Partito Comunista Internazionale

A chi giovano le brigate rosse

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      Il 20 maggio scorso Massimo D’Antona, già sottosegretario nel ’95 al ministero dei trasporti ed ora consulente del ministero del lavoro, è stato ucciso con alcuni colpi di pistola sparatigli, sembra, a breve distanza e finito poi con un colpo al cuore. Ha rivendicato l’attentato un gruppo clandestino che si attribuisce una “continuità oggettiva con la proposta delle Br-Pcc e perciò si assume la responsabilità politica di prenderne la denominazione”.

Era già qualche tempo che i giornali borghesi lanciavano allarmi sul pericolo di un rinascente terrorismo e, mettendo in fila veri o presunti atti più o meno vandalici, a volte del tutto insignificanti, cercavano di ricostruire un’atmosfera da “anni di piombo” con tanto di organizzazioni segrete che, dietro varie sigle, sarebbero state pronte ad entrare in azione lasciando dietro di sé il loro strascico di sangue e di morte. I meno allarmati di tutti sembravano essere invece i capi delle varie polizie per i quali, sempre secondo i giornali (in particolare Repubblica) parlare di terrorismo sembrava eccessivo. Poiché, a differenza dei gazzettieri che devono infessire il pubblico con trovate giornalistiche, i veri addetti ai lavori sono i dirigenti dei vari Sismi, Sisde, Ucigos, è molto più probabile che siano loro a conoscere, in maniera più esatta la situazione dell’ambiente clandestino, non fosse altro per la moltitudine di spie che hanno disseminato nell’area della cosiddetta autonomia. Spie che non sono poliziotti in borghese, ma ex terroristi ora stipendiati dallo Stato.

Oppure, potrebbe essere avanzata una seconda ipotesi, da non scartare e che non sarebbe necessariamente in contraddizione con la prima, che proprio le polizie abbiano interesse a non “allarmare” e a “seguire” l’evoluzione di tali organizzazioni.

Le scritte “D’Alema Boia” o qualche bottiglia molotov contro le sedi DS erano effettivamente ben poca cosa, azioni dimostrative che potevano venir compiute da chiunque, senza bisogno di una struttura clandestina che tenesse le file di un piano eversivo. Sarebbe stupido pensare il contrario, come è anche naturale che diessini e sindacati abbiano gonfiato questi episodi per giocare il ruolo del vittimismo e della loro coraggiosa e disinteressata dedizione allo Stato.

L’uccisione di D’Antona assume invece tutto un altro significato o, come si usa dire nel gergo degli addetti, un salto di qualità. Non è possibile infatti che si sia trattato di un atto spontaneo di qualche gruppetto di arrabbiati, non tanto per l’atto violento in sé stesso (uccidere qualcuno che ogni mattina va a piedi in ufficio non è poi tanto difficile), quanto per la scelta del personaggio da uccidere.

Massimo D’Antona era un illustre sconosciuto, un anonimo servitore dello Stato, come se ne producono a centinaia nei vivai dei partiti, dei sindacati, delle università, ecc. Non risulta che avesse compiuto qualche atto particolarmente efferato nei confronti di determinati settori della classe lavoratrice e nemmeno che ne avesse il potere. I proletari hanno sentito il suo nome per la prima volta dai telegiornali che annunciavano la sua morte. Chi egli fosse lo sapevano soltanto gli addetti ai lavori dei vari ministeri e la crema del bonzume sindacale che collabora con lo Stato capitalista alle spalle della classe operaia. Viveva e lavorava in un ambiente totalmente sicuro sia dal contatto con qualsiasi forma di estremismo, sia assolutamente impermeabile a qualsiasi forma di infiltrazione “rivoluzionaria”.

Allora cosa significa uccidere un singolo individuo, sconosciuto, che non potrà mai rappresentare il simbolo del nemico di classe, un funzionario che fa parte di un apparato che conta migliaia di anonimi funzionari tali e quali a lui?

È scontato e perfino superfluo dire che non sono questi né i metodi, né gli obiettivi della lotta di classe. Ma la stessa scelta del bersaglio sembra, almeno a noi che siamo “fuori dal giro”, estranea perfino a tutta la tradizione del terrorismo degli anni passati.

Detto questo noi, come non ci sentiamo di escludere la mano di ambienti dello Stato nella regia del nuovo terrorismo, così saremmo degli ingenui se negassimo il potenziale di violenza a-rivoluzionaria e contro-rivoluzionaria che esiste, fermenta e che è pronta ad esplodere in strati piccolo borghesi di emarginati, di sottoproletari ed anche in frange di semiproletari, del resto facilmente accessibile ad infiltrazioni, provocazioni ed influenze di ogni tipo.

Il nostro partito, anche nel passato, è stata l’unica organizzazione a non avere flirtato con il “partito armato”: rapporti, più o meno sotterranei, più o meno saltuari con esso li hanno avuti i partiti democratico-costituzionali, la mafia, i servizi segreti, la massoneria, la Chiesa (solo per redimerli?), ecc. E quello li ha avuti con questi.

Il Partito comunista, marxista rivoluzionario, non si limita a dissociarsi dai gruppi terroristici (siano essi emanazione della rabbia popolare, della provocazione poliziesca od a gestione mista), ma li considera degli autentici nemici del proletariato con i quali quest’ultimo dovrà fare i conti non appena si riapproprierà degli strumenti della difesa e della lotta di classe.

In vari lavori di partito, in passato, abbiamo smontato tutta la ideologia brigatista dimostrando il suo carattere piccolo-borghese, democratoide e controrivoluzionario; allo stesso modo neghiamo oggi che il proclama lanciato dal nuovo brigatismo sia in qualche modo condivisibile con un piano di difesa degli interessi della classe operaia o, a maggior ragione, con un programma rivoluzionario. Non a caso lo trova “condivisibile” Bertinotti, proprio per il fatto di essere a capo di una organizzazione politica anti-marxista e controrivoluzionaria.

Mentre ci proponiamo di tornare sull’argomento, per ora non possiamo fare a meno di notare come l’uccisione di D’Antona abbia rafforzato il regime capitalistico, soprattutto nel senso di una ulteriore stretta a danno della classe lavoratrice. I sindacati che impunemente lasciano che ogni giorno gli operai muoiano stritolati dalle macchine, che hanno bloccato tutte le misere agitazioni salariali perché la patria è in guerra, per l’uccisione di un funzionario dello Stato capitalista hanno indetto serrate (anche se quasi simboliche) nei posti di lavoro ed hanno portato i lavoratori nelle piazze a belare parole di pace sociale e supina sottomissione al regime capitalista.

Di fronte ai seppur deboli e minoritari scioperi di opposizione alla guerra, di fronte al pericolo che la commozione per le stragi della carneficina umanitaria e la minaccia di un nuovo conflitto mondiale spingesse i lavoratori a riorganizzarsi in sindacati di classe ed a ricollegarsi con il partito rivoluzionario, lo Stato capitalista aveva la necessità di affermare che chiunque si oppone ai suoi piani, di guerra e di pace borghese, è un terrorista e quindi un agente del nemico.

La parola d’ordine della più genuina tradizione marxista rivoluzionaria di Guerra alla Guerra, dopo il proclama brigatista, viene additata come simbolo ed ammissione di appartenenza alle Brigate Rosse, dando così agli sbirri sindacali la possibilità di svolgere una vera e propria azione repressiva nei confronti dei proletari più combattivi e di operare la loro azione terroristica verso la massa disorientata.

Ed in questa campagna di linciaggio, di richiesta ai poteri repressivi dello Stato di fare piazza pulita di ogni tipo di opposizione di classe si sono, ancora una volta, schierati in prima fila i partiti di sinistra, i sindacati di regime, i giornalisti progressisti, tutti concordi nell’accusare il Potere di essere troppo debole, di non reprimere abbastanza, di non tappare definitivamente la bocca a chi si oppone allo sfruttamento quotidiano ed alla guerra.

Compari brigatisti! potete essere soddisfatti del vostro lavoro: i vostri confratelli di ieri sono nel libro paga dello Stato, voi, se non ancora, non tarderete ad entrarci.