Partito Comunista Internazionale

A un secolo dalla fondazione della Prima Internazionale Pt.2

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IV

Un secolo dunque è trascorso dalla fondazione della I Internazionale e, benché il proletariato si sia battuto generosamente, ingaggiando in momenti cruciali la guerra frontale contro il proprio nemico di classe; benché in due successivi grandiosi balzi storici abbia dato l’assalto al potere e sia riuscito nel secondo a conquistarlo in più paesi e persino a mantenere, per parecchi anni, nelle proprie mani lo Stato di classe, drizzato minacciosamente contro la borghesia ed il capitale in un’ampia zona del pianeta (Russia); la grandiosa prospettiva per la quale esso combatte non è stata tuttavia raggiunta ancora.

Il comunismo resta da vivere

È quel che è peggio, politicamente è oggi meno vicino che in altri momenti storici del passato.

Come è potuto avvenire ciò? A quali cause oggettive e di portata generale imputare questo ritardo? Forse che la prospettiva del comunismo, classicamente apertasi all’umanità col «Manifesto del Partito Comunista» del 1848, è stata di gran lunga anticipata nel tempo, per cui la società non sarebbe ancora matura per il passaggio a un nuovo modo di vita?

Rispondere a questi interrogativi equivarrebbe a rifare la storia delle lotte di classe, del partito di classe, dell’evoluzione del capitalismo, negli ultimi cento anni. E qui è assolutamente impossibile perfino tracciarne uno schizzo sintetico. La risposta deve essere quindi necessariamente ristrettissima e limitarsi a puntualizzare i tre punti seguenti:
a) il grado di sviluppo raggiunte dall’economia;
b) l’intensità della lotta di classe;
c) l’attitudine e l’idoneità del partito della rivoluzione proletaria, del Partito Comunista.

a) Da oltre mezzo secolo, il modo di produzione capitalistico ha prodotto le condizioni materiali per il trapasso ad una nuova forma di organizzazione del lavoro e della vita: cioè al socialismo. E fino a quel momento, malgrado gli orrori e le sofferenze a cui sottopone la classe operaia e l’intera società in dati periodi, esso, come sistema economico, trova giustificata la sua esistenza: è stato, e non poteva non essere necessario. Ma da quando è entrato nello stadio imperialista, un po’ prima dell’inizio di questo secolo, ogni suo giorno di vita in più è causa di sciupii, di distruzioni, di guerre catastrofiche. Giunto a tal punto, il capitalismo non solo è l’oppressione del lavoro salariato, la dittatura del lavoro morto sul lavoro vivo, il dominio del prodotto sul produttore; è un mostro divoratore e distruttore di energie sociali della specie e della natura tutta.

È da molto dunque che il capitalismo tiene in grembo il socialismo. La gravidanza si è protratta al di là del suo limite storico, naturale e necessario. Chi è mancata è la «levatrice», che non ha ancora saputo rompere il cordone ombelicale.

b) Neanche l’intensità della lotta di classe ha storicamente fatto difetto. Durante periodi caratteristici, in concomitanza con la crisi economica e sociale generale del capitalismo, essa è stata profonda ed acuta. Decine di milioni di proletari, di semi-proletari, di contadini poveri, sono entrati nel sommovimento generale, si sono battuti con eroismo e con abnegazione sul fronte della guerra civile per il comunismo. La situazione oggettivamente rivoluzionaria si è dunque presentata, e la lotta di classe si è inasprita al massimo, è diventata lotta armata per la conquista del potere. In Russia, Germania, Ungheria, Cina, in Occidente e in Oriente in genere, le masse sono state spinte alla rivoluzione e per essa hanno dato la vita. Non stanno dunque essenzialmente su questo terreno le cause della disfatta della rivoluzione proletaria e del mancato avvento del comunismo.

c) È passando – per usare una delle espressioni tecniche – dalla condizione oggettiva alla condizione soggettiva della rivoluzione, cioè alla considerazione dell’attitudine e dell’idoneità del partito della rivoluzione comunista, che si può rispondere sufficientemente a quei quesiti. Il proletariato, senza la capacità e l’attitudine rivoluzionaria del Partito Comunista, è impotente a venire a capo del dilemma: passare, distruggendo le Stato borghese, dalla dittatura della borghesia a quella del proletariato. La lotta di classe potrà toccare note asperrime e aspetti incandescenti, ma se manca il partito ogni sforzo, ogni sacrificio, è condannato alla rovina. Il nocciolo di tutta la questione risiede interamente in ciò. Le vicende che hanno agito negativamente sul partito, che ne hanno ridotto e diluito la capacità di lotta rivoluzionaria, e quindi l’hanno reso impotente a svolgere i suoi compiti storici, si ricollegano a tutta la lotta storica generale, alle vittorie e alle sconfitte, agli errori di teoria e di azione, alle ondate opportuniste. Non potendo qui svolgere l’esame di tutti questi elementi, si sottolinea una delle cause principali che hanno debilitato il partito di classe: l’opportunismo.

La rivoluzione socialista non ha potuto vincere nel mondo a causa dell’opportunismo che ha infestato il partito e la classe operaia.

V

L’opportunismo è un fenomeno politico dipendente dallo sviluppo economico della società. È un fenomeno storico che incide sulla lotta delle classi per la confluenza di interessi economico-sociali di strati delle classi sottomesse e sfruttate con gli interessi di conservazione politico-sociale della classe dominante. E diviene una vera forza contro-rivoluzionaria, agente sul proletariato molto più efficacemente che la borghesia, e con maggior presa, soprattutto nei momenti decisivi della battaglia di classe del proletariato comunista.

Dopo il crollo vergognoso della II Internazionale, andata in pezzi sotto le cannonate della prima guerra mondiale e quindi passata armi e bagagli al nemico, il movimento socialista si divise in tre correnti principali:
1) I socialsciovinisti – socialisti a parole, nazionalisti e patriottardi nei fatti;
2) I centristi – oscillanti tra socialsciovinisti e, a parole, i comunisti autentici;
3) Gli internazionalisti – veri comunisti.

Nel marzo 1919 si forma la III Internazionale. La dottrina comunista è interamente ristabilita ed i suoi principi – Partito rivoluzionario di classe, Dittatura del proletariato, Rivoluzione mondiale – cominciano a permeare l’azione di tutte le forze autenticamente comuniste. La lotta contro l’opportunismo della II Internazionale acquista una importanza fondamentale, diviene addirittura parte integrante dell’opera storica della III Internazionale.

«L’opportunismo è il nostro nemico principale – sottolineava Lenin al II Congresso dell’Internazionale Comunista, nell’estate 1920, svolgendo il suo rapporto «Sulla situazione internazionale e i compiti dell’I. C.». – L’opportunismo negli strati superiori della classe operaia non è socialismo proletario, ma borghese. La pratica ha dimostrato che gli uomini politici del movimento operaio appartenenti alla corrente opportunista, difendono la borghesia meglio degli stessi borghesi. Se essi non avessero la direzione degli operai, la borghesia non potrebbe resistere».

La lotta contro l’opportunismo costituiva dunque uno dei compiti principali dell’Internazionale Comunista. Questa lotta doveva essere condotta inflessibilmente e senza esitazioni contro le varie sfumature e gradazioni dell’opportunismo: destra, centro, e così via. Il fuoco doveva investire con la stessa veemenza e con più precisione ancora il centro, pericoloso più che mai per le sue oscillazioni verso il comunismo rivoluzionario, che lo facilitavano nell’opera di inganno degli operai.

L’opportunismo è il nemico principale del proletariato e del comunismo. Oggi più che mai.

Ma l’opportunismo non esisteva solo all’esterno dell’Internazionale Comunista: elementi opportunisti erano anche penetrati nel suo seno. Alcuni mesi prima del II Congresso, nel febbraio 1920, Lenin rilevava («Note di un pubblicista»):
«La discrepanza tra le parole e i fatti ha fatto fallire la II Internazionale. La III non ha ancora un anno di vita, e già diventa un centro di attrazione e una moda per i politicanti che vanno dove vanno le masse. La III Internazionale comincia già ad essere minacciata dalla discrepanza fra le parole e i fatti. Bisogna svuotare questa minaccia, ad ogni costo e dovunque, ed estirpare dalla radice ogni manifestazione di questo male».

Si era nel 1920, in una fase storica dello scontro mondiale fra le classi densa di possibilità rivoluzionarie e aperta al trionfo universale della prospettiva comunista. L’afflusso nell’Internazionale Rossa di gruppi e uomini politici instabili, di politicanti alla moda, costituiva una grave minaccia per tutta l’organizzazione internazionale del proletariato. Al centro effettivo delle reali preoccupazioni di Lenin, e nostre, stavano l’efficienza del partito e la sua compattezza e omogeneità interne, rese solamente possibili dall’unicità di vedute teoriche e tattiche della direzione rivoluzionaria, di tutti i militanti. L’inquinamento dell’organizzazione internazionale del proletariato avrebbe costituito in ogni caso un pericolo serio nell’eventualità di un riflusso dell’ondata rivoluzionaria. Pochi anni dopo, in relazione all’andamento di quello scontro che incominciava a volgersi a svantaggio della rivoluzione proletaria, vennero compiuti dall’Internazionale i primi passi cedevoli che, in brevissimo volgere di tempo, dovevano condurla alla rovina, una rovina così profonda che dopo quarant’anni circa il proletariato non riesce ancora a battersi per i suoi interessi politici e per il suo obbiettivo centrale, la conquista del potere politico e la instaurazione della sua dittatura.

VI

Orbene, in che cosa consisteva, fondamentalmente, l’opportunismo politico dei socialsciovinisti e dei social-patrioti, riguardo alla lotta rivoluzionaria per la conquista del potere politico, durante e successivamente alla prima guerra imperialista? Il tradimento politico consumato dai capi opportunisti della II Internazionale consisteva essenzialmente nell’agire sul «terreno democratico» nel difendere gli interessi nazionali, nel disconoscere la necessita della dittatura del proletariato. Ma il nocciolo del bubbone opportunista, radicato particolarmente nel centrismo, stava nel rifiuto di distruggere la macchina statale della borghesia, senza di che nessuna rivoluzione può vincere, nessun socialismo è possibile. Il tradimento politico dei partiti degeneri della disciolta III Internazionale riconduce in definitiva alle stesse posizioni.

