A un secolo dalla fondazione della Prima Internazionale Pt.3
Categorie: First International, Opportunism
Questo articolo è stato pubblicato in:
VII
Malgrado la potenza «oggettiva» del comunismo, malgrado l’aumento colossale delle forze produttive, la prospettiva della frattura rivoluzionaria della società presente è tuttavia ancora non vicina. Le premesse politiche per lo stabilimento del suo presupposto storico: la Dittatura del proletariato – sono del tutto irrisorie nella fase che attraversiamo. La lotta per la conquista del potere politico resta esclusa dall’azione immediata, e non si pone all’ordine del giorno neanche in un’immediata prospettiva futura: si pone solo come obiettivo finale di tutto un periodo più o meno lungo di preparazione rivoluzionaria delle classe operaia e delle centinaia di milioni di schiavi delle galere capitalistiche.
I compiti, che in conseguenza spetta di svolgere al partito, sono molto primordiali e si presentano come preliminari all’azione effettiva. Il partito è tuttora costretto a muoversi in «sede teorica», senza poter esercitare «la manovra di azione» diretta alla guida materiale e reale della classe in lotta per il rovesciamento dello Stato borghese e l’abbattimento del capitalismo. Nelle vicende della lotta di classe, con e nell’alternarsi di periodi rivoluzionari e controrivoluzionari, questa situazione in cui il partito di classe viene a trovarsi o è transitoriamente respinto è un fenomeno purtroppo normale ed è il risultato di tutto l’andamento del conflitto sociale, della lotta delle classi. Come in tutti i periodi di controrivoluzione, i compiti e l’attività dell’avanguardia comunista si riducono notevolmente e si restringono all’essenziale. L’opera principale del partito si compendia in un lavoro continuo, tenace, molecolare, impercettibile, alla superficie della vita politica quotidiana della società, diretto alla messa a punto rigorosa dell’arsenale teorico, alla riorganizzazione delle file del partito, all’oleazione delle armi, alla preparazione rivoluzionaria del proletariato in un urto incessante e spietato con l’opportunismo. È pressoché naturale che un lavoro di tal genere, nelle innumeri difficoltà che si frappongono al suo svolgimento, si presenti duro e perfino snervante per le stesse limitate forze militanti di questi periodi negativi. È quindi abbastanza spiegabile che l’impulso e il desiderio di fare al di là del possibile e del giusto di tanto in tanto affiorino e raggiungano persino posizioni attivistiche deleterie per l’azione rivoluzionaria di classe. Per quanto ciò costituisca una manifestazione inseparabile dal lavoro in questi periodi, è tuttavia necessario, ai fini della lotta ultima e dell’azione generale che il partito deve svolgere, considerare l’impazienza e il desiderio dell’azione come tremendi tarli corrosivi non solo dei nervi di pur buoni militanti rivoluzionari, ma soprattutto della solidità ed incisività dell’azione rivoluzionaria del partito. Non si debbono nutrire perplessità o debolezze di fronte a tali manifestazioni, che inevitabilmente si generano e che il partito non può che combattere ed espellere dal proprio seno, quando si presentino.
Il processo rivoluzionario non è determinato dalla volontà o dall’attività del partito. Esso è il risultato di tutto il generale movimento storico della società, in cui il partito svolge un ruolo agente. Il partito, anche volendolo, non può né creare le condizioni della rivoluzione né la rivoluzione stessa: deve, essenzialmente, prepararsi alla rivoluzione, per dirigerla e condurla ai suoi obbiettivi.
La parte principale dei compiti «attuali» dell’avanguardia comunista, il «dovere» politico fondamentale del presente, consiste in un lavoro perseverante e tenace, svolto in profondità e «assolutezza» (con intransigenza) e diretto al ristabilimento della dottrina comunista (arma di battaglia del proletariato); alla ritessitura delle file di partito (organo direttivo della rivoluzione comunista); allo smascheramento a fuoco dell’opportunismo (tossico tremendo dell’energia rivoluzionaria del proletariato).
Disincantare gli operai dall’inganno del rispetto della patria; smuoverli dalla difesa degli interessi nazionali; scuoterli dall’oppio del pacifismo sociale; liberarli dall’illusione democratica e da quella elettorale; e così via, è assolutamente necessario e primordiale. Senza liberare il proletariato dalla illusione della via riformista e parlamentare «al potere», dall’inganno della via democratica e nazionale al socialismo; senza inculcargli i principi rivoluzionari del comunismo, anche la futura rivoluzione sarà inevitabilmente condannata alla sconfitta. La sostanza reale del costante lavoro di ristabilimento della piattaforma teorica e tattica del comunismo, della polemica feroce contro l’opportunismo, dell’azione diretta a screditarlo agli occhi del proletariato e ridurne l’influenza, non in altro consiste e può consistere che nell’educazione rivoluzionaria del proletariato, nella preparazione delle masse di sfruttati di tutti i colori e di tutti i continenti alla guerra di classe per la DITTATURA COMUNISTA MONDIALE.
