La concezione socialdemocratica dei consigli di gestione
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L’articolo di un nostro collaboratore sui Consigli di Gestione (Battaglia Comunista, n.3) ha fatto preventivamente il punto su un problema che va sempre più diventando d’attualità, e ha messo in luce il carattere controrivoluzionario, conciliativo, collaborazionista di quell’istituto nell’ambito dell’economia e del diritto borghesi.
La conferma della nostra interpretazione è venuta, proprio questi giorni, da parte socialista, sull’Avanti! del 26 luglio, H. Molinari ha affrontato il problema con una spregiudicatezza dobbiamo rendergli di cui dobbiamo rendergli atto. E egli ha osservato con melanconia come «lo sviluppo del capitalismo abbia approfondito la frattura sociale fra le classi» e come l’operaio, sentendosi estraneo l’azienda in cui lavora, non trova «ragioni né materiali né morali che lo spingano a sviluppare il proprio spirito d’iniziativa e di collaborazione a favore del miglior rendimento del lavoro e del successo dell’impresa. Bisogna dunque cambiare, nell’azienda stessa, i rapporti fra capitale e lavoro, e fare dei Consigli di Gestione degli strumenti dell’effettiva partecipazione dei lavoratori alla gestione della produzione, che devono servire a far agire solidalmente lavoratori e datori di lavoro» (Il corsivo è nostro, come nella frase precedente). Ne segue anche che l’esistenza e il funzionamento di questi organi «non comporta cambiamenti nel sistema di amministrazione del capitale, non sminuisce l’autorità dei dirigenti, non modifica la necessità della disciplina indispensabile per sicurare miglior rendimento del lavoro di tutti. Modifica però il concetto di autorità nell’impresa, finora devoluta esclusivamente al capitale». Non solo: ma, mentre nelle aziende nazionalizzate i Consigli di Gestione avranno una vera e propria funzione dirigente, nelle aziende rimaste in mano privata «non potranno organi deliberativi su tutte questioni che interessano l’azienda per non togliere al capitale lo spirito d’iniziativa: tuttavia devono essere qualcosa di più di semplici organi consultivi».
In queste frasi è più che chiaramente sintetizzata la teoria socialdemocratica dei Consigli di Gestione: 1) sono organi di conciliazione e collaborazione fra le classi; 2) tendono ad ottenere il rendimento massimo dall’azienda; 3) non alterano la struttura fondamentale, la base sociale ed economica dell’azienda, ne modi solo «lo spirito»; 4) si sostituiscono al capitale solo là dove il capitale privato non esiste.
E’, come si vede, sia nel punto partenza ideologico, sia nel punto di arrivo pratico, una ripetizione della teoria della socializzazione cara agli ultimi esperimenti del fascismo, saldata alla teoria pur essa tipicamente corporativista del superamento dell’antitesi fra capitale lavoro. Né vale che quella era una buffonata e questa sarà una realtà operante, poiché dal punto di vista proletario, le due posizioni si identificano, e la pratica della collaborazione riesce tanto più pericolosa, tanto più controrivoluzionari, quanto più esce dal campo della speculazione teorica o dal regno della demagogia per tradursi in indirizzi pratici concreti. La prassi dei Consigli di Gestione, concepiti non come organi post-rivoluzionari esprimenti l’effettivo dominio del proletariato sul meccanismo della produzione, ma come organi legali della produzione capitalistica, coincide insomma col supremo sforzo del regime borghese d’immettere le forze del lavoro nel ciclo di responsabilità in cui si esprime il funzionamento del capitalismo: è, in altre parole, un’arma di dominio politico ed economico del capitale sul lavoro.
Il curioso è che, nell’atto stesso di porre così il problema, si tenda a far passare di contrabbando il socialismo attraverso i Consigli di Gestione. Si fa un «socialismo d’azienda», quasi che, in un’economia di mercato, in un ambiente di produzione e distribuzione a carattere mercantile, la partecipazione dell’operaio alla direzione dell’azienda potesse mutar nulla alla sostanza economica dei rapporti fra le classi, quasi che l’azienda funzionante in quell’ambiente e sotto l’imperio delle leggi del mercato non fosse costretta necessariamente a funzionare come una qualsiasi azienda capitalistica vecchio stile – secondo, cioè, criteri di profitto.
Il socialismo non ha nulla che fare né con la partecipazione «morale» e metafisica all’autorità direttiva dell’azienda, né con la autonomia amministrativa in senso democratico dell’azienda stessa, né, infine, con l’introduzione un’economia a piani, che non rivoluzioni tuttavia le leggi della distribuzione dello scambio. Che se quello fosse il socialismo, nostro compito sarebbe bell’é finito, poiché l’economia capitalistica è passibile di quella e di altre riforme, e potrebbe perciò rivendicare a sé – come spesso tenta di farlo – il titolo di socialismo.
H. Molinari ha concluso così il ciclo della sua evoluzione politica (sulla quale è onesto tacere) come membro della direzione del Partito Socialista. Noi gli siamo grati di aver così espresso il pensiero del suo partito. Non c’è nulla di nuovo, sotto il sole del riformismo!