A un secolo dalla fondazione della Prima Internazionale Pt.1
Categorie: First International, Karl Marx
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Il 28 settembre 1864, nel corso di un comizio promosso in solidarietà alla Polonia – paese allora smembrato e sottoposto al giogo dell’aristocrazia feudale, veniva proclamata a Londra la costituzione della I Internazionale. Il suo vero nome di fondazione fu: «Associazione Internazionale dei Lavoratori». Carlo Marx ne redasse il celebre «Indirizzo inaugurale», che svolse cominciando con queste parole:
«È una grande verità di fatto che la miseria delle classi operaie non è scemata negli anni che vanno dal 1848 al 1864, benché proprio questo periodo non abbia confronto negli annali della storia per riguardo allo sviluppo dell’industria e all’incremento del suo commercio».
I
La miseria è crescente
La grande verità di fatto che Marx sottolineava, mediante la citazione della vivente storia, era dunque la «miseria crescente» dei lavoratori salariati nel capitalismo. Nonostante il «folle» progresso dell’industria e la espansione del commercio, cresciuti tanto rapidamente da fare impazzire di gioia il cancelliere dello scacchiere dell’impero britannico, Gladstone, lo stesso altissimo funzionario era obbligato ad occuparsi della miseria della classe lavoratrice del proprio paese. Se infatti da un lato era aumentata la ricchezza della nazione – in tale proporzione da strabiliare perfino quel portavoce della classe possidente –, dall’altro e per converso la miseria della classe lavoratrice non solo non era affatto diminuita, anzi era aumentata, materialmente e sostanzialmente, per il peggiorare del suo stato di precarietà e per la sua accresciuta dipendenza dal capitale.
La contraddizione era addirittura stridente; e certo non sarebbero bastate ad offuscarla, meno che mai a risolverla, le parole o le manipolazioni statistiche di abili ripartitori del «reddito nazionale». Sta anzi appunto in tale contraddizione che, per i comunisti degni di questo nome, si rivela in tutta la sua crudezza la natura propria del modo capitalistico di produzione, e si manifesta con luce solare il carattere dei suoi effetti antisociali.
Come dunque poteva accadere e accade che all’aumento della ricchezza della nazione non corrispondesse e non corrisponda un miglioramento effettivo delle condizioni di vita degli operai salariati; anzi, queste peggiorino? La risposta classica della dottrina comunista è arcinota: la miseria crescente della classe lavoratrice è la conseguenza del progresso storico dell’industria e del commercio capitalistici (considerati nel senso più generale). Il fenomeno è oggettivo e poggia sulle radici stesse dell’attuale modo di produzione.
L’accumulazione del capitale, o, il che è equivalente, il progresso dell’industria e del commercio capitalistici, spoglia progressivamente i produttori dei loro strumenti di lavoro. «Liberati» dal mezzo di sostentamento, questi vengono buttati sul libero mercato della manodopera, ove potranno vendere l’unica cosa di cui possono ormai disporre: la loro forza-lavoro. Separati dagli strumenti di lavoro, tutta la loro proprietà si riduce alla forza-lavoro: gli oggetti di consumo, le sussistenze, tutto ciò che serve a mantenere in piedi e in vita l’operaio, dipenderanno ineluttabilmente dalla possibilità stessa di alienare questa forza, vale a dire di cederla a un padrone, a un capitalista, a un direttore di azienda, le figure in cui lo sfruttamento capitalistico del lavoro si impersona.
Se l’aumento della massa delle merci, del volume della ricchezza, non migliora affatto la situazione della classe operaia è proprio perché, con esso, aumentano in pari tempo la dipendenza e la schiavitù generali del lavoro salariato dal capitale. Con quanto precede non ha nulla a che vedere il cosiddetto miglioramento continuo del tenore di vita di chi lavora, tanto ipocritamente e instancabilmente magnificato dalla classe dominante. Non si nega infatti che i mezzi di soddisfazione del consumo possano storicamente aumentare, e che in effetti aumentino: ciò avviene in rapporto all’aumentata massa dei bisogni, che progrediscono, con l’aumento della produzione e della produttività del lavoro, in misura molto maggiore del consumo effettivo, tanto che a questo riguardo può ben dirsi che la disparità nei confronti delle altre epoche sociali è enorme. Ma il dato di base, il fatto fondamentale è che, con la perdita degli strumenti di lavoro, ogni riserva economica è perduta per i produttori, che quindi restano esclusi dalla ricchezza che hanno prodotto. Ed è in forza e per effetto di ciò che la loro stessa esistenza ha esclusivamente valore per i bisogni di valorizzazione del capitale.
Il lavoro salariato appartiene al capitale, forza sociale impersonale. Lo stesso operaio dispone della forza-lavoro solo per cederla: vendendola egli acquista il diritto a mangiare. Le sussistenze della classe lavoratrice dipendono esclusivamente da questo scambio: forza-lavoro contro salario. Nel sistema del salariato l’operaio, schiavo della azienda capitalistica, mentre produce la ricchezza per gli altri, produce per sé la miseria, l’abbrutimento fisico e mentale. Questo stato di dura soggezione non scema affatto con la produzione che aumenta o con la ricchezza che cresce; il loro progredire fa progredire anche la oppressione dei salariati, ne aggrava lo stato di precarietà, l’incertezza del domani, la caduta nell’esercito industriale di riserva, la disoccupazione, la fame, e infine il precipitare nella voragine della guerra, dove essi saranno inevitabilmente impiegati come carne da cannone.
La miseria crescente della classe operaia resta dunque una grande verità di fatto, che nessun aumento della ricchezza nazionale fa scemare. Essa è assolutamente ineliminabile senza l’abbattimento del sistema capitalistico, senza l’abolizione del lavoro salariato. Il regno del capitale è il regno dell’abbondanza delle merci e, allo stesso tempo, della miseria, della fame, dell’abbrutimento del «produttore».
Di fronte al progresso dell’industria e del commercio capitalistici, all’aumento della produzione, alla potenza del capitale, Marx – come in quel celebre discorso – non invocò per i lavoratori delle briciole «riformiste», ma levò alto il vessillo della lotta rivoluzionaria e comunista della guerra di classe dei salariati, dei proletari, contro il dominio del capitale.
Con l’ardente grido del 1848: «Proletari di tutto il mondo unitevi!» Marx fonda la I Internazionale.
II
Oggi dopo cent’anni
A distanza di un secolo, venti anni dopo la seconda guerra imperialistica, lo spettacolo del «progresso economico», che si apre sulla scena mondiale col grandeggiare dell’industria e col ciclopico sviluppo del commercio, è più stupefacente, vertiginoso e quasi allucinante, che mai. Tutti gli indici economici, tutti i dati produttivi, hanno raggiunto proporzioni gigantesche, mentre la ricchezza di un pugno di nazioni si è smisuratamente accresciuta, in tale misura da non trovare confronto col passato.
Eppure, malgrado tutto il «progresso economico», rimane una grande verità di fatto, una verità sempre più viva e palpitante, che la massa della miseria della classe lavoratrice non è per nulla diminuita e che la sua schiavitù salariale è così terribilmente aumentata da superare ogni limite prima raggiunto. Centinaia di milioni di lavoratori, di proletari, di semi-proletari, di salariati di tutti i paesi, sono sottoposti ad uno sfruttamento spietato, a una schiavitù costante ed avvilente; mentre una gran parte di essi vive addirittura nella più nera e squallida miseria, soffrendo letteralmente la fame. Lavoratori dell’India e in genere dell’Asia, dell’Africa, dell’America meridionale e centrale, della «ricca» Europa e della «ricchissima» America del Nord, salariati di tutte le razze e di tutti i continenti, sono permanentemente soggetti all’assillo spietato del bisogno economico e della ricerca del pane, alla minaccia costante della disoccupazione, alla paura della guerra; in balia di un meccanismo inesorabile di sfruttamento. Tutta una massa enorme dell’umanità, la stragrande maggioranza di essa, patisce sofferenze incalcolabili a causa del cieco e spietato dominio del capitale, di questo vampiro sociale che si ingigantisce nutrendosi del sangue succhiato al vivente lavoro.
Ovunque, su tutto lo sferoide, si giri lo sguardo, la miseria e le sofferenze di tutti coloro che vivono di salario restano un dato di fatto incancellabile, inconfutabile, e, vigendo il regime del lavoro salariato, ineliminabile. Perfino gli Stati Uniti, che estorcono profitti e sovrapprofitti dal mondo intero, che dominano e depredano con la loro potenza economica e militare la gran parte della popolazione terrestre, non sfuggono a questa verità di fatto, a questa legge fondamentale del capitalismo. Malgrado le immense ricchezze accumulate, malgrado l’opulenza accecante, non solo negli USA milioni e milioni di negri vivono in condizioni sotto-bestiali e in uno stato di semi-schiavitù politica, ma la stessa maggioranza dei proletari di pelle bianca conduce una esistenza precaria, dannata e in molti casi miserabile. Non c’è bisogno, per questo, di rifarsi alle recenti dichiarazioni ufficiali del presidente dello Stato federale, che mentre il suo paese attraversa un periodo di grande floridezza economica ha dovuto impegnarsi a «dichiarare guerra alla miseria» in casa propria. Non è necessario, e si può ben lasciare questa personificazione del sistema dell’opulenza e della fame condurre la sua «guerra»; risulterà, alla fine, che i miseri si ritroveranno più miseri. Un paese che spende all’incirca venti e forse trenta miliardi di dollari per la sola pubblicità è senza dubbio quello che ha acuito al massimo l’antitesi tra capitale e lavoro salariato, che ha spinto all’estremo il dominio del prodotto sul produttore, che ha portato al vertice la divinizzazione della merce e del denaro, la schiavizzazione dell’operaio e dell’uomo. Si può senz’altro elevare a norma che il capitalismo più fa pubblicità, più condanna alla morte per fame i suo «sudditi».
Batta pure la grancassa il gangsterismo politico d’oltre Atlantico, strilli pure lo slogan della «guerra alla miseria», tanto comodo, in questo momento, alle varie «bande» per la loro campagna elettorale: alla fine, la «povertà» sarà più povera. Ovunque domina il capitale (e domina su tutto il pianeta), i lavoratori, gli operai, le masse salariate giacciono sotto il tallone di ferro del suo sfruttamento e delle sue leggi: della sua oppressione, della sua cieca forza distruttiva. Il capitalismo è un’economia di profitto, in cui l’uomo e i suoi consumi sono soltanto i mezzi a quell’unico fine.
III
La piovra dell’«aristocrazia operaia»
Ma se dappertutto il lavoro salariato geme sotto il tallone di ferro del capitale; se ovunque la schiavitù salariale del lavoro, cresciuta più che mai col sopravvivere del capitalismo a sé stesso, è il sistema generale; sono tuttavia alquanto differenti nei diversi paesi del mondo le condizioni materiali di vita e la situazione momentanea della classe operaia. Le condizioni materiali del proletariato sono strettamente connesse all’evoluzione generale degli Stati, e risente dei rapporti che, nel corso storico, si stabiliscono fra di essi. Il proletariato degli Stati Uniti e di alcuni Stati europei si trova a vivere in paesi che detengono la egemonia economica e militare, finanziaria e politica, sul resto dei mondo. Questo fatto ha notevoli conseguenze su strati più o meno numerosi della classe operaia, sul suo atteggiamento politico, e in genere sullo svolgimento della lotta di classe e rivoluzionaria per l’abbattimento del sistema di produzione capitalistico. Se si vuol capire l’atteggiamento politico della classe operaia, l’influenza enorme che su di essa esercitano l’opportunismo, la corruzione parlamentare e la seduzione nazionale, non si può fare a meno di considerare i rapporti materiali che l’evoluzione economica e politica del capitalismo ha stabilito (e stabilisce) fra gli Stati e fra le diverse aree geografiche ed economiche. È chiaro di per sé che è impossibile capire lo sviluppo economico di un paese, la situazione momentanea della classe lavoratrice al suo interno, lo svolgimento della lotta di classe, la formazione delle aristocrazie operaie e l’apparire del fenomeno opportunistico, considerando tutti questi aspetti isolatamente e in modo autonomo, cioè senza tenere conto dello sviluppo dell’economia mondiale e dei rapporti in continuo cambiamento che si producono fra gli Stati.
Nel corso di interi secoli e fino ad oggi uno strato più o meno numeroso del proletariato dei paesi capitalistici di occidente, in particolar modo di alcuni paesi di questa area geografica, ha divorato le briciole delle masse enormi di profitti e sovrapprofitti estorti dalla propria borghesia al resto del mondo, grazie al suo dominio commerciale, tecnico, finanziario, militare. Con queste briciole, concesse a una parte della classe operaia, la borghesia ha posto al suo servizio gli stessi partiti operai, cointeressandoli alla politica colonialista e di brigantaggio imperialista. Il proletariato di questi paesi si è quindi venuto a trovare e tuttora si trova in una situazione di apparente benessere di fronte al resto della popolazione mondiale; ma la radice materiale di questa situazione risiede nello sfruttamento esoso, nelle sofferenze atroci, inflitte a centinaia di milioni di lavoratori, nella rapina e nello sterminio di interi popoli. La borghesia occidentale, oggi non la sola, ha praticato e pratica il saccheggio e lo sfruttamento coloniale di territori e popolazioni immensi, il brigantaggio imperialistico sul mondo intero. Se dunque alcuni strati della classe operaia in Europa e negli Stati Uniti, se in genere il proletariato d’Occidente, si sono venuti a trovare, rispetto a quelli del resto del mondo, in una diversa condizione materiale di vita, tutto ciò non è dipeso e non dipende che dalla spoliazione di una buona parte del pianeta ad opera delle rapaci borghesie metropolitane.
Il frutto del sudore e del sangue di centinaia di milioni di lavoratori di «colore», che nel secolare dominio dell’Occidente capitalistico è affluito e affluisce in Europa e negli Stati Uniti, ha originato e origina quella differenza; ha consentito e consente a strati della classe operaia i «vantaggi materiali» che tanto hanno accecato e accecano gli occhi delle aristocrazie operaie; ha alimentato e alimenta la peste opportunista; ha costituito e costituisce la base della pretesa superiorità e della burbanzosa civiltà del bianco. Ed è inoltre la matrice del fetentissimo difesismo nazionale, di cui il proletariato di Occidente dimostrò in passato di essere spaventosamente affetto ed è ancor oggi profondamente impeciato.
Il capitale ha base mondiale. Penetrato in tutti i paesi del globo ad economie più o meno chiuse e presalariali, rivoluzionandone l’antica tecnica di produrre e i modi di vita tradizionali esso li ha saccheggiati e sottomessi alla sua egida; li ha legati al mercato mondiale ponendoli alla mercé di un pugno di potenze capitalistiche, che ne hanno tenuto e ne tengono in mano il destino economico e politico.
Pur se, oggi, una gran parte dei paesi coloniali ha acquisito l’indipendenza politica e, sotto questo aspetto, il colonialismo può formalmente considerarsi un capitolo della storia del capitalismo che si avvia ad appartenere al passato; la realtà dei rapporti economici non è cambiata a svantaggio delle potenze capitalistiche e colonialiste, le più forti delle quali ne hanno addirittura tratto benefici incommensurabilmente maggiori. Il capitale monopolistico, l’alta finanza, come schiacciano la piccola produzione e dissolvono le economie ristrette all’interno di ogni nazione, analogamente all’esterno schiacciano i paesi economicamente deboli, cioè poco sviluppati dal punto di vista industriale, li aggiogano al proprio carro, ne condizionano lo sviluppo, lo subordinano alle proprie esigenze. Tutti gli Stati di recente formazione, tutti i paesi del blocco «afro-asiatico», tutti i popoli ex-coloniali assurti a indipendenza nazionale nel secondo dopoguerra, hanno esperimentato e stanno esperimentando dolorosamente il fenomeno per cui la dittatura del capitale – americano, europeo, e di alcune altre potenze imperialistiche – li accompagna come la loro ombra; pesa sulla loro vita politica come una spada di Damocle; stringe in una morsa di acciaio tutta la loro economia ed il loro stesso avvenire.
