Omicidi sul lavoro: la guerra permanente del capitale contro i lavoratori
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In un nostro articolo scrivevamo: «Pace? e chi se ne frega? Il problema è quale pace, che tipo di pace. Pace e dominio della borghesia è situazione altrettanto fetida, quanto guerra e dominio della borghesia (…) La nostra rivendicazione non è porre fine alla guerra, ma porre fine al capitalismo».
La pace capitalista non porta affatto una soluzione alle sue crisi economiche e sociali, che non potranno mai essere eliminate. I marxisti sanno bene che il capitalismo genera costantemente contraddizioni e cataclismi sociali e che questi non si curano con terapie riformistiche, nemmeno se si trattasse di quel “riformismo armato” di cui si fanno portavoce i rinati brigatisti; i marxisti sanno soprattutto che la pace capitalista non è l’alternativa alla guerra capitalista: unica alternativa alla guerra del capitale sono la rivoluzione e la dittatura del proletariato.
Ma, poniamo per un istante che fosse possibile, grazie alla democrazia ed al buon senso dei governanti (coadiuvati dai saggi consigli di papi, popi ed imani), un periodo indefinito di pace capitalista, quella pace che la piccola borghesia imbelle ed imbecille sogna e vagheggia: anche in questa assurda situazione i marxisti considererebbero il grido di “viva la pace” come il più feccioso fra tutti.
I pavidi cuori degli intellettuali sinistrorsi al sentire queste cose si scandalizzano perché, lontano dal fare un ragionamento di classe, pensano alle loro meschine persone e inorridiscono all’idea che quella carneficina, che quotidianamente miete innumerevoli vittime ai danni della classe operaia, esca dalle fabbriche e dal recinto dei cantieri per colpire, come fanno le bombe e le cannonate, indiscriminatamente anche loro.
«Sei morti in poche ore. Il più giovane aveva 20 Anni ed aveva cominciato ieri», questo titolo lo abbiamo letto sul “Corriere della Sera” del 13 maggio. “L’Unità” dello stesso giorno scriveva: «E ieri ai sei decessi si sono sommati tre feriti gravi, due dei quali in prognosi riservata» e la “Repubblica”: «Tre deceduti in Lombardia. Un camionista bruciato vivo».
Quattro giorni prima, quasi tutti i quotidiani del territorio nazionale (non siamo riusciti a vedere la notizia né sul “Manifesto”, né sull’”Osservatore Romano”) avevano riportato i dati forniti dall’Inail su infortuni e morti sul lavoro. Nel primo trimestre ’99 sono stati oltre duecento i proletari che hanno immolato la loro vita sul posto di lavoro: più di due al giorno. Non si potrà dire che i “deprecabili” incidenti siano causati della arretratezza del modo di produzione capitalistico, anzi è il contrario, quanto più il capitalismo è moderno e tecnicamente avanzato, tanto più compie le sue stragi tra la massa degli sfruttati. Infatti la regione che detiene il primato degli omicidi, detti “bianchi”, è la Lombardia con un progressivo aumento del 25% tra il 1994 ed il 1997.
Gli omicidi compiuti dal capitale nell’ultimo triennio sono stati 1.320 nel 1996, 1.362 nel 1997, 1.343 nel 1998. Ogni minuto avvengono almeno 3 infortuni di varia entità. Dal 1994 ad oggi si sono avuti una media di 1.100.000 infortuni denunciati «di cui 30.000 con lesioni tali che spesso si trasformano in invalidità permanente». Ma le cifre di questa carneficina proletaria sono molto al di sotto della realtà non fosse altro perché l’Inail non censisce gli infortuni durante il lavoro “in nero” che è presumibile siano in numero non molto inferiori di quelli “legalmente riconosciuti”.
Nel solo settore edilizio «nel 1997 ben 161 sono stati i muratori deceduti precipitando dall’impalcatura. E questo è il dato più mostruoso se si pensa che già gli egizi, al tempo delle piramidi, avevano adottato una serie di misure per evitare le cadute, e oggi nei cantieri si continuano a disprezzare le norme di sicurezza più elementari». Certo, quelli erano schiavi e costavano ai loro padroni, mentre il libero operaio non vale un soldo!
Nella ultra civile Unione Europea tutti gli anni ogni 10.000 lavoratori in media 3,9 perdono la vita per incidenti mortali; nella Repubblica Italiana, nata dalla Resistenza e costituzionalmente “fondata sul lavoro” la percentuale sale a 5,3.
Il “Corriere della Sera” del 9 maggio scriveva che nel mondo ogni anno per incidenti sul lavoro «muoiono 340.000 persone, più della guerra del Vietnam che ebbe “solo” 90 mila caduti».
Certo, di guerra si tratta. Si tratta di una strage programmata e calcolata da un modo di produzione disumano che, per la sete di profitto, uccide migliaia di proletari ogni anno. E per questi caduti sul fronte della “pace” borghese e della collaborazione di classe nessuno si scandalizza: non le alte personalità politiche use a sfoggiare una “composta e dignitosa” commozione, non i duci sindacali che non chiamano i lavoratori alla mobilitazione ed alla lotta, non si mostrano stavolta madri, mogli e figli piangenti, esposti altre volte con sadico compiacimento nei telegiornali, non cardinali e prelati a sciorinare parole di fede e di conforto.
A proposito di questi ultimi va messo in evidenza quello che gli articolisti dell’”Osservatore Romano”, da preti quali sono, hanno la faccia tosta di scrivere: «Precise responsabilità sono da ricercare soprattutto nella bassa sensibilità dei dipendenti al problema (spesso questi ultimi accettano di operare in condizioni di evidente pericolosità)». Sarebbe come dire che i loro martiri della fede venivano sbranati dai leoni perché “accettavano” di “operare” in condizioni di evidente pericolosità, data la loro “bassa sensibilità al problema”.
Invano i proletari potranno attendere che i rappresentanti sindacali o i capi dei partiti di sinistra si scaglino contro gli assassinii del proletariato, al contrario li vediamo amabilmente discutere con governo e Confindustria su flessibilità, produttività, mobilità, costo di lavoro, licenziamenti e tutte le altre delizie che la società borghese concede ai suoi schiavi. Questo perché per la borghesia l’operaio non è un essere umano, ma solo una forza lavorativa da sfruttare il più intensamente e disfarsene il più velocemente possibile.
Noi non individuiamo i responsabili di tutto ciò in singoli individui, per quanto possano essere personalmente criminali, ma nel regime del capitale: i proletari morti, i mutilati, i malati sono i morti ed i mutilati di una guerra che il capitalismo conduce contro le condizioni di vita e di lavoro di una classe operaia inerme, indifesa perché priva delle sue tradizionali armi di battaglia: il Partito ed il Sindacato di classe.