La teoria del socialismo in un solo paese, inalberata dalla controrivoluzione russa e seguita da tutti i partiti aderenti alla III Internazionale dal 1926, dopo aver battuto e cacciate dal sue schiere le forze genuinamente comuniste, è la matrice della politica arci-opportunista di difesa degli interessi nazionali, praticata, più ignobilmente ancora del social-patrioti del 1914, da poco meno di quattro decenni. L’intermedismo che i partiti degeneri della III Internazionale hanno abbracciato anima e corpo li ha condotti al ripudio effettivo della letta per la dittatura del proletariato e al corrente allineamento sulle posizioni più grette della democrazia borghese e del rancidume piccolo-borghese. Dal punto di vista della rivoluzione proletaria e della sua questione centrale, la questione del potere, tanto l’opportunismo della II Internazionale, quanto quelle dei partiti degeneri della III Internazionale possono ridursi a questo punto-chiave: ammettere che tra la dittatura della borghesia e quella del proletariato esista una soluzione intermedia. Tutta la cancrena opportunista delle varie ondate storiche di questo male nella lotta rivoluzionaria del proletariato per la conquista del potere politico, sta esattamente in ciò. Supporre che tra la dittatura della borghesia e quella del proletariato vi sia una terza strada, è rinnegare il principio centrale della teoria rivoluzionaria comunista, è porsi sul terrene borghese, a difesa della dittatura capitalistica.

Di fronte al passaggio all’avversario e al voltafaccia politico di schiere di opportunisti e di interi partiti, non si ribadirà mai abbastanza che, senza la distruzione della macchina statale della borghesia, senza lo scioglimento dei suoi apparati burocratici, militari, giudiziari ecc., senza la creazione di un nuovo Stato, senza la Dittatura Comunista, è assolutamente impossibile abbattere il dominio politico della classe borghese; liberare il proletariato dalla schiavitù salariale e l’umanità intera dal giogo del capitale e delle sue guerre.

In questo secolo, perfino i più reazionari e conservatori dei borghesi amano tingere di «socialista» le loro merde politiche. Tutti questi truffatori incalliti lasciano intendere che un po’ di «socialismo» non farebbe male a nessuno. Interi partiti (laburisti, social-democratici, ecc.) ultra-borghesi tengono addirittura il socialismo come loro meta finale. Nessuna sorpresa quindi che partiti recanti l’appellativo di «socialista» o «Comunista» e che asseriscono di volere il comunismo, facciano la politica della borghesia, collaborino al mantenimento del suo dominio politico sul proletariato. La lotta tra l’opportunismo e la rivoluzione comunista non verte sulla finalità; come sempre, essa investe il campo dei principi, e prima di tutto quello che riguarda la questione del potere e del come conquistarlo.

È proprio su queste punte che nessuna incertezza, nessuna riserva, nessuna perplessità, nessuna distinzione, è ammissibile. I proletari debbono guardare in faccia la realtà così com’è, senza paura e senza esitazioni, e non aver timore di trarne tutte le conseguenze politiche. La lotta di classe tra proletariato e borghesia è una lotta dura, aspra, per la vita e per la morte, che a nessun altro sbocco può condurre che o alla dittatura borghese o alla dittatura proletaria. Qualunque sia la forma sempre diversa (democratica, fascista, ecc.) che il dominio della classe borghese momentaneamente assume: comunque lo imbellettino i servi e politicanti opportunisti, e per quanto si ciarli di democrazia popolare e progressiva e di Stato «neutrale» al di sopra del le classi, il dominio della borghesia sul proletariato rimane sempre ed invariabilmente una dittatura aperta e mascherata.

E, per rovesciare questa dittatura, per abbattere il dominio del capitale, per instaurare la dittatura del proletariato, la strada necessaria da percorrere è una sola: la lotta di classe rivoluzionaria portata fino in fondo, spinta alle sue conseguenze logiche, fino alla lotta armata per la conquista del potere.

Il comunismo, considerato e dal punto di vista oggettivo, è una potenza gigantesca che traspira da ogni lato della società presente. Esse «vive» già in boccio nelle condizioni oggettive storicamente prodotte dal capitalismo. Il ritardo del suo avvento, che dipende strettamente dalle vicissitudini delle lotte di classe e dalle ondate di degenerazione opportunista che hanno infestato il partito politico, non lo rende perciò meno vivo e attuale. È anzi, questo ritardo, in forza del quale il capitalismo ha potuto continuare a distruggere, opprimere e massacrare; è anzi questo aspro processo di gestazione, con tutti i dolori e le sciagure di cui è fonte, che non potrà non renderlo più necessario, irrompente, invincibile, che mai.