Il proletariato deve risollevarsi, e certo si risolleverà, dalla paurosa depressione politica in cui si trova, con la netta e decisa coscienza della necessità ed inevitabilità della rivoluzione comunista; deve svegliarsi con la chiara e assoluta visione della necessità e inevitabilità di scrollarsi per sempre dal giogo del capitale mediante l’insurrezione e la lotta armata; deve riavviarsi verso la prospettiva grandiosa del comunismo con la ferma coscienza della necessità e inevitabilità che la posta in gioco, l’obbiettivo unico da raggiungere, è la conquista del potere politico alla scala mondiale.
Molto marciume, molte e cancrenose incrostazioni sociali, ha accumulato la società borghese. Molta melma e molto letame hanno ammonticchiato le successive ondate opportuniste. Qualunque idea, qualunque pretesa di evoluzione graduale, di passaggio pacifico al socialismo, è un non senso, una cecità assoluta. È una droga ammuffita, buttata ancora una volta negli occhi dei proletari. Anche l’ipotesi di «riscatto pacifico» dalla borghesia, avanzata condizionalmente per l’Inghilterra nel secolo scorso dai fondatori del socialismo scientifico, dal principio di questo secolo è stata completamente travolta dall’evoluzione politica generale del capitalismo, entrato nel suo stadio imperialista. Il militarismo – questo solo aspetto dell’imperialismo borghese che i rinnegati e transfughi del comunismo invocano ad ogni piè sospinto per giustificare la loro calata di brache davanti al nemico di classe e l’abbandono della prospettiva rivoluzionaria – costituisce già di per sé un fatto storico che fa piazza pulita dei metodi di lotta cosiddetti pacifici, delle fantasie sentimentali dell’umanitarismo riformista, e cose del genere, e rende al contrario di un’estrema evidenza, di una immediata palpabilità, la necessità ed inevitabilità della violenza rivoluzionaria del proletariato, nella conquista del potere per sé, dovunque.
Ma vi è di più. I rapporti economico-sociali del periodo storico presente hanno un contenuto di violenza potenziale, quale non hanno mai racchiuso periodi anteriori dell’epoca borghese. Le enormi proporzioni raggiunte dal capitalismo costituiscono un ammasso di dinamite dagli effetti sociali immani. Le contraddizioni in cui la sua stessa evoluzione l’ha spinto «a cacciarsi» sono più che mai stridenti ed insolubili. Sono un fattore di squilibri, di crisi, di distruzioni, di guerre. Il suo aumento quantitativo a tanto l’ha portato, che lo scioglimento di ogni suo nodo non può avvenire che attraverso la forza e la violenza di classe e comunista del proletariato.
Solo delle carogne opportuniste, dei pacifisti incancreniti, dei venduti alla borghesia (socialisti, comunisti nazionali, e compagnia), solo queste organizzazioni di autentici agenti dell’imperialismo, osano predicare il pacifismo sociale; si danno centomila arie filosofando di «struttura mutata» del capitalismo, di un «neocapitalismo» che «non sarebbe più capitalismo»; di tante e tante altre corbellerie per stornare il proletariato dalla lotta rivoluzionaria, per incretinirlo con le schede elettorali o con la panzana della «pacifica conquista interna del potere» per atterrirlo con la psicosi atomica; in una parola, per impedirgli di spezzare le catene del suo sfruttamento con l’abbattimento rivoluzionario di questo maledetto sistema, e così conquistare finalmente un mondo nuovo.
Questa gentaglia ne dirà sempre delle belle e delle nuove. Sicofanti ed imbroglioni, essi troveranno sempre nuove droghe per addormentare o svirilizzare l’energia rivoluzionaria del proletariato. Ebbene, signori: il capitalismo si è evoluto, ma non in altro (e tanto basta) che nell’estendere il proprio dominio sul lavoro salariato. Questa aumentata potenza del capitale, che è sempre fermo nella sua natura, che non è cambiato per nulla nella sua essenza, questo suo accresciuto dominio sul lavoro vivo richiede per abbatterlo una violenza corrispondente. Malgrado tutte le ciarle, gli inganni, le distorsioni e gli artifici dell’opportunismo, la rivoluzione comunista è e rimane l’unica via di uscita dalla schiavitù capitalistica del lavoro, l’unica strada di salvezza, per tutto il genere umano dalle atrocità della guerra. Al di fuori della via rivoluzionaria, nessuna, assolutamente nessuna soluzione del dilemma sociale posto ai tempi nostri dalla storia è possibile. Senza la rivoluzione comunista, senza la dittatura comunista mondiale, è impossibile fare andare avanti la specie umana, farla uscire dal capitalismo ed entrare nel socialismo.
VIII
All’inizio di questo mese si sono riuniti a Bruxelles gli esponenti dei partiti affiliati all’internazionale gialla, (la cosiddetta internazionale socialista) per celebrare, secondo gli annunci ufficiali, il centenario della I Internazionale. Non c’è bisogno di dirlo: si tratta dei successori diretti di gente di esecrabile memoria come Longuet, Scheidemann, Noske, Renaudel, Hyndman, Bissolati e compagnia, rappresentati nella circostanza da Mollet (Fr), Saragat (It), Schmidt (Ger), Collard (Bel) ecc., carnefici di capi valenti del proletariato, assassini di Rosa Luxemburg e Carlo Liebknecht, di tanti e tanti altri militanti della causa comunista; cinici pugnalatori della rivoluzione proletaria. Questa sbirraglia da forca, di cui la maggior parte se non dirige direttamente un governo vi collabora almeno strettamente, ha dunque ripetuto il rito: sul sangue del proletariato mondiale che gli Stati che essi rappresentano o servono hanno fatto e fanno scorrere a fiumi, hanno «consacrato» Marx, Engels, il socialismo, agli ideali della democrazia borghese, alla libertà dello sfruttamento capitalistico del lavoro, alla conservazione della società di classi.
Queste serpi velenose stanno ancora, dopo quasi cinquant’anni dacché noi comunisti per un certo tempo legittimamente sperammo fossero definitivamente schiacciate, a rimuovere con la lingua biforcuta il nome di Marx, di Engels, della gloriosa I Internazionale rossa. Ma da loro (e questo è il punto) non differiscono sostanzialmente i partiti della disciolta III Internazionale, i sedicenti partiti comunisti e correnti analoghe, che, richiamandosi a Marx, ad Engels, a Lenin, alla Rivoluzione di Ottobre ed alla III Internazionale dei primi anni ardenti (piccisti, kruscioviani, titini, maoisti, e così via), mantengono in pratica la stessa attitudine politica di quelli di fronte alle questioni centrali della rivoluzione e della dittatura comuniste. Da quando hanno rinunziato alla lotta per la dittatura internazionale del proletariato, abbracciando la «teoria» del socialismo in un paese solo, essi sono ricaduti sulle posizioni dei social-pacifisti e dei social-patrioti. Con l’aggravante che questi ultimi, dopo di aver consumato fino alla faccia tutte le posizioni dell’opportunismo del passato (difesa infame degli interessi nazionali, rispetto della legalità borghese, rinunzia alla distruzione dello Stato borghese, «lotta» sul terreno nazionale, ecc., ecc.), pretendono di rappresentare davanti alla classe operaia che hanno spudoratamente tradita, i continuatori del comunismo difeso da Marx e da Engels, mirabilmente restaurato da Lenin e solo ed esclusivamente dal Partito Comunista Internazionalista aspramente riaffermato in tutta la sua integrità originaria. È certo che proprio costoro rappresentano, ai tempi nostri, la peggiore specie di opportunisti e quindi il principale nemico del proletariato rivoluzionario.
Il compito più utile ed urgente per la borghesia, in questo momento, non sta, è vero, nel ripararsi da minacce attuali di assalti proletari. Ma se questo, da un lato, è fuori di dubbio, dall’altro lato è più che certo che per essa è questione di vita o di morte tenere sempre in funzione questi «vecchi arnesi». Senza l’aiuto e l’intervento dell’opportunismo, la borghesia non potrebbe tenere a lungo imbrigliata la classe operaia: esso rimane pur sempre la sua migliore difesa. La tempesta della futura rivoluzione comunista, che incuba e si prepara malgrado tutto, non permette di lasciare inutilizzato alcun mezzo, alcuno strumento, alcuna manovra.
Inconsapevolmente o consapevolmente non importa, le forze politiche organizzate delle classi in lotta si preparano allo scontro.