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Nel dilagare sfrenato del capitale mondiale leggiamo i sintomi di un suo prossimo catastrofico rovinare

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Il declino della crescita

      La tendenza del lungo periodo, che inizia con la crisi del 1975, caratterizzata dal rallentamento della crescita relativa della produzione capitalistica rispetto a quella vigorosa del dopoguerra, prosegue con maggiore evidenza; ciò che si delinea in maniera più marcata è la discesa dell’incremento relativo, ossia il rapporto fra il valore della produzione in più rispetto all’anno precedente (che è sempre crescente conformemente alla curva di sviluppo catastrofico del capitalismo) e il valore della produzione nell’anno precedente.

      Negli ultimi due anni si è verificato un ridimensionamento dell’incremento relativo della produzione industriale mondiale, dato da una maggiore debolezza in Asia, America Latina, Europa ed Africa, non compensata dal vigore relativo degli Stati Uniti. Ma l’accelerazione del processo di lungo periodo sopra ricordato si era manifestata alla fine degli anni ’80 proprio nei campioni di accumulazione del dopoguerra, Giappone e Russia con delle crisi generali non congiunturali così profonde che ancora non sono risolte.

      Da allora il capitale ha superato rapidamente la recessione congiunturale del 1990 negli Stati Uniti, ma non così facilmente quella del ’92/93 in Europa. Quindi i rallentamenti rapidi e le contrazioni della produzione industriale, combinati con sconvolgimenti nella finanza e nel corso dei cambi, si sono propagati nel mondo in un arco di quattro o cinque anni, in modo più evidente in Messico, poi nei giovani capitalismi asiatici, quindi in Brasile e ancora in Russia. Essi hanno costituito non fatti casuali e sconnessi o solo crisi finanziarie singole, ma una successione concatenata, effetto della sovrapproduzione cronica e della tendenza depressa internazionalmente. Questa è tornata da un anno a coinvolgere il capitale ancora convalescente in Europa, riportandolo alla contrazione ed influenza al ribasso l’andamento della produzione industriale negli Stati Uniti, proprio mentre questa si avvicina al suo periodo ciclico decennale di euforia e sovrapproduzione.

      La produzione industriale mondiale rallenta la sua corsa nel ’98/99. Ma è pur sempre in crescita relativa, non vi è accelerazione brusca della fiacchezza del capitale. Questo nel suo ciclo lungo che parte dal 1974 sale con fatica, ma non si è ancora fermato sulla cima come allora, prima di scendere. E non si può escludere una di quelle transitorie inversioni di tendenza che negli ultimi venticinque anni hanno rallentato il processo destinato a portare verso la grande crisi di bassi prezzi e violenta deflazione.

      A questo riguardo esiste qualche recente segnale di ripresa della espansione capitalistica in Asia nei paesi colpiti dalla crisi del ’97, ma non nell’economia dominante della zona, quella giapponese, che resta con la produzione industriale ancora in contrazione. Nella stessa area la crescita della produzione in Cina resiste ad alti livelli, ma relativamente indietreggia nonostante la grande spesa statale. Questi segni di ripresa non possono per ora indicare un transitorio arresto del rallentamento, che è generale mondiale: il peso dei capitalismi asiatici in ripresa non è determinante, i loro ritmi impetuosi di crescita nei tre decenni trascorsi sono finiti per sempre, per legge generale di ogni capitalismo nazionale e per legge particolare dei capitalismi giunti per ultimi e condannati a un più rapido invecchiamento. Inoltre a quegli indizi di ripresa fanno per ora da contrappeso quelli in senso contrario in America Latina. E gli andamenti degli altri dati oltre quelli fondamentali della produzione industriale continuano ad indicare per il capitale mondiale sovrapproduzione cronica e tendenza alla deflazione.

Le produzioni

Il nostro lavoro statistico riguardo l’economia è basato sui dati della produzione industriale (industria manifatturiera, miniere, elettricità e gas). Gli andamenti della produzione industriale, comprendendo non solo l’appropriazione del plusvalore ma direttamente la sua creazione nel processo produttivo, sono preferibili ai dati sull’andamento del capitale commerciale, che semplicemente compra dai produttori per rivendere, e a quelli sul capitale finanziario, che, nelle sue varie forme, fornisce a prestito i mezzi monetari per il capitale anticipato nel ciclo produttivo: questi esistono e si sviluppano se esiste e si sviluppa il capitale produttivo.

      In questo lavoro dobbiamo usare le stesse fonti statistiche borghesi, uniche disponibili ma non contestabili dal nemico; notiamo però che queste nella produzione industriale non comprendono quella agraria capitalistica, che rientra appieno in quella del capitale creatore di plusvalore. Escluse dalle statistiche borghesi della produzione industriale sono anche quelle branche a conduzione capitalistica in cui il prodotto del processo produttivo non è un oggetto materiale, ma ha un valore di scambio e contiene plusvalore generato dal pluslavoro degli operai venduto sul mercato. Sulla questione riportiamo il seguente passo del II Libro de Il Capitale cap.I par.4,in cui si precisa la nozione di capitale industriale: «Esistono rami industriali autonomi nei quali il prodotto del processo produttivo non consiste in un prodotto nuovo, oggettivo, in una merce. Tra essi la sola importante da un punto di vista economico è l’industria delle comunicazioni, sia industria propriamente detta dei trasporti di merci e persone sia solo trasmissione di comunicazioni, lettere, telegrammi, ecc.».

      Nel testo Il corso del capitalismo mondiale nell’esperienza storica e nella dottrina di Marx – 1750/1990 sono chiarite le ragioni del riferimento alla produzione industriale, costante nel lavoro di Partito. Sono connesse allo scopo della verifica sperimentale delle leggi a fondamento della prognosi marxista del crollo finale del capitalismo.

      Per studiare la decrescenza storica dell’incremento relativo della produzione industriale lavoriamo sull’indice annuale di questa. Se passiamo a valutare la situazione economica nei cicli industriali di espansione e contrazione consideriamo invece l’indice mensile della produzione e la sua variazione. Poiché esso ha variazioni mensili irregolari conviene confrontare due mesi uguali degli anni successivi. Il significato di questo confronto è dato dal fatto che il capitale industriale assume ciclicamente la forma di capitale merce, capitale accresciuto che esce dal processo produttivo. Confrontando l’indice fisico della produzione industriale, che è esente dall’inflazione monetaria, di un dato mese con quello dello stesso mese dell’anno precedente, comprendiamo mediamente diverse rotazioni del ciclo del capitale che abbracciano però tutte le stagioni dell’anno. Confrontiamo due quantità della stessa grandezza, ossia del capitale merce prodotto, riuscendo a seguire nel tempