La guerra vista da noi
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(Parole semplici su un problema spinoso)
Essendoci stata richiesta una sintesi panoramica della nostra visione della guerra, condensiamo qui il nostro pensiero, riservandoci di trattare più dettagliatamente in seguito i singoli punti.
Nella fase attuale del capitalismo, che è caratterizzata da una crescente concentrazione in tutti i rami della vita economica – fase di grandi blocchi economici all’interno delle singole economie nazionali, e di economie nazionali organizzate esse stesse come grandi blocchi – ogni guerra ha caratteri e obbiettivi imperialistici, verte cioè inforno alla conquista di mercati, all’occupazione di punti nevralgici dell’economia e quindi della politica mondiale, al controllo finanziario e allo sfruttamento dei paesi meno evoluti ma ricchi di possibilità economiche e, in una parola, ad una nuova spartizione dei mondo a favore di questa o quella potenza industriale. Dominati dalla necessità di espandere continuamente le proprie capacità produttive per non rimaner soffocate, e quindi di trovare sempre nuovi sbocchi ai loro prodotti e nuove possibilità di sfruttamento al loro capitale, le singole economie nazionali entrano in una gara di velocità che, esaurite le possibilità pacifiche di concorrenza, sboccano fatalmente nell’atto sanguinoso della guerra.
Questa non ha dunque origine in contrasti di natura ideologica, a quel modo che si è usi rappresentare il conflitto come lotta fra civiltà e barbarie, fra libertà e schiavitù, fra giustizia ed arbitrio: anzi, la diversità delle ideologie e delle forme politiche è essa stessa il prodotto di una diversa posizione dei belligeranti nel quadro dell’economia e della politica mondiale. Non è un caso che la guerra attuale si combatta tra i paesi usciti vittoriosi dal conflitto 1914-18 e paesi che da quel conflitto sono usciti vinti o meno favoriti e non è un caso che questi due blocchi abbiano assunto una diversa struttura politica ed una diversa ideologia, democratica i paesi ricchi, fascista ed autoritaria i paesi poveri.
La guerra, espressione massima della crisi borghese
La guerra è perciò anche la manifestazione suprema di una crisi insolubile della società borghese. Essa scoppia quando all’interno dei paesi più direttamente interessati al dominio mondiale, e nelle loro relazioni reciproche, ogni possibilità di comporre pacificamente la crisi sociale si è esaurita. Allora, si pone alla società capitalistica il dilemma o rivoluzione o guerra. E la guerra scoppia proprio perché non è avvenuta la rivoluzione, e, a sua volta, è il mezzo estremo a cui la borghesia ricorre per spezzare bruscamente il corso di una nuova ondata rivoluzionaria; per uccidere il proletariato ideologicamente con la corruzione e lo sbandamento che accompagnano la guerra, e fisicamente col massacro. In questo senso, tutti i paesi belligeranti hanno un comune interesse l’annientamento del proletariato come classe.
Vediamo i fatti. La guerra attuale è indiscutibilmente l’ultimo anello di una crisi che, sin dalla fine del primo conflitto, non ha cessato di travagliare il mondo. Non s’era preveduto sin d’allora che una Germania privata delle sue colonie, gravata di un enorme onere finanziario verso i vincitori, costretta per soddisfarlo ad espandere vertiginosamente un attrezzatura industriale già mastodontica, ma posta nell’impossibilità di ampliare corrispondentemente le sue capacità di sbocco sui mercati mondiali, avrebbe finito per trovarsi di fronte ad una crisi da cui non sarebbe uscita se non col precipitare della soluzione rivoluzionaria o con la guerra? Infatti, lo hitlerismo afferrò il potere proprio al culmine della crisi, spezzò le reni al proletariato rivoluzionario tedesco, e preparò il paese alla suprema prova delle armi. E poiché i paesi capitalisti egemonici erano travagliati anch’essi dalla crisi, non poteva esservi fra i due massimi contendenti possibilità di accordo, a meno che non intervenissero ragioni comuni di difesa degli interessi di classe. Divampata in una serie di conflitti parziali nei punti in cui più minacciava la crisi rivoluzionaria (Cina, Spagna ecc.) interrotta nel suo processo di maturazione da riavvicinamenti ispirati al concetto della difesa di classe contro l’insorgere del comune nemico proletario (si ricordi il patto di Monaco), la guerra doveva infine scoppiare assumendo aspetto ed estensione internazionali.
La guerra, supremo tentativo di difesa del capitalismo
Ma allora, se, nonostante i contrasti reciproci, esiste fra i diversi imperialismi un comune interesse di difesa contro il nemico proletario, non si può pensare che la lotta delle potenze democratiche contro le potenze fasciste non rappresenti anche lo sforzo di debellare un regime che, dopo di aver servito per alcuni anni da ottimo cane di guardia contro gli assalti al regime borghese, non solo non era riuscito a rendersi popolare, ma aveva creato reazioni così violente e squilibrii così forti, e era imbarcato in avventure talmente folli, da mettere in pericolo l’esistenza stessa della società capitalistica nazionale e mondiale? In altre parole, non possiamo ritenere che l’asse della resistenza borghese contro il proletariato, fino a qualche anno fa eccentrata nei paesi fascisti, sia passata alle potenze democratiche (in particolare all’America) e che queste, combattendo fascismi, cerchino di convogliare dietro di sé e distogliere dalla lotta di classe il proletariato, facendo leva sul fascino addormentatore dell’odio antitedesco, della difesa nazionale, della patria? Ma, sia nell’interpretazione più ristretta, sia nell’ interpretazione più vasta e certo più profonda, è chiaro che tra proletario e guerra non esiste possibilità di compromesso: nessuna guerra, condotta in nome del fascismo o della democrazia, serve gli interessi del proletariato tutte servono agli interessi della classe dominante. E partiti operai che collaborano, da una sponda o dall’altra a questa guerra, tradiscono la classe lavoratrice a favore del suo nemico: il capitalismo.
Se dalla guerra deve uscire vincitore, come noi fermamente vogliamo, non questo o quel gruppo imperialista, ma la classe proletaria, questa vittoria sarà realizzata soltanto da un partito che abbia combattuto contro entrambe le parti del capitalismo: la faccia democratica e la faccia fascista, e non si sarà lasciato sviare dal suo cammino né dalle sirene che lo invitavano a impugnare il fucile per una «più alta giustizia sociale», né da quelle che gli rivolgevano lo stesso invito in nome della difesa nazionale e del governo popolare. Solo chi non ha ammesso patteggiamenti con la guerra ha il diritto di convocare il proletariato a quella lotta, che ha nome trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile.