Sulle commissioni interne
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Il comitato Centrale del P. C. Inter. ha votato il seguente ordine del giorno:
Il C.C., esaminata la situazione di carattere sindacale e in particolare il problema relativo alla nomina delle commissioni interne di fabbrica, riafferma che per il Partito che esprime gli interessi rivoluzionari di classe del proletariato, non esiste un problema sindacale a sé stante avulso dagli interessi e dall’attività politica della classe operaia, riconosce nelle commissioni interne un organo di classe che esprime gli interessi e la volontà delle maestranze alla sola condizione che sia loro concesso di vivere e di operare in senso strettamente classista; ritiene che, nella situazione attuale, la libertà di elezione di questi organismi è resa illusoria dal mancato riconoscimento della libertà di discussione e propaganda da parte dei diversi partiti politici e che, d’altra parte, le commissioni interne, una volta elette, non sono messe in condizione di poter svolgere attività classista, perché inserite in sindacati autoritari che vivono al di fuori e contro la volontà operaia; delibera di impartire ai compagni operai istruzioni perché, nel periodo preparatorio della votazione, svolgano intensa attività fra le maestranze degli stabilimenti illustrando il punto di vista suesposto: la demagogia del fascismo repubblicano, pressato dalla situazione di di grave disagio, permette una parvenza di libera votazione di organi di fabbrica che vengono svuotati di ogni contenuto classista ed inseriti nei sindacati coatti.
Dopo vent’anni di terrore fascista, Badoglio, nel tentativo di salvare monarchia e capitalismo rovesciando con un colpo di bacchetta il putrido e traboccante vaso del fascismo, non ha potuto frenare l’ondata spontanea che spingeva il proletariato verso una ripresa di vita. Così le commissioni interne fatto compiuto all’indomani del rovesciamento di Mussolini, riconosciute da Badoglio ma tosto burocratizzate da Buozzi e Roveda allo scopo di incanalare nel letto della legalità borghese l’ ondata rivoluzionaria, hanno espresso sia pur limitatamente e sporadicamente, la volontà delle masse di procedere oltre.
Ora il fascismo repubblicano, giocando la sua ultima carta demagogica, non ha la forza di arginare la volontà proletaria e mantiene le commissioni interne, promettendo libertà di votazione agli operai e di manovra agli eletti- come rappresentanti autentici degli interessi dell’operaio di fronte al padrone sfruttatore.
Dal punto di vista del nostro P. è chiaro che, dovunque esistano organi sorti dalla libera volontà degli operai, sotto qualunque regime politico essi funzionino, noi non possiamo essere assenti. Ma la presenza attiva in questi organi è condizionata, anzitutto, alla possibilità che la votazione si verifichi in effettive condizioni di libertà. Ora, la “libera elezione” delle commissioni e la “libera espressione della volontà dell’operaio” presuppongono a nostro parere l’intervento attivo del Partito giacché la classe operaia esiste e acquista coscienza di sé solo in quanto questo partito esista e operi in essa: soltanto allora l’operaio è presente in questi organi non solo fisicamente, ma anche politicamente.
Se, dunque, noi non potevamo disapprovare a priori l’ingresso nelle attuali commissioni interne per le ragioni di semplice rancore antifascista che ispirano ai sei partiti del Fronte Nazionale il loro boicottaggio, le condizioni in cui queste commissioni sorgevano e dovevano svolgere la loro attività escludevano che potessero funzionare come liberi organi di classe. Se nel periodo badogliano combattevamo la burocratizzazione delle commissioni interne e perciò contrapponevamo loro degli organismi tipicamente di classe – i consigli di fabbrica, oggi combattiamo il principio stesso su cui si son volute impiantare le commissioni interne.
Le prime esperienze ci hanno dato ragione: le commissioni, presentate dai fascisti come organi di contatto diretto fra la classe operaia e la classe padronale, sono state di fatto inserite nel meccanismo sindacale autoritario e chiamate non già a discutere e a difendere liberamente gli interessi operai, ma a ricevere ordini dai tirapiede sindacali, dai prefetti e dalle supreme autorità militari tedesche: in breve, le commissioni interne erano destinate a funzionare poco meno che come organi polizieschi e di spionaggio.
Alcuni esempi. A Torino, in diverse fabbriche, i componenti delle commissioni sono apertamente minacciati di arresto: un elemento di un reparto della Fiat venne arrestato per strada, un altro licenziato sui due piedi. In altri casi, come a Sesto, si impongono quali scrutatori alle urne degli squadristi in altri ancora, come a Sesto e a Torino, i fascisti chiedono agli eletti della commissione di svolgere attività spionistica, ed è il rifiuto di prestarsi a questo gioco che dà origine al recente sciopero dei tranvieri di Genova. In tutti, la “libera volontà”, degli elettori sarebbe stata di nominare membri delle nuove commissioni i componenti delle commissioni decadute, che invece, o perché arrestati, come nel caso dell’Isotta Fraschini di Milano, o perché indiziati e minacciati di arresto, non potevano evidentemente essere eletti.
Questi esempi sono più che mai eloquenti: l’ attività dei compagni di base e dei gruppi di fabbrica deve dunque essere oggi impostata sulla svalutazione delle commissioni interne come organi burocratici del fascismo e sulla rivendicazione di organi creati in un atmosfera di libera espressione, che metta in grado la classe operaia nei limiti in cui ciò è possibile in regime capitalistico – di potersi scegliere i veri rappresentanti dei suoi interessi contingenti e storici. Spetterà ai nostri organismi di fabbrica di farsi promotori di quell’attività di difesa degli interessi operai che per noi non può mai essere separata dalla guerra, fascista o democratica che sia.