Partito Comunista Internazionale

[RG-7] Una riunione di Partito a Forlì il 27-28 dicembre

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Si è tenuta a Forlì nei giorni 27 e 28 dicembre una riunione di compagni di tutta la nostra organizzazione, perfettamente riuscita sotto tutti i riguardi: partecipazione di iscritti di tutta l’Italia e dell’estero. Ottima organizzazione da parte del forte gruppo locale che ha predisposto il ricevimento e l’ospitalità a tutti i convenuti con assoluto ordine e precisione, lavoro proficuo tra la generale compattezza, soddisfazione ed entusiastica serietà di tutti i partecipanti.

Sono intervenuti i gruppi o sezioni di Milano. I partecipanti: Trieste, 4, Palmanova 1, Treviso 1, S. Maria Maddalena 1, Torino 3, Asti 2, Parma 1, Ravenna 2, Cervia 2, Cesenatico 1, Forlì 9, Firenze 4, Roma 3, Russi 1, Napoli 5, Torre Annunziata 3, Cosenza 1, Messina 1, compagni residenti in Francia e Svizzera 3, e simpatizzanti lombardi e romagnoli. Si giustificati i compagni di Genova, Bologna, Taranto, che non sono potuti intervenire per ragioni pratiche, mentre gli intervenuti dal Piemonte e dalla Toscana rappresentavano anche gli gruppi o sezioni della regione.

La sera del sabato, nell’ampia aula del Liceo Musicale di Forli, l’Esecutivo ha svolta la sua relazione organizzativa finanziaria presentando un quadro soddisfacente del movimento ed un bilancio positivo del 1952 come organizzazione e stampa. I convenuti hanno hanno potuto constatare che nel nostro seno non vi sono state crisi di sorta, ma un processo di miglioramento qualitativo che mostra di risolversi in miglioramento anche quantitativo, un semplice processo di eliminazione di scorie e di coordinazione di lavoro ai soli fini del partito, senza più inquietudini e isterismi di singoli. Dopo l’intervento di varii compagni si presero opportune decisioni sulla organizzazione, la stampa e tutto il lavoro di partito nel prossimo anno.

Le due sedute della domenica durate complessivamente sei ore, furono dedicate alla esposizione del compagno relatore, seguita con maggiore interessamento tanto nella presentazione di tutto il passato sviluppo del nostro lavoro programmatico quanto nello specifico svolgimento di punti ulteriori meritevoli di un esame più diretto e di un contributo approfondito sempre in tutta coerenza ai nostri principii. Diamo un breve sunto della relazione.

La prima parte ha svolto il centrale problema del determinismo dialettico come rapporto di teoria ed azione nel partito proletario, tra quali elementi smarriti creano un contrasto arbitrario. La seconda parte è stata dedicata alla precisazione del compito programmatico del partito comunista nel periodo di transizione immediatamente successivo ad una conquista del potere, quanto a misure di immediato intervento nella economia capitalistica. La conclusione ha posto in evidenza che il compito di oggi è di totale ricostruzione della dottrina, il che non è astrazione dalla realtà e dall’oggi, ma deve farsi ponendo ad ogni passo in luce il fatto che non solo gli opportunisti classici (socialdemocratici e stalinisti) ma molti illusi di essere estremisti e marxisti ortodossi slittano in pieno dalle rivendicazioni che sono del proletariato a quelle che invece, nella vita pratica della economia e della produzione, rispondono alla sopravvivenza del capitalismo.

Il relatore nella prima parte ha rifatto la storia dell’indietreggiamento della energia rivoluzionaria del proletariato nel trentennio seguito alla prima guerra mondiale, collegandolo a tutta la teoria dell’opportunismo e alla lotta della sinistra contro il metodo «elastico» della Internazionale Comunista negli anni seguiti alla rivoluzione russa. Anche allora fu falsata la dialettica marxista nel senso di dedurre congiuntura per congiuntura dagli elementi della mutevole situazione la tattica anche la strategia della rivoluzione. Quindi per salire dal fondo della catastrofe occorre sostenere – come tempestivamente ma invano allora si fece – che il metodo di azione va dedotto da tutto il corso storico delle situazioni come fissato nella teoria del partito, dal passato al futuro. Il relatore provò la identità del travisamento del problema teoria-azione perpetrato da riformisti, sindacalisti, libertarii, stalinisti, e falsi estremisti odierni dell’impazienza attivista, che localizzano nel tempo e a volte nell’individuo la storia della classe e del suo corso rivoluzionario nella sua inseparabile unità di spazio e di tempo. Ridusse anzi queste sceme adulterazioni del materialismo dialettico al modo borghese idealistico e crociano concretizzare a vuoti accadimenti senza «leggi» la storia umana.

Ricordò il lavoro coerente ed organico fatto dal 1945 ad oggi riferendosi a testi e studii apparsi nella nostra stampa, e ricapitolò le riunioni di studio, che si direbbero meglio riunioni di lavoro, e di lavoro rivoluzionario, nei temi seguenti: Roma, 1-4-51: Rivoluzione e controrivoluzione – Firenze, 8/9-12-51: Disastri opportunisti e compito odierno – Napoli, 25-4-51: Programma antimercantile del socialismo – Roma, 6-7-52: Programma antiaziendale del socialismo – Milano, 7-8-52: Invarianza storica del marxismo – Forlì, 28-12-52: Programma economico immediato.

Condurre la ricostruzione dottrinale significa riportare la chiarezza negli scopi della rivoluzione di classe, smarrita totalmente al prevalere della formula che antepone il moto e il successo contingente al fine massimo. Poiché fu dimostrato dal fatto che la mancanza di tale chiarezza tramutò il successo atteso in disastro, ricostruirla vuol dire ridare all’avanguardia della classe ossia al partito che risorge dallo stritolamento, proprio quella volontà cosciente di azione pratica che non può aversi nell’ambito della persona e meno ancora nella ricetta ridicola del grande ed illustre capo.

Tale compito storico all’anno 1952, che è in fase analoga non al 1919 ma all’opposto al 1849 o al 1972, contro il quale dato lotterebbero invano ogni gigante, ed è penoso vedere dibattersi ometti da teatro politico.

Nella seconda parte relatore mostrò come sia stato importante nel corso della nostra opera di sette anni ricostruire il senso delle rivendicazioni socialiste, il che si fa mostrando caratteri distintivi tra socialismo e capitalismo, classicamente risalendo al trapasso tra economie pre-borghesi e economia moderna. Questa paziente messa a punto ci ha portato nel campo del più grande, clamoroso attuale dibattito, quale quello della polemica di Stalin per cercare di presentare come socialista l’economia russa, di travolgente edificazione di capitalismo. Chiarissima è risultata nostra preparazione sui problemi della produzione mercantile, della divisione sociale del lavoro, del dispotismo aziendale sul lavoratore, dell’antagonismo città-campagna, tratti tutti che saranno capovolti nel socialismo e nel comunismo, all’opposto di quanto Stalin dice.

Ma anche rispetto quanto dovrà farsi nell’economia dopo una «effettiva» rivoluzione politica che attui la dittatura proletaria in paesi che abbiano già esaurita la formazione del capitalismo industriale, si stabilisce l’antitesi tra le agitazioni insulse di tutti gli attivisti e quanto il proletariato appena vittorioso dovrà attuare.

Non può riassumere in poche righe questo svolgimento in un certo senso nuovo, ma che con copia di citazioni dei testi marxisti fu dimostrato notissimo e coerente alla dottrina di partito, che ai soliti piani di stile sovietico per lo sviluppo dell’economia e produzione nazionale, ossia capitalista di fatto e proletaria di nome, contrappose un originale «piano di distruzione del capitalismo nella produzione nella distribuzione» con la precisazione di interventi modificativi dell’economia capitalista che non sono ancora costruzione di socialismo e di comunismo, in quanto siamo nel primo dei tre stadi sociali, in quello di transizione, cui seguirà il comunismo inferiore e poi quello superiore (vedi Dialogato con Stalin).

Indichiamo l’elenco dei punti esemplificativi del programma economico rivoluzionario, che il relatore illustrò uno per uno e che mostrò di senso opposto a quelli di tutti gli attivisti parlamentari e sindacali o aziendali.

1) Alzamento dei costi di produzione. 2) Diminuzione drastica delle ore di lavoro. 3) Diminuzione del volume della produzione. 4) Disinvestimento di capitali. 5) Riordinamento e diminuzione dei consumi con un piano qualitativo e quantitativo e controlli coattivi sui privati. 6) Soppressione della previdenza e del risparmio individuale del produttore. 7) Arresto delle costruzioni nelle città e distribuzione delle case esistenti. 8) Controllo e diminuzione del volume e della velocità dei traffici. 9) Frattura dei confini tra le aziende requisizioni e trasferimenti di materie prime, semilavorati, ecc. 10) Lotta decisa contro la specializzazione professionale e l’espertismo.

Tali criteri si applicano alla produzione e distribuzione sia industriale che agraria, i cui rapporti saranno il probabile tema di una prossima analoga riunione.

Come già accennato nella conclusione il relatore ribadì che bisogna coraggiosamente riconoscere che la macchina della rivoluzione, è in «panne» e deve essere smontata fino all’ultimo pezzo, che l’edificio del movimento rivoluzionario va non puntellato e risarcito, ma ricostruito dalle fondamenta. Nel profondo e nel buio di queste ci tocca il lavoro della classica talpa di Marx, ed ha caratteri opposti alla demagogia degli imbonitori da strapazzo che vogliono l’alto palco,il chiasso e la luce dei riflettori. Ma avendo noi marxisti vinto i limiti imbecilli del personalismo e dello individualismo, nostra è la stessa gioia delle moltitudini che, anche se da noi non viste, coroneranno l’opera immensa e riprenderanno un cammino luminoso senza servili gratitudini a messianici preparatori del loro benessere, cui in questa umana preistoria si vedono accendere moccoli sotto le immagini appese al muro.