Nella guerra dei padroni la classe operaia non ha un fronte da preferire
Categorie: Capitalist Wars, Croatia, Kosovo, Serbia
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Una nuova fase della guerra per la Iugoslavia è giunta a termine. La preda è stata ancora smembrata; dopo Macedonia, Slovenia, Croazia, Bosnia Erzegovina adesso anche il Kosovo passa sotto il diretto controllo dell’imperialismo; presto toccherà al Montenegro.
Questa “pace” lascia una situazione carica di fortissime tensioni militari, politiche, sociali in un’area, quella balcanica, di grande importanza strategica, di collegamento tra Europa, Asia, Medio Oriente. È una vera e propria polveriera pronta ad esplodere e lo scoppio, probabilmente tra mesi, forse tra pochi anni, coinvolgerà i continenti.
Guerra inutile?
Questa nuova “pace” tra macellai ha fatto sproloquiare sulla guerra “inutile”; sarebbero stati inutili più di 70 notti di bombe, le migliaia di morti, il milione di profughi. La Iugoslavia aveva presentato prima dell’inizio dei bombardamenti una proposta di risoluzione alla crisi del Kosovo pressoché uguale a quella concordata qualche giorno fa; si chiedono allora le anime candide: perché la guerra? così rivolgendosi alle “coscienze” degli “individui”.
Questa guerra, come quella contro l’Irak un decennio fa, è stata decisa, preparata e cinicamente condotta dagli Stati Uniti e dal codazzo dei paesi NATO, ma trovando oggettivo consenso nello Stato serbo e nel tradizionale alleato, la Russia. Nell’attuale regime la guerra è una necessità economica e in quanto tale non è meno necessaria delle fabbriche che producono bombe a grappolo o automobili o formaggini; la guerra è un’esigenza del Capitale e diviene tanto più necessaria quanto più la produzione ristagna, come da anni a livello mondiale.
Il casus belli è insignificante rispetto all’esigenza primaria di fare la guerra, di distruggere materie prime, manufatti e forza lavoro. La guerra è un elisir di lunga vita per il Capitale nel suo complesso, è irrilevante dunque, da questo punto di vista, stabilire a chi sia toccato eser dipinto da aggressore e chi da aggredito.
Tutt’altro che inutile quindi, questa guerra è stata utile, utilissima; guerra “ad alta tecnologia”, ha comportato altissimi costi con gran gaudio dell’apparato militare-industriale; sono stati consumati materiali in quantità enormi, e tanto meglio se si è trattato di bombe e missili scaricati sui proletari di Iugoslavia. I bombardamenti hanno permesso di provare nuovi sistemi d’arma, nuovi tipi di bombe, a tutto vantaggio dell’industria militare.
Le distruzioni di immobili e infrastrutture civili di ogni tipo sono la premessa, tolti i cadaveri di sotto, per interventi di “bonifica e ricostruzione” che porteranno miliardi di dollari di profitti nelle tasche delle principali aziende occidentali, naturalmente sulle spalle del proletariato che dovrà alla fine pagare il conto.
I vincitori
Se sul piano economico la guerra è una vittoria del regime capitalistico nel suo complesso, sul piano militare è indubbio che i vincitori sono gli Stati Uniti che riescono a portare le loro basi nel cuore dei Balcani in funzione antieuropea ed antirussa; decine di migliaia di soldati, migliaia di mezzi corazzati hanno occupato una terra martoriata dalla guerra, svuotata di gran parte dei suoi abitanti. La Russia – fin dalla Seconda guerra concorrente-complice dell’imperialismo USA – è riuscita a imporre una sua presenza sul territorio in prossimità del confine serbo. L’Albania, strappata al controllo dell’Italia, è stata trasformata in una enorme base militare della NATO; la Macedonia oltre che di profughi, rigurgita di soldati dell’Alleanza; il Kosovo è occupato da un’armata di 50.000 soldati.
I maggiori Stati d’Europa, che col sostegno della Russia hanno impedito che gli Stati Uniti potessero stravincere attuando un’invasione di terra e l’occupazione dell’intera Iugoslavia, sono stati al gioco di Washington per non vedersi esclusi al momento della spartizione del bottino e anch’essi hanno avuto il loro tornaconto: significativi contingenti inglesi, tedeschi, francesi, italiani, partecipano all’occupazione.
Ma nemmeno il regime iugoslavo esce male dalla guerra: il suo esercito non è stato sconfitto e l’abbandono del Kosovo non si è trasformato in una rotta, come fu il caso per i disgraziati proletari in divisa iracheni dal Kuwait; è stata una ritirata ordinata, concordata col nemico; il regime può così giustificare di aver ceduto alla forza della NATO non senza aver dato battaglia. Probabilmente timorosi del vuoto di potere che si sarebbe creato in Serbia se l’attuale regime fosse caduto a causa di una sconfitta sul campo, i vincitori hanno preferito arrivare ad un accordo coll’”Hitler dei Balcani”, rimandando a tempi più tranquilli una sua eventuale “punizione”. Stati Uniti, Europa, Russia, Iugoslavia, ogni protagonista della guerra può dunque vantare, e giustamente, la sua vittoria.
Gli sconfitti
Le conseguenze di questa guerra “umanitaria” sono note: intensificazione del terrorismo contro i proletari nel Kosovo ad opera delle opposte polizie, serbe e UCK, e fuga in centinaia di migliaia dalle loro case, malamente concentrati in campi profughi dove i più diseredati nei prossimi mesi saranno decimati dal freddo e dalle malattie; centinaia di migliaia di giovani e meno giovani rastrellati dallo Stato serbo e dall’UCK e costretti ad indossare l’uniforme per fornire carne da cannone a Milosevic o alla NATO; massacri nei quartieri popolari delle città e dei paesi della ex Iugoslavia, martellati per tre mesi da quotidiane piogge di bombe; per tutti, ma soprattutto per i lavoratori e le loro famiglie, condizioni di vita sempre più dure.
Se è toccato al proletariato serbo e kosovaro pagare il contributo di sangue più alto, è sui lavoratori di tutta l’area balcanica che ricadranno le conseguenze terribili di questa guerra, delle distruzioni materiali, delle popolazioni in fuga, delle economie destabilizzate che condanneranno ad anni di disoccupazione, salari da fame, condizioni di lavoro ancora più dure, emigrazione.
Il regime serbo grazie alla NATO ha potuto agevolmente chiamare a raccolta sotto le menzognere bandiere del nazionalismo: vedere città, case, amici e familiari colpiti dalle bombe ha provocato anche tra i lavoratori una reazione di solidarietà col proprio Stato, con l’esercito che dovrebbe “difenderli”. Ma il proletariato di Serbia, se ha un nemico nell’esercito della NATO, ne ha uno ancora peggiore nello Stato serbo e nelle sue polizie, ufficiali e non, che lo hanno costretto, per difendere gli interessi del capitalismo serbo e del fronte imperialista che lo sostiene, a subire le conseguenze terribili di una guerra da cui esso non ha certamente nulla da guadagnare.
Un simmetrico meccanismo ha spinto il proletariato kosovaro nelle braccia della NATO; ad acclamare come “liberatori” i nuovi padroni, gli assassini che per tre mesi hanno inondato il Kosovo di bombe. Un moto psicologico che gli europei sessantenni fingono di non ricordare, quelli non rimasti sotto le bombe “liberatrici”: la guerra borghese fa desiderare la pace borghese, questa la vera tragedia, ed inneggiare al vincitore qualunque sia.
La guerra infame non ha scosso la classe operaia occidentale, ancora legata a doppio filo alla propria borghesia nonostante la disoccupazione, l’abbassamento dei salari, il peggioramento delle condizioni di lavoro. I sindacati ufficiali e i partiti della “sinistra”, di tutta Europa, con rare e strumentali eccezioni, hanno santificato la guerra, a garantire e perpetuare l’inerzia di una classe lavoratrice rimasta per troppi anni schiacciata dalla controrivoluzione. I tentativi di piccole organizzazioni sindacali che si sono opposte alla guerra su posizioni di classe non sono riusciti a raggiungere il cuore del proletariato ed hanno interessato solo minime frange.
Non è mancato chi, nascondendosi dietro l’opposizione alla “guerra della NATO”, ha contribuito a spingere i proletari comunque alla guerra, ma dalla parte della Serbia o degli interessi delle borghesie europee. Per simili “comunisti” il nemico non è il capitalismo mondiale ma solo il militarismo statunitense. Fingono di ignorare che l’imperialismo è sempre militarista e guerrafondaio, all’Est come all’Ovest, negli Stati Uniti come in Europa. La guerra non è stata “contro la Serbia” ma “in Serbia”, lì si è giocata una partita preparatoria del generale e mondiale conflitto fra tutti gli imperialismi. Il comunismo vincerà contro tutti o mai potrà vincere.
Anche in Iugoslavia, in condizioni certamente più difficili dato che lo stato di guerra vieta scioperi e manifestazioni, i lavoratori non sono riusciti ad opporsi alla mobilitazione “difensiva”; alcune maestranze pare abbiano messo a rischio la vita per difendere la “loro” fabbrica dagli attacchi aerei.
Gli sconfitti di oggi i vincitori di domani
Ma dopo quasi tre mesi di guerra, che hanno dimostrato quanto costasse al proletariato, sono iniziate le prime significative reazioni, anche a costo della galera. Si è riferito di vere e proprie sollevazioni e scontri con le forze del regime all’arrivo delle prime bare di soldati uccisi; quando le truppe sono venute a sapere di poter contare su quel minimo appoggio dalle retrovie ben due brigate corazzate si sono insubordinate, hanno disertato e abbandonato il fronte per portare aiuto alla popolazione. I resoconti dei corrispondenti, dettagliatissimi ad effetto su quanto serve ai loro padroni borghesi, sul seguito della vicenda non hanno scritto un rigo.
La cessazione dei bombardamenti e dell’emergenza che seguirà l’armistizio, potrà far comprendere il vero senso di questo macello, la sua natura antiproletaria e controrivoluzionaria e potrà forse permettere al combattivo proletariato di Serbia, che il regime vorrà incatenato alla “ricostruzione” con salari da fame e condizioni di vita ancora peggiori della già dura quotidianità, di far udire la sua voce di classe contro il regime del capitale.
Il proletariato d’Europa, il proletariato di Russia che già da anni soffre duramente della crisi economica, dovranno comprendere che questa guerra non ha rappresentato che un nuovo passo verso un più generale scontro militare per il quale sta lavorando il regime del Capitale, soprattutto cercando di schierare il proletariato su fronti contrapposti.
Rifiutando ogni collaborazione col regime e con le classi dominanti, il proletariato d’Europa, di Russia, degli Stati Uniti dovrà tornare a fare udire la sua voce di classe, in difesa dapprima delle sue condizioni di vita, in difesa poi della vita stessa della classe proletaria, contro i piani di guerra dell’imperialismo, per la rivoluzione comunista.