile 1955, Genova, agosto 1955. Naturalmente la pubblicazione del resoconto in dettaglio di questo studio russo è durata molto oltre, fino al n. 12 di “Programma” del 1957.

Con le citate riunioni sulla Russia si giungeva fino al principio del 1956, e al grande clamore sollevato dal XX congresso russo, che subito la generale opinione accolse come un processo a Stalin ed un rinnegamento del mito a costui legato. La nostra interpretazione dello svolto del XX congresso, che lo considera come un ulteriore balzo nell’abisso dell’opportunismo, e che in quanto davvero rinnegava Stalin lo afferma peggiore di Stalin, più di Stalin lontano, per dirla in termine breve, da Lenin e quindi da Marx, svergognando l’abuso fatto nel congresso della menzogna del ritorno al marxismo-leninismo (binario) la esprimemmo nel testo intitolato “Dialogato coi Morti”. Con tale titolo volemmo accusare di malafede la riabilitazione di alcune grandi ombre degli assassinati da Stalin nel corpo e nella memoria, riabilitazione che si fece a mezzo e per secondarie figure, mentre si è poi seguitato a dire che Trotsky, Zinovieff, Bucharin e gli altri denunziatori di Stalin erano, come nelle menzogne dello squalificato a parole “Breve Corso” della storia del partito, agenti del capitalismo!

Il tema del Dialogato coi morti fu integrato nella riunione di Torino del Maggio 1956, e il volumetto è stato edito anche in francese con l’aggiunta di una sinopsi del precedente Dialogato con Stalin.

In quel testo ponevamo le basi della nostra tesi che liquida le asserzioni staliniane e poststaliniane circa il ritmo veloce di incremento della produzione russa, sotto due profili; non è un fatto nuovo nella storia dei capitalismi, ma proprio di tutti i capitalismi ma proprio di tutti i capitalismi molto giovani e risorgenti da crisi e disastri — inoltre non è la caratteristica discriminatrice della economia socialista verso quella capitalista.

Il confronto in profondità tra i diversi casi geografici e storici è contenuto in tutto il lavoro sulla struttura russa e in quello sulla struttura dei capitalismi di occidente, o non mascherati. Data la lunghezza di questi lavori non ci è oggi possibile promettere che saranno raccolti in volume; tanto più che la povertà dei nostri mezzi non ci ha fatto nemmeno mantenere fino ad oggi la promessa di pubblicare la storia della sinistra comunista, per cui un imponente materiale è già raccolto, ma la cui stesura è appena iniziata.

Ricordiamo che altro tema importante, quello della quistione nazionale e coloniale e delle lotte dei popoli di colore, fu trattato a fondo nella riunione a Firenze nel gennaio 1958.

Il lavoro più recente

A parte la ricordata riunione di Pentecoste (giugno 1957) in cui fu non solo fatta una ricapitolazione di tutta la nostra programmatica impostazione, soprattutto ad uso dei compagni e gruppi dell’estero, ma sviluppata la nostra critica alle false sinistre “antistaliniste” che cadono negli errori teorici, e quindi anche pratici, dell’opportunismo di tutti i tempi con gli errori che definiamo “immediatisti” (nelle note forme di sindacalismo, operaismo, laburismo, aziendismo, localismo e comunalismo libertario), le posteriori nostre riunioni hanno assunto per spontaneo sviluppo del nostro metodo di lavoro e di propaganda, e per utile effetto di avere già messe in piedi molte sistemazioni organiche di lati essenziali della dottrina, un carattere un poco diverso, ossia si sono di poco allontanate dal tema e dal rapporto unico, toccando, anche per minore sforzo di espositori ed ascoltatori, argomenti diversi, sempre tuttavia stretti nella impostazione unitaria dottrinale e politica.

Tale carattere hanno avuto le riunioni di Torino (giugno 1958), Parma (settembre 1958) ed avrà deliberatamente questa della Spezia.

A Torino riprendemmo sotto molti aspetti del più grande interesse la critica dell’immediatismo, e ci dedicammo a varie questioni che erano state imposte ai russi loro malgrado dal divenire dei fatti. Stalin era stato nel 1952 costretto a discutere certe tesi economiche; i suoi successori e seguaci più o meno denigratori del maestro furono obbligati ad affrontare alcune tesi politiche, ed in special modo quelle sollevate dai “comunisti” jugoslavi al loro congresso di Lubiana dello scorso anno. I russi, appoggiati da cinesi e da altri alleati nella costellazione dei partiti e stati, rovesciarono sui lubianensi la terrificante accusa di revisionismo, mentre altre vicende che si erano svolte entro i loro confini li obbligavano a volgere a russi “antipartito” la opposta accusa di dogmatismo.

La nostra posizione non fu certo quella dì prendere la difesa delle tesi di Lubiana e delle affermazioni di Tito e dei suoi, di cui ponemmo bene in evidenza la enorme distanza dal marxismo rivoluzionario. Ma nello stesso tempo demolimmo la pretesa ortodossia dei russi che atteggiandosi a puri marxisti simulavano di avere di contro due errate tendenze, una a destra e una a sinistra di loro.

La riunione di Torino trattò anche in date sedute l’argomento coloniale come quello della economia americana, elevando la tesi che si trattava in America di una transitoria crisetta e non di una grande crisi del tipo di quella del 1929, e ciò con grande copia di dati di statistica storica riuniti in prospetti tabulari e diagrammi grafici.

L’ultima riunione di Parma del settembre ha anche avuto un poco tale carattere che con parola che faceva orrore ai bravi bolscevichi chiameremo per mero scherzo eclettico.

Fu fatta adeguata parte ancora una volta al tema coloniale, e a quello della congiuntura economica statunitense. Per il primo argomento compagni italiani e francesi trattarono dell’Algeria e delle crisi della quarta repubblica.

Una seduta fu dedicata alla scienza economica marxista con presentazione delle formole dell’abaco relative al primo Libro e ai primi capitoli del secondo del Capitale di Marx.

Ricollegandosi alla critica di tutti i revisionismi, di cui il più scandaloso è quello ufficialmente diffuso da Mosca, e di tutti gli immediatismi di falsa sinistra, furono discussi gli avvenimenti cinesi dello scorso anno, in riguardo all’affermato slancio nella produzione di acciaio e alla organizzazione delle “comuni del popolo” di cui si svolse la teoria come forme di prevalente precapitalismo contro, la leggenda che vi fosse un modello di comunismo nel senso strutturale, pur rispettando certi voli ideologici degli originali marxisti cinesi. Si dette anche un primo svolgimento alla critica delle ultime forme strutturali russe nella industria e nella campagna lanciate dalla direzione uscita dal celebre XX congresso.

La seduta finale fu volta a sostenere con particolare impegno il peso primario del partito politico come organo della lotta rivoluzionaria e degno soggetto nell’esercitare la dittatura del proletariato, che con la concezione demo-operaista resta privata di ogni potenza nel vero senso classista. Fu sviluppata al livello (come si direbbe oggi) della dottrina integrale la concezione della società comunista in contrapposto a tutte le forme proprietarie e ristabilita anche contro le deformazioni stalinistiche la portata ĉosofica del materialismo marxista come opposto a quello volgare e borghese. Il punto di distinzione fu affermato, sempre sulla scorta di citazioni di passi classici, consistere nella negazione e disonoramento di ogni individualismo e personalismo, ai vertici come alle basi della dinamica storica e della spiegazione dei drammi sociali.

La riunione di Torino dopo il resoconto su, queste colonne ebbe un seguito di alcuni “corollarii” sulla negazione marxista ed engelsiana di ogni proprietà, qualunque ne sia l’oggetto ed il soggetto. II marxismo come critica della storia sociale e come programma della forma comunista (è inseparabilmente le due cose insieme) nega e distrugge che sia oggetto della proprietà sia la terra che lo strumento di produzione che il prodotto, anche come cosa pronta per essere dall’uomo consumata. Nega e distrugge che sia soggetto della proprietà l’uomo privato, un gruppo di uomini associati, un gruppo di lavoratori o “produttori”, una data classe so ciale, anche di produttori e “lavoratori”, nega che lo sia lo Stato, e — fu citato quel passo di Marx che ha il valore di una pietra angolare — perfino la società umana tutta. Il rapporto di proprietà quale lo ha prodotto la storia della specie umana — millenario e molteplice e pur da noi ridotto a transitorio — qualunque ne siano i termini è legato alla divisione della società in classi, e la forma comunista non ne è una trasformazione con nuovi termini ma il definitivo superamento.

Se il termine società come soggetto viene anche condannato è perché, come Marx dice, se volessimo usare per un momento la terminologia tradizionale della scienza del diritto, considereremmo la società non come proprietaria della terra (e di ogni altro mezzo di produzione) ma solo come usufruttuaria, in quanto gestirà il tutto — quando uscita dalla miserabile preistoria proprietaria — non in vista del godimento e consumo della società dei vivi presenti, ma in vista dello sviluppo armonico delle future generazioni.

Non sono comunismo la proprietà di stato né la Proprietà sociale. Il proletariato deve avere uno stato di classe come organo politico di repressione. Ma raggiunto il suo fine socialista non avrà uno stato come soggetto economico titolare di possessi. Peggio ancora se, vivendo lo stato per necessità storica quanto la pluralità di classi sociali, sopravvivesse anche una classe di lavoratori produttori soggetto di proprietà, ossia di una economia contrapposta a quella del resto della società.

Questo vitale tema ben richiamato a Parma si lega alla condanna della struttura russa e si lega in modo altrettanto centrale a quella dell’individualismo e personalismo sul piano filosofico con cui a Parma si chiudeva, levando contro il privatismo singolo il partito, come sola forma che anticipa la storia di domani.