Partito Comunista Internazionale

Democrazia progressiva o rivoluzione? Pt.1

Categorie: Anti-monarchism, Democratism, Fascism, Italy, Opportunism, PCInt

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Confronto fra la posizione del proletariato nei due dopo-guerra 1918-1945

Qual’era la posizione politica del proletariato alla fine della guerra 1914-18? Una posizione classista di lotta intransigente contro il suo sfruttatore capitalista.

Chi gli operai accusavano allora di aver provocato la guerra? Il capitalismo internazionale con le sue insanabili contradizioni e le sue crisi di produzione.

Da chi fu fatta [parola illeggibile] l’azione rivoluzionaria per la conquista del potere, che avrebbe affiancato il proletariato italiano a quello russo vittorioso? Dalle forze congiunte del socialismo riformista e del centrismo, che oggi si mascherano sotto la denominazione di «Democrazia progressiva».

Qual’è la posizione politica del proletariato d’oggi? Alla fine della guerra più terribile che si sia mai combattuta, la sua posizione è nettamente negativa e orientata contro i propri interessi di classe. Infatti, ventitré anni di oscurantismo fascista, privandolo di qualunque libertà di stampa e di riunione, e sottoponendolo sistematicamente al terrore, lo hanno disorientato e disabituato alle discussioni politiche, e il suo spirito critico, che una volta rappresentava un grande mezzo di controllo attivo sulle forze opportuniste, si è completamente atrofizzato. Oggi, il proletariato italiano crede nella «Democrazia Progressiva» persuaso di trovarvi la salvezza, e si appresta a battersi non per la propria classe, per la dittatura del proletariato, come la generazione di vent’anni fa, ma per la ricostruzione del paese, vale a dire per la salvezza del proprio sfruttatore e il consolidamento di un sistema di schiavitù.

E’ possibile la collaborazione di classe?

Il proletariato, partecipando all’opera dio ricostruzione, collabora col proprio sfruttatore. La guerra è stata scatenata dal capitalismo internazionale, vero e solo responsabile del terribile macello che ha insanguinato il mondo. Il proletariato dovrebbe dunque collaborare con quella che fu la causa di tante distruzioni?

Per realizzare la collaborazione fra classi sarebbe indispensabile ch’esse vivessero in condizioni di eguaglianza nell’ambito dello Stato e che le leggi di questo fossero veramente uguali per tutti i cittadini. Ma vi può essere uguaglianza tra sfruttatori e sfruttati? Sarebbe un’eguaglianza impossibile, assurda e antistorica. Lenin è molto esplicito nel condannare questa utopia:

«Prendete le leggi fondamentali dello Stato moderno – egli scrive -, prendete gli apparati governativi, le libertà di riunione e di stampa, prendete l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, e riconoscerete a ogni piè sospinto l’ipocrisia della democrazia borghese, ben nota a ogni lavoratore onesto e cosciente. In ogni Stato, anche il più democratico, si trovano nella Costituzione clausole e limitazioni che assicurano la borghesia la possibilità di precedere manu militari contro i lavoratori, di dichiarare lo stato di guerra ecc. per il mantenimento dell’ordine; in realtà, nel caso di una «scossa» data dalla classe sfruttata alla sua posizione di schiavitù»i.

Lenin ha ragione. Che cosa è infatti avvenuto di diverso nel periodo prefascista, negli anni cioè del primo dopoguerra? Era ben la democrazia che allora governava! Non erano suoi capi i Nitti, gli Orlando, i Giolitti, i Bonomi, che, assieme ad altri minori, avvicendarono al potere e permisero che sotto il loro governo fossero distratte le Camere del lavoro, le Cooperative, i Circoli Politici ecc., e venissero bastonati e uccisi gli operai? Questi signori hanno compiuto il proprio dovere di difensori della loro classe, quella capitalista, e dal punto di vista storico, non sono colpevoli. Colpevoli, se mai, sono quei partiti operai che vedono nello Stato non un istituto di dominazione di classe, ma un organismo neutro che credono al disopra di ogni contesa e le cui leggi sarebbero applicate imparzialmente nei confronti tanto della borghesia quanto del proletariato.

Quello che è avvenuto nel primo dopoguerra si ripeterà nel secondo, e quando gli operai cominceranno a considerare i fatti nella loro vera luce, si accorgeranno che, mentre essi vivono nelle nubi dell’utopia di un’impossibile antistorica collaborazione fra le classi, i loro sfruttatori, più realisti, avevano provveduto tempestivamente a rafforzare i gangli della propria organizzazione difensiva.

Illusione dello stato liberale

Non è da oggi che la borghesia tenta d’invischiare il proletariato nella pania della collaborazione fra le classi. Ogni qualvolta avvenimenti gravi rompono l’equilibrio necessario alla sua dominazione e si profila all’orizzonte politico la minaccia rivoluzionaria del proletariato, si levano cori osannanti alla pace sociale e si mobilitano i più famosi tromboni del campo intellettuale per allontanarlo dalla giusta via e attirarlo coll’inganno nell’orbita del proprio predominio. La propaganda svolta in tali periodi collima di solito, come avviene oggi per il problema della ricostruzione, coi fatti puramente contingenti che sembrano aderire così bene alle necessità collettive, da illudere talvolta anche gli operai, sempre sensibili alle battaglie da combattere per la libertà e la giustizia.