È oggi di moda l’ipocrita e piratesco ritornello dell’aiuto economico e finanziario ai paesi del cosiddetto terzo mondo e «sottosviluppati». Da tutte le bande dell’orizzonte politico fanno coro le voci «piangenti» sulle centinaia di migliaia di uomini e donne che vi muoiono per fame: vittime dell’indigenza o della «carestia». La filantropia borghese invoca viveri, generi di prima necessità e medicine da inviare in soccorso. Ma intanto su quei territori si avvicendano le forze armate della repubblica stellata, del regno britannico o della gendarmeria internazionale del capitale (l’O.N.U.), pronte a mantenere l’ordine, a spegnere nel sangue ogni focolaio di ribellione, ogni tentativo di progresso civile. E il dato di fondo, il fatto che è alla base di tutto, e che neppure quelle stesse voci non possono nascondere, è che il divario economico tra i paesi arretrati e quelli super-industrializzati si è approfondito paurosamente, proprio come vogliono le leggi della produzione capitalistica che solo la rivoluzione proletaria potrà storicamente infrangere. La borghesia imperialistica di occidente, dopo di aver depredato ed immiserito popoli interi, è costretta ad organizzare il servizio di carità per assicurarne la sopravvivenza. Le cose dunque non solo non potevano andare in modo diverso, ma, restando in piedi il modo capitalistico di produzione, non potranno neanche cambiare. Il capitalismo lo ha scritto a lettere indelebili: «i ricchi diventano sempre più ricchi; i poveri sempre più poveri». In circa tre quinti della superficie terrestre, la fame miete vittime stabilmente e permanentemente, anche a prescindere dalle stragi causate dalle cosiddette carestie. Ma in altre regioni del mondo le derrate alimentari vengono deliberatamente distrutte; buttate a mare, se del caso; e ciò per «sostenere» i prezzi di mercato. Sono i prodigi tipici dell’economia di profitto, nei quali si concreta il miracolo per cui mezzo miliardo di individui, appartenenti a un gruppo di nazioni «privilegiate», possono godersi i benefici momentanei derivanti dal dominio economico e finanziario sui circa tre miliardi che formano il resto della popolazione del globo.
Ora, se non si tiene conto di tutto ciò, è ovvio che non si può comprendere la situazione materiale del lavoro salariato, la base unica che determina le differenze interne. Se si prescinde da tutta l’evoluzione mondiale, e dall’intreccio di legami e rapporti reciproci che questa intesse fra gli Stati e fra i popoli, non si possono realmente capire le condizioni di vita del proletariato, l’atteggiamento specifico della classe operaia e dei partiti che la influenzano di fronte alla lotta di classe comunista, lo sviluppo stesso di questa lotta nei diversi paesi e continenti, con tutti gli aspetti patologici e negativi che pervicacemente lo caratterizzano.
La situazione materiale del proletariato dei paesi super-industrializzati è strettamente dipendente da quella del proletariato di tutti gli altri paesi e delle loro masse lavoratrici. Questa interdipendenza, mentre dal punto di vista economico rivela l’influenza che esercita sulle condizioni di vita del proletariato all’interno di un dato paese il peso economico e finanziario sul mercato mondiale (potenza imperialistica) del corrispondente apparato statale, dal punto di vista politico mostra quale incidenza possa avere la diversità relativa di condizione materiale di esistenza sull’atteggiamento politico della classe operaia e delle forze politiche che la influenzano rispetto alla lotta rivoluzionaria per il comunismo. La differenza nelle condizioni di vita del proletariato nei paesi «ricchi» e nei paesi «poveri», per usare un linguaggio di comodo, è un fatto di grande importanza nello sviluppo della lotta di classe. Un fatto né casuale, né tanto meno «naturale». Esso è un prodotto tipico del capitalismo, che raggiunge l’apice con l’estensione del suo dominio su tutto il pianeta. Non bisogna dimenticare che proprio mediante questa differenza relativa, la quale tende ad allargarsi a favore delle grandi metropoli capitalistiche, una parte della classe operaia è stata conquistata alla politica opportunista di collaborazione con la borghesia. E questo è un fatte che bisogna assolutamente non trascurare.
Nel secolo scorso, in modo tipico l’Inghilterra e in seguito in modo ancora più impressionante gli Stati Uniti, mercé il dominio commerciale ottenuto sul mercato mondiale in forza della loro potenza economica e militare, si sono creati, accanto alla loro borghesia, una borghesia «operaia» e dei partiti sedicenti socialisti ma perfettamente borghesi, quindi interessati alla politica imperialistica e nemici acerrimi della rivoluzione proletaria e del comunismo. Durante tutto il periodo di esistenza della II Internazionale (1889–1914), finita nella vergogna della difesa della patria borghese, l’opportunismo mise profonde radici nell’Europa occidentale proprio per il fatto che gli Stati imperialisti di questo continente (Inghilterra, Francia, Belgio, Germania, ecc.), imposto il loro dominio politico ed economico su un miliardo circa di oppressi (più della metà del genere umano allora), poterono vivere alle loro spalle pompando sovrapprofitti favolosi, con poche briciole dei quali comprarono i capi dei partiti socialdemocratici. I rapporti venutisi a stabilire fra gli Stati del mondo in seguito allo sviluppo del capitalismo, crearono all’interno dei paesi imperialisti la base economica della corruzione dei capi operai e di strati della classe lavoratrice, cioè dell’opportunismo socialsciovinista e democratico-pacifista.
È dunque solo considerando il processo complessivo, lo sviluppo generale dell’economia e della storia politica degli Stati ad esso legata, che si disegna con chiarezza davanti ai nostri occhi la reale prospettiva della lotta proletaria e socialista. Il programma della rivoluzione comunista è interamente basato sulla natura inscindibile dei rapporti reciproci fra classi e stati, che il corso dei capitalismo determina internazionalmente. La prospettiva del comunismo è mondiale, passa per la rivoluzione internazionale del proletariato, poggia sulla dittatura comunista in tutto il mondo.
Solo così diviene agevole comprendere da un lato la paurosa depressione politica in cui versa la classe operaia dei paesi super-industrializzati, come gli Stati Uniti, e dall’altro lo stato di relativo fermento e di predisposizione alla guerra di classe delle masse lavoratrici dei paesi sottoposti al dominio economico e finanziario delle potenze imperialistiche solo così è anche possibile stabilire con precisione le radici economiche dell’opportunismo; avanzare perfino la previsione dell’area in cui l’incendio della futura rivoluzione dovrà incominciare a divampare.
La parte più avanzata e risoluta del proletariato dei paesi sia dell’Occidente, che dell’Oriente, deve cercare di afferrare questa realtà, capire il legame profondo, il nesso inscindibile, fra la situazione continentale e quella del resto del mondo: deve sforzarsi di apprendere e non più dimenticare che i limiti del fronte di lotta sono internazionali e che senza questa necessaria prospettiva ogni tentativo, ogni sforzo anche il più generoso, è irrimediabilmente condannato alla confitta.
Il capitalismo ha base mondiale. Non solo, ma la sua tendenza storica è di concentrarsi sempre più. Questo fenomeno fondamentale dell’attuale modo di produzione è più visibile e appariscente che mai, dopo ogni crisi, dopo ogni guerra. Il processo di concentrazione della ricchezza nelle mani di un pugno di potentati monopolistici di due o tre grossi paesi è, sotto un aspetto generale, il dato centrale di questo dopoguerra. Esso è alla base dei rapporti fra gli Stati, della situazione e dei rapporti reali fra le classi nell’Occidente, nell’Oriente, dovunque: è alla base del soffocamento politico di qualsiasi moto antimperialista, della repressione di ogni alzata di testa del proletariato. Tre continenti (America, Asia, Africa), per limitarsi a quelli ora più direttamente interessati, nel torno di questo «pacificissimo» scorcio di tempo sono teatro di operazioni militari e di guerre locali. In quasi trenta paesi, schieramenti militari, forze armate, gruppi ordinati in guerriglia, si scontrano. Ovunque, o quasi, sotto l’egida dei briganti imperialisti, e per la conservazione dei loro sporchi interessi, che vengono fatti massacrare senza possibilità e speranza di successo. Dal canto loro, i super-Stati coltivano col cinismo più assoluto le loro eterne conferenze per il disarmo e per la pace, mentre proseguono nella corsa agli armamenti e potenziano la loro produzione bellica. Queste alte piraterie, che con tanto sussiego e «spirito umanitario» parlano di pace e di mantenimento della pace nel mondo; queste alte piraterie che siedono a un tavolo di conferenza per patteggiarvi la vita e il benessere dei popoli, tengono sguinzagliate le loro ciurmaglie, armate fino ai denti coi più poderosi ordigni di guerra, pronte ad uccidere sprezzantemente, a calpestare ignobilmente, le deboli forze di piccoli paesi schiavizzati, che vogliono solo emanciparsi dalla loro funesta tutela.
La guerra e la pace sono le due facce inseparabili del capitalismo: dopo la guerra la pace; dopo quest’ultima la guerra. Non c’è scampo a questo dilemma, sotto il capitalismo. Russia e Stati Uniti hanno dato luogo, proprio in questi giorni, a uno scambio di annunzi circa le loro ultimissime realizzazioni nel campo degli ordigni bellici. È l’ultima notizia a sensazione che ha fatto turbinosamente il giro del pianeta: Mosca possiede una «super-bomba», quasi quasi un raggio della morte! Dal canto suo Washington risponde di possedere più potenti mezzi di offesa e di difesa. La cosa, quindi, non la impressiona affatto. L’umanità ascolta attonita sia l’annuncio che il terrificante dialogo delle due «pacifistissime» centrali. Ma, dopo lo scoramento, giunge l’immancabile conforto del gazzettume, e l’imbonimento dei crani ad opera delle centrali di stampa ed altre: «Nessuna preoccupazione, si tratta di strumenti a presidio della pace; di mezzi capaci di distogliere chicchessia dal fare la guerra».
Malauguratamente il proletariato oggi è in ginocchio, mentre dal canto suo la guerra sembra maturare nel profondo. Non saremo certo noi a mancar di lanciare il grido quasi secolare: «Contro la guerra degli Stati, viva la guerra delle classi!», se la prima dovesse «sorprendere» il proletariato e l’avanguardia comunista una terza volta ancora, in questo secolo che non ha oltrepassato da molto la metà del suo percorso. Ma il punto è un altro. Per uscire dall’inferno capitalista, dagli orrori e dalle infamie della putrescente società di classe, dalle rovine di una terza guerra imperialista, la rivoluzione comunista mondiale deve poter battere in breccia la guerra degli Stati. E allora sì che, senza dubbio alcuno, si saprà, si «scoprirà», che un «vero» raggio della morte esiste. Che è in possesso di una classe. Che appartiene al proletariato. Che si chiama: Dittatura proletaria.
Questa sì riuscirà a cancellare, per sempre, le menzogne, le mistificazioni, le infamie, gli orrori della società divisa in classi. È essa il «vero» raggio della morte del sistema che genera inevitabilmente le guerre, il capitalismo; in grado essa sola di sciogliere definitivamente il dilemma della pace e della guerra sul pianeta.
I comunisti non si stancano di ripetere che l’unica via storica per liberare l’umanità dal giogo del capitale e della guerra è la rivoluzione proletaria. L’umanità deve procedere inesorabilmente per questa strada e per nessun’altra. Lo scioglimento di tutti i problemi politici e sociali dell’epoca nostra, l’epoca della civiltà borghese, sta tutto racchiuso nell’abbattimento del dominio del capitale sul lavoro vivente e nell’instaurazione della Dittatura Comunista Internazionale?