Partito Comunista Internazionale

Restar fermi al nostro posto è la nostra «azione» Pt.2

Categorie: Communist Left, Lenin, Opportunism, Party Doctrine, Russian Revolution

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Gli opportunisti secondo Lenin

Scrivemmo: «Il volume di sterco falsario che l’opportunismo ha tentato di accumulare sulla figura di Lenin è almeno dieci volte più nauseante di quello che fu rovesciato su Marx» (“L’estremismo condanna dei futuri rinnegati”). Oggi (al peggio non c’è mai fine…) la borghesia riesce impunemente a far passare la figura di Lenin come quella di un dittatore sanguinario che ha imposto il suo tallone sul popolo sfruttato che di lui si era fidato.

Ma peggio di tali grossolanità borghesi per noi è il mare di sterco gettato su Lenin dagli pseudo-comunisti, non solo i vecchi stalinisti ma anche, e soprattutto, dai nuovi “antistalinisti”: ognuno ha voluto crearsi un Lenin a proprio uso e consumo. Tutti convengono però che Lenin era per un partito che scendesse spesso e volentieri a compromessi (per fregarli magari) cogli altri partiti, che Lenin era un democratico e un filo-parlamentarista, un’attivista, ecc. Tanto sterco è stato gettato addosso a Vladimiro per qualificarlo di spregiudicato manovratore tattico.

Al contrario, anche da “L’Estremismo”, oltre che da moltissimi altri suoi testi, ben si può vedere quale sia la linea di Lenin, che non è “leniniana”, cioè non ha nulla di differente da quella precedente di Marx: la tattica cambia secondo quanto previsto dalla dottrina, inquadrata in principi invarianti. Questo è Lenin, questo siamo noi.

Molto utilizzato per decenni contro il nostro partito dagli ex-comunisti, quando ancora sfruttavano il nome e la parola di Lenin e prima che ci sputassero sopra, furono i capitoli de “L’Estremismo” riguardanti l’importanza dei compromessi e dell’uso del Parlamento. Noi ribaltammo quelle accuse dimostrando come tutto il testo di Lenin non sia che una conferma della ricerca di coerenza dei mezzi ai fini, e una condanna in anticipo sulla consumata lacerazione di quella coerenza da parte degli ex in nome della conservazione borghese.

Lenin comincia col criticare la linea dei comunisti tedeschi: in particolare ci interessa la critica riguardante la questione dei “capi” e della “dittatura del Partito”. I tedeschi, sebbene compagni entusiasti dell’Ottobre russo, tralignavano gravemente dal marxismo non riconoscendo la necessità di un partito fortemente centralizzato e soprattutto dimostravano di non comprendere appieno come la “dittatura di classe” si potesse realizzare unicamente come “dittatura del Partito comunista”: per Lenin, l’intransigente Lenin!, questo tentennamento era giustamente nefasto. Lenin non ha mai detto che la fase transitoria della dittatura del proletariato sarà una fase di libertà. «Chi indebolisce, sia pur di poco, la disciplina ferrea del partito del proletariato (soprattutto durante la dittatura del proletariato) aiuta in realtà la borghesia contro il proletariato». D’altronde ciò che distingue il Partito comunista da tutti gli altri partiti rivoluzionari è la concezione della dittatura del proletariato, snaturata in questi settant’anni da una parte da Stalin e destalizzatori, dall’altra da democratici e spontaneisti. Altra questione, che confondeva i tedeschi, era la forma dello Stato proletario, se debba fondarsi sui Soviet, che sono organi territoriali di classe, sui Consigli di Fabbrica, sui Sindacati…

Lenin accusò nell’Estremismo i comunisti tedeschi ed inglesi poiché non volevano accettare compromessi e porta ad esempio la storia della formazione del Partito bolscevico, segnata dal fondersi di diverse alleanze e sul loro conseguente scioglimento, destreggiamenti, collaborazioni tattiche, ecc… Deve però tenersi presente che: 1) le brevi alleanze o collaborazioni erano in vista di una presa del potere a breve scadenza; 2) a differenza dei partiti europei il Partito bolscevico proveniva da un’esperienza di doppia rivoluzione, ha dovuto cioè combattere innanzitutto per una Rivoluzione borghese; 3) il bolscevismo russo non doveva fare i conti con un opportunismo socialdemocratico forte per tradizione come quello diffuso nei paesi occidentali. Mai si trattò per Lenin di allearsi una “sinistra borghese” per opporsi ad un “destra”: la tattica di Lenin era costantemente indirizzata alla violenza rivoluzionaria. «Lenin cita gli accordi nell’anterivoluzione dei bolscevichi coi menscevichi e coi populisti e li giustifica con l’esempio della finale sconfitta e dispersione di tali partiti». Le alleanze di Lenin furono strette con lo scopo di scioglierle in fretta, erano i mezzi più spicci per distruggere l’”alleato”, con l’arma della critica e dei fatti (basti pensare allo scioglimento dell’Assemblea costituente nel ’18 chiamata prima in vita proprio dagli stessi bolscevichi).

Sulla questione delle alleanze e soprattutto del Parlamento vale lo stesso discorso. I marxisti usavano da decenni il Parlamento esclusivamente per i propri fini rivoluzionari. Il “parlamentarismo” di Lenin non era dovuto né ad un principio di difesa della democrazia, né alla possibilità di utilizzarlo per la conquista di qualche riforma, né, tantomeno, come via verso la presa del potere. Niente di tutto questo è mai appartenuto a Lenin e lo si può vedere nel suo disprezzo costante verso la democrazia borghese. Se la Sinistra disse allora a Lenin, e fu l’unica a dirlo con giuste motivazioni, che il Parlamento non era più utilizzabile per i comunisti, ciò non era dovuto a contrasti sulla dottrina e sui principi.

Nel 1919, appena finita la guerra, la Sinistra propose già a Gramsci, agli ordinovisti e ai massimalisti, la scissione dalla destra turatiana e l’astensione dalle prossime elezioni. Iniziava in Italia il Biennio Rosso e ritenevamo inopportuno che il proletariato si distraesse dall’azione rivoluzionaria per partecipare alle elezioni. La Sinistra sapeva che la rivoluzione in Italia sarebbe potuta essere vicinissima: perciò i mezzi legali divenivano inutili ed era ora di pensare all’organizzazione rivoluzionaria dei proletari. Urgeva inoltre eliminare dai proletari ogni pregiudizio democratico. Per la Sinistra era anche inutile partecipare alle elezioni per un altro motivo: come diceva Lenin il capitalismo era ormai passato definitivamente alla fase imperialista e in termini politici ciò significava che il suo Stato doveva essere sempre più accentrato, dispotico e poliziesco.

Nel 1921, alla fondazione del Partito Comunista d’Italia non ritenemmo che l’antiparlamentarismo fosse ancora questione di principio, tanto che non pretendemmo di imporre la tattica che ritenevamo migliore ed accettammo gli ordini di Lenin e dell’Internazionale di partecipare alle elezioni. Il nostro indirizzo si era già però dimostrato adeguato durante il Biennio Rosso ma ancora di più lo si dimostrò quando nel 1924, a seguito dell’omicidio di Matteotti, i centristi alla Gramsci sbandarono completamente e si posero sul terreno della difesa del Parlamento democratico: la Rivoluzione stava per venire dimenticata.

Noi e Lenin eravamo gli unici in Europa ad avere sempre chiara la nozione della dittatura violenta del partito comunista. Il vilipendio fatto ai principi marxisti dal 1924 in poi da parte dell’Internazionale e dai centristi del Partito Comunista d’Italia era sinonimo di tradimento dei fini e vittoria dell’opportunismo. Invece la difesa dell’uso del Parlamento da parte di Lenin fu un errore di valutazione sulla situazione in occidente, ma in Lenin l’intransigenza sui principi non fu mai scalfita.

I bolscevichi dall’isolamento alla Rivoluzione

«Nei primi due mesi dell’anno 1917 la Russia era ancora sotto la monarchia dei Romanov. Dopo otto mesi erano già al timone i bolscevichi, che pochi conoscevano al principio dell’anno e i cui capi, nel momento stesso che vennero al potere erano ancora sotto l’accusa di alto tradimento». Così Trotski comincia la sua “Storia della Rivoluzione Russa”: in soli dieci mesi il partito comunista passò cioè dall’isolamento alla Rivoluzione.

La dura lezione storica della sconfitta della Rivoluzione nel 1905, la Prima Guerra e la situazione precaria che in questa la Russia si trovava a giocare, l’inettitudine e la stupidità di una classe borghese incapace di tenere nelle proprie mani il potere, la diffusione improvvisa del proletariato in un paese che solo qualche tempo prima era ancora feudale, il contatto in trincea tra i proletari ed i contadini: tutto questo creò le premesse della rivoluzione e l’avvicinamento del proletariato ai bolscevichi. Non furono programmi resi meno intransigenti ad avvicinare il proletariato al Partito!

Dirà Zinoviev nel 1923: «Il partito è sempre stato genuinamente rivoluzionario ed è per questo che ha potuto operare non solo quando era una struttura fortemente coesa da un punto di vista gerarchico, ma anche quando, ridotto alla clandestinità, sembrava scomparso come corpo organizzato. Quante volte, sotto lo zarismo, è apparso distrutto, ridotto a qualche compagno! Ma grazie agli sforzi eroici dell’avanguardia del proletariato, ha diffuso tra le masse operaie le idee necessarie alla creazione di un grande partito operaio panrusso. E dopo qualche tempo, come la Fenice, rinasceva sempre dalle sue ceneri» (“La formazione del Partito Bolscevico”).

Nel settembre i Soviet sparsi per la Russia erano ormai sotto il controllo bolscevico: i falsi rivoluzionari si erano scoperti di fronte al proletariato ed ai contadini per la loro chiara difesa dell’ordine borghese e per la loro incapacità di rispettare le promesse fatte. Scrive Trotski: «Le organizzazioni del partito si rafforzano, ma in un modo incalcolabilmente più rapido cresce la sua forza d’attrazione. La discordanza fra le risorse tecniche dei bolscevichi e il loro peso specifico politico trova la sua espressione nel numero, relativamente esiguo, dei membri del partito, in paragone con il grandioso aumento della sua influenza. Gli eventi travolgono così rapidamente e imperiosamente le masse nel loro vortice che gli operai e i soldati non hanno tempo di ordinarsi in partito. Essi non hanno nemmeno il tempo di comprendere la necessità di una speciale organizzazione di partito (…) Dietro ai Soviet stanno più di venti milioni di uomini. Il partito, che anche alla vigilia del rivolgimento di ottobre non contava nelle sue file più di 240 mila persone, per mezzo dei sindacati, dei comitati di fabbrica e dei Soviet conduce dietro di sé, con una convinzione sempre maggiore, milioni di uomini».

Il proletariato tentò più volte in pochi mesi di decidere le proprie sorti politiche: ad un certo punto dovette capire, a forza insuccessi, che le parole d’ordine bolsceviche erano le uniche che gli potessero appartenere. «Le parole d’ordine, che rispondono ad un acuto bisogno della classe e dell’epoca, si aprono migliaia di canali. L’ambiente rivoluzionario, quando è arroventato, si distingue per un’alta conduttibilità delle idee. I giornali bolscevichi venivano letti ad alta voce, riletti sino a quando si laceravano, gli articoli più importanti erano imparati a memoria, ripetuti, ricopiati, e dov’era possibile, ristampati» (Trotski).

Non fu Lenin, o Trotski, o chicchessia, che crearono la Rivoluzione ma bensì furono le condizioni oggettive che crearono quello splendido urto proletario che fece tremare il mondo del Capitale. 

La Sinistra Comunista

La Sinistra comunista fondò nel gennaio 1921, da una scissione dal PSI ormai ultrariformista ed opportunista, il Partito Comunista d’Italia. Facendo ciò la Sinistra non faceva altro che seguire le giuste direttive dell’Internazionale che invitavano i comunisti rivoluzionari a separarsi dai riformisti e dai “falsi amici”.

Il Partito nasceva in Italia come unica forza coerentemente marxista, in quanto a dottrina, nell’Europa occidentale. Lo Statuto del Partito lo dimostra.

Nel luglio/agosto 1921 usciva su “Il Comunista” un articolo dal titolo emblematico che qui ci interessa riportare per comprendere su quali basi era nato il Partito Comunista d’Italia: “Il valore dell’isolamento”. Si affermava in questo articolo: «Non discutiamo l’ipotesi di accedere a intese organizzative col proposito di “tradirle” o sfruttarle nel loro complesso di forze nel nostro senso alla prima occasione. E scartiamo questa tattica non per scrupoli di ordine morale, ma perché, data appunto la funesta influenza di quel “confusionismo rivoluzionario” di cui trattiamo, anche purtroppo sulle masse che seguono il nostro partito, il gioco sarebbe troppo pericoloso, e la manovra del disimpegno riuscirebbe a nostro danno. Per preparare le masse alla severa disciplina dell’azione rivoluzionaria occorre grandissima chiarezza di atteggiamenti e di movimenti, e quindi occorre portarsi fin da principio su di una piattaforma ben definita e sicura: “nostra” (…) Noi crediamo che a base della nostra tattica debba stare questo criterio: nessuna intesa organizzativa, ossia nessun fronte unico, con quegli elementi che non si prefiggono: la lotta rivoluzionaria armata del proletariato contro lo Stato costituito, intesa come una offensiva, un’iniziativa rivoluzionaria – l’abolizione, attraverso questa lotta, della democrazia parlamentare insieme al meccanismo esecutivo dello Stato attuale –la costituzione della dittatura politica del proletariato che porrà fuori dalla legge rivoluzionaria tutti gli avversari della rivoluzione».

L’articolo concludeva nel seguente modo: «Altri potrà credere di avere una via più breve. Ma non sempre la via che appare più facile è la più breve, e per meritare della rivoluzione è troppo poco avere soltanto “fretta” di “farla”».

Nel 1922, a solo poco più di un anno dalla fondazione, l’Internazionale cominciò a chiederci di trovare un compromesso e formare un’alleanza con i massimalisti del PSI che non avevano voluto seguirci nella scissione. Noi rispondemmo che ciò poteva essere pericoloso e soprattutto poteva creare stupore tra il proletariato che cominciava ad abbandonare le file del PSI per il nostro partito. La rivoluzione in Europa stava divenendo un serio problema e il C.C. di Mosca credette che cercando compromessi vari e destreggiamenti con gli altri “sinistri” si potessero accelerare i tempi, quando in realtà furono proprio i cercati compromessi a stroncare in Germania ed in Ungheria i tentativi rivoluzionari.

Nel 1923 la Sinistra comunista venne estromessa dalla guida del Partito ed al suo posto furono messi i “centristi”, fra cui Gramsci, molto più in linea con la nuova svolta tattica che stava via via per prevalere nell’Internazionale. Ma quando si rispose all’omicidio Matteotti con la lotta per la difesa dai fascisti del democratico parlamento, la degenerazione incominciò a farsi palpabile.

Uno dei sintomi di essa fu il formalismo introdotto nell’attività del Partito. Non vi era più l’organica interazione fra i capi e la base, fra la teoria e la pratica rivoluzionaria. Dalla formula leniniana per cui la rivoluzione non è una questione di forma si passò alla formula errata secondo cui “la parola è all’organizzazione”. Si introdusse la carica di Segretario Generale, che andò a Gramsci; si crearono diversi Uffici di Segreteria, ecc. Nel 1925 era introdotta la Commissione Centrale di Controllo per i casi di indisciplina; all’Ufficio Primo, in precedenza responsabile dell’attività illegale, si diedero poteri di vera e propria polizia interna.

Il partito conquistò nuove schiere di militanti, senza più una selezione, che minarono la capacità rivoluzionaria dell’organizzazione: sempre di più veniva svenduta l’intransigenza. Non si comprendeva che se il PCd’I era passato da 42.700 iscritti nel 1921 (esclusi i disoccupati e coloro che non potevano pagare le quote) a 8.700 nel 1923 non era per incapacità della Sinistra di guidarlo ma, tutt’altro, era dovuto al peggioramento delle condizioni oggettive e al riflusso controrivoluzionario del proletariato e non rimediabile, come per Togliatti, con la «soluzione di una serie di problemi di natura organizzativa».

Così criticavamo la Centrale centrista: «L’azione della Centrale ha la caratteristica generale dell’incertezza, dell’improvvisazione sostituita ad una chiara e ferma direttiva, dell’equilibrio posticcio fra le opinioni occasionali di gruppi eterogenei e per diverse ragioni inadeguati al loro compito di dirigenti, della meccanicità sterile della disciplina messa al posto dell’iniziativa conveniente e del fermo governo del Partito, necessari al lavoro rivoluzionario» (Punti della Sinistra, da “La Sinistra Comunista e il Comitato d’Intesa”).

La Rivoluzione in Europa stava fallendo. La Russia era sempre più isolata. Ma al gorgo della controrivoluzione il Partito bolscevico e l’intera Internazionale non risposero come avrebbero dovuto (ovvero con un più marcato isolamento) ma attraverso formule anti-marxiste quali l’attivismo, la caccia frenetica di militanti e il più bieco e vuoto formalismo organizzativo.

Nel 1927 con la sconfitta della Rivoluzione cinese, proprio per colpa delle direttive dell’Internazionale, il processo di degenerazione divenne irreversibile e dalla disciplina del Partito marxista si passò alla disciplina di un Partito borghese. La degenerazione staliniana negli anni ’30 riuscì poi definitivamente a disperdere l’opposizione russa ed italiana: da questa esperienza amara rinascerà però durante la Seconda Guerra la nostra organizzazione sotto il nome di Partito Comunista Internazionalista.

Nemmeno in quei momenti difficili la nostra intransigenza venne meno, anche verso coloro che erano a noi più vicini, come i trotskisti: questi criticavano lo stalinismo giudicandolo frutto di una eccessiva “burocratizzazione” e corruzione e, soprattutto, per il troppo “dispotismo” interno al partito; noi invece criticavamo lo stalinismo vedendo la sua nascita come frutto di enormi cause socio-economico-politiche. I trotskisti appoggiavano poi la tattica del fronte unico contro i fascismi per la restaurazione democratica; noi non accettavamo nessun fronte unico poiché l’abbattimento dello Stato borghese non poteva passare per questa “democratica” strada. I trotskisti auspicavano la vittoria delle potenze alleate su quelle dell’Asse; noi dicevamo che i nazisti e i democratici erano la doppia faccia di un’unica medaglia. Inutile dire che i trotskisti abbandonavano infine del tutto la via rivoluzionaria.

Da questa nostra esperienza si formerà il partito del secondo dopoguerra. Col passare degli anni, in realtà, la nostra intransigenza si confermava per gli apporti dell’esperienza, codificata in scolpimenti continui della teoria marxista, nonostante l’esiguo numero di militanti dovuto a nient’altro che a questo momento storico, fetido ed escrementizio. Abbiamo praticato in questi 50 anni tanta intransigenza, e forse più di quella che in passato tennero Marx e Lenin, ma questi non erano però passati da un ciclo di così tale schifosa controrivoluzione, tanto democratica, quanto stalinista, quanto ancora piccolo-borghese. Abbiamo scritto: «Al tempo di Marx e di Lenin non si era dato ancora che uno Stato della vittoria proletaria, come quello russo, degenerasse fino a passare dalla parte del nemico di classe nella politica estera (alleanze di guerra) e interna (misure economico-sociali capitalistiche)». 

Il valore dell’isolamento

La tanto lunga resistenza della Sinistra comunista dall’opportunismo è un fattore che solo per durata è inedito. Il lavoro svolto in più di 50 anni dal punto di vista teorico è stato colossale sia per il momento in cui fu svolto sia per il suo utilizzo futuro. Ad ogni sbandamento, ad ogni evento contingente ha risposto il partito con la dovuta efficacia. Il contatto con la classe operaia è stato continuamente cercato dal partito per quanto esigue le proprie forze. Agli attacchi subiti, fisici e teorici, il Partito è riuscito a rispondere nonostante le proprie piccole capacità numeriche.

L’accusa di settarismo, dataci da più parti in questi 50 anni, è per noi frutto solamente di bassa polemica piccolo-borghese. In un articolo del 1980 sul nostro giornale scrivevamo: «Ma, in definitiva, voi ci proponete di rinchiuderci tra “quattro mura” a studiare, scrivere e così “amalgamarci” in attesa degli eventi, potrebbe essere l’obiezione dei soliti super attivisti, super concretisti e super frettolosi. E’ una obiezione che non meriterebbe nessuna risposta, perché il nostro lavoro verso la classe proletaria dalla fine della seconda guerra mondiale, dalla ricostituzione del Partito prima come Partito Comunista Internazionalista e poi Internazionale, è stata enorme ed è ampiamente documentato sulla nostra stampa. Si potrebbe chiedere come mai non ci sono stati risultati apprezzabili, ma anche questa è la tipica domanda di chi non ha saputo trarre le lezioni delle sconfitte subite dal proletariato mondiale dopo la vittoria luminosa di ottobre» (“Tutto Lenin è conferma della necessità del Partito Comunista”, da “Il Partito Comunista” n.73/1980).

Riportiamo ancora altre citazioni da un articolo, questo del 1977, che già dal titolo si collega perfettamente al nostro lavoro, ovvero “La forza dell’intransigenza”: «La prova che il metodo socialdemocratico è superiore a quello rivoluzionario comunista non c’è stata ancora fornita. Né è stato dimostrato che la coerenza testarda dei comunisti rivoluzionari è da rigettare e che l’involuzione dei fedifraghi è da preferire. E – si dirà, da parte di chi ha tralignato – quale giovamento ha avuto il proletariato dalla vostra intransigenza? Innanzi tutto, non da noi la classe operaia è stata condotta al secondo massacro mondiale; non da noi è stata indirizzata a piegare la rotta verso la democrazia borghese anziché continuarla, pur con vento contrario, verso la rivoluzione. Non dal partito comunista rivoluzionario la classe è stata spinta in braccio alle classi possidenti, a sottomettersi allo stato politico del capitale. In secondo luogo, il proletariato ha nel suo partito un organo sincero, fedele e coerente che non lo ha mai ingannato, facendogli apparire oggi amici i nemici di ieri (…) Solo l’intransigenza del partito, anche nella ritirata, nella lotta difensiva e nella sconfitta stessa, è garanzia e presupposto che l’assalto sarà ripreso, che l’avanzata verrà, perché il nemico non potrà contare su una classe debilitata e scoraggiata (…) La richiesta, quindi, di aprirci alle suggestioni del momento, che promanano dalle aberrazioni soprattutto delle classi intermedie e delle aristocrazie operaie, è rigettata in blocco. La nostra intransigenza è sicurezza, è garanzia di vittoria» (da “Il Partito Comunista”, n.39/1977).

La “giusta teoria” è quella che, anche in periodi che possano facilmente prendere gli animi, come gli Anni Settanta, non si corrompe un minimo e non scende a compromessi con ideologie piccolo-borghesi dipinte di comunismo. Il Partito, nel limite delle sue forze, interviene nelle lotte economiche del proletariato, questo è suo compito permanente, anche quando non riescono a travalicare l’angusto limite dell’azienda, ma nei confronti degli altri partiti deve mantenere salda la propria intransigenza e non “eccitarsi” per qualsiasi movimento di classi spurie, quand’anche si ammantino di fraseologia e atteggiamenti “estremisti” e “guerriglieri”.

Tutti si agitavano e si “aprivano” negli Anni Settanta. Anche allora preferimmo confermare la nostra “chiusura”. Scrivemmo: «Il partito non è chiuso una volta per sempre in virtù della adesione a certi testi e di una rigida delimitazione organizzativa delle sue file. E’ la sua azione pratica che può indebolire o potenziare la sua stessa coscienza collettiva e, se l’azione pratica contraddice ai principi, prima o poi inevitabilmente il partito è destinato ad “aprirsi”. E’ la storia della degenerazione della III Internazionale (…) Il partito è “chiuso” non perché possiede un bagaglio di idee e di nozioni che è esclusivamente suo e distintivo, ma perché la sua azione pratica non contravviene a questo bagaglio. E’ nel campo del movimento pratico che il partito si distingue da tutti gli altri e dimostra la sua chiusura, il suo essere realmente una fortezza murata» (“Al fianco del più umile gruppo di sfruttati che lotta per un pezzo di pane ma contro il meccanismo delle istituzioni presenti e contro chiunque si ponga sul suo terreno», da “Il Partito Comunista”, maggio 1979).

Si può concludere il lavoro con quest’ultima citazione da un altro articolo degli Anni Settanta, che ben viene incontro al Partito di oggi su come esso debba continuare ad atteggiarsi in questi anni di sterco ai massimi livelli: «Se la classe operaia è tutt’ora (1975) inquadrata in sindacati tricolore, monopolizzata da partiti traditori, ciò significa che non esiste una delle condizioni oggettive favorevoli all’intervento diretto o indiretto del partito, dato per fermo che non è il partito a “creare” le condizioni per la ripresa della lotta di classe, ma che il partito può condizionare la lotta di classe per elevarla a lotta rivoluzionaria di classe. Non c’è da escogitare, allora, manovre, ripieghi, da spremersi le meningi e ricorrere alla fantasia. C’è da prendere atto che questa maledetta società riesce ancora a prevenire o bloccare ogni pur piccolo serio e continuato movimento della classe, che, ancor quando si manifesta, riesce ad incanalarlo nell’alveo della conservazione, per mezzo del suo braccio opportunista» (Introduzione a “Il valore dell’isolamento”, da “Il Partito Comunista”, n.5/1975)

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L’esperienza storica ci ha a più riprese dimostrato che non sono le grida nel deserto a creare il movimento e il partito: l’attività pratico-rivoluzionaria si dispiegherà nuovamente quando sarà lo stesso proletariato ad aver bisogno di riallacciarsi al suo naturale partito. Il nostro non è attendismo ma all’inverso è capacità marxista di interpretare i fatti e le realtà fino in fondo.

Sappiamo però che non è poi così lontano il momento in cui il proletariato dovrà rialzare la testa, riorganizzarsi prima per la sua difesa come classe sfruttata, poi, diretto dal suo partito comunista, per l’offensiva alla società del capitale. La nostra scientifica teoria sa che sono questi gli inevitabili trapassi della successione da una forma di produzione, marcia e decrepita, ad un’altra fresca e luminosa, pronta a sbocciare, il Comunismo.