La borghesia, in tali occasioni, toglie dai suoi ripostigli le vecchie insegne che le servirono un secolo e mezzo fa per abbattere forze feudali e assolutiste a lei avverse. Ma la sua speranza di sopravvivere al destino che le è riservato è una pura illusione. Da quando è stata partorita dal disfacimento del regime feudale, molta acqua passata sotto i ponti della storia, e le condizioni economiche sociali, che determinarono la sua nascita e il suo florido sviluppo, si sono trasformate gradatamente a profitto del proletariato da essa figliato, che ora non è più bambino né adolescente, ma tanto robusto e maturo da poter imporre la propria economia comunista.

Il capitalismo ha percorso tutte le tappe assegnategli dalla storia. Conquistato il potere nella sua fase eroica e di ascesa, si è difeso per lungo tempo dalle forze retrograde col concorso del proletariato. Nella fase successiva, consolidatosi definitivamente, ha raggiunto splendore generando il sistema economico politico liberale, periodo aureo che gli ha permesso di dominare col metodo democratico. Ma l’accentramento sempre più rapido dei capitali, trasformando l’economia dalla forma liberale in quella monopolistica, ha annullato per sempre le premesse indispensabili pel mantenimento di questo sistema politico.

Oggi l’indipendenza economica e con essa, naturalmente, quella politica, non esiste più, e la maggior parte delle nazioni sono ridotte al rango di stati vassalli o valvassori a profitto di una oligarchia di paesi capitalistici, i quali impongono necessariamente il proprio meccanismo funzionale ai loro sottoposti. E’ pura illusione, quindi, parlare ancora, nei singoli paesi, di una libertà politico-economica.

Il capitalismo internazionale nella sua forma plutocratica ha eliminato per sempre le possibilità di vita democratica dei singoli stati. La sua dominazione è tragica e procede con intervalli sempre più brevi da una guerra all’altra esaurendo sempre più le possibilità di vita che ancora gli rimangono. Esso domina ormai coi soli mezzi drastici e costringendo i paesi vassalli a fare lo stesso, cioè a governare i proletariati sottoposti col bastone perché nessun altro mezzo è più possibile adoperare.

Il non è morto e non morirà assolutamente che con la conquista rivoluzionaria del potere da parte degli sfruttati. E’ allo scopo di ritardare quest’inevitabile evento che la borghesia nostrana si affanna a costruire trabocchetti in serie entro cui far cadere la classe operaia italiana, nella speranza di salvarsi dalla resa dei conti che un giorno sarà chiamata a regolare. Ma è sacrosanto dovere del proletariato guardarsi dal cadervi. Esso deve riprendersi, svegliarsi, riassumere la sua fisionomia classista. Deve interrogare il passato, esaminare le cause delle sue antiche sconfitte, trarne gl’insegnamenti che lo garantiscono dal cadere in agguati fatali e dal commettere imperdonabili errori.

La lotta contro la monarchia

Un primo errore della falsa posizione in cui si trova il proletariato italiano lo riscontra nella sopravvalutazione della lotta autimonarchica.

La monarchia in Italia ha esaurito da molto tempo la sua funzione storica, per assumere una funzione di sovrastruttura parassitaria che serve tutt’al più a coprire la vera forza che domina la vita politica ed economica del paese: la potenza del capitalismo. Le responsabilità della monarchia nei riguardi del fascismo consistono nell’aver avvallato col proprio consenso ciò che il capitalismo aveva creato. Domani, questa funzione spetterà al presidente della repubblica borghese, che agirà nello stesso modo e con gli stessi mezzi per assicurare e facilitare la nascita e lo sviluppo del fascismo, quando si crederà opportuno di organizzarlo.

Forse che il proletariato delle nazioni repubblicane è meno sfruttato di quello che vive in regime di monarchi? Il nazismo schiavista sorto nella Germania repubblicana? Ecco come Federico Engels definisce la repubblica borghese:

«…ma in realtà lo Stato non è altro che una macchina per l’oppressione di una classe da parte di un’altra, e precisamente nella repubblica democratica non meno che nella monarchia».

Quando i capitalisti sentono il pericolo che li minaccia da vicino, come nel periodo intensamente rivoluzionario che stiamo attraversando, cercano di distogliere l’attenzione del proletariato dal nocciolo centrale della sua lotta di emancipazione, per convogliare la sua lotta verso le questioni di dettaglio. Questa volta pare che ci si sia riusciti a farlo abboccare all’amo della lotta anti-monarchica.

iI brani di Lenin, di Marx, di Engels citati in questo opusolo sono stati trascritti dall’opera di Lenin «La dittatura del proletariato e il traditore Kautsky», ediz. Avanti! 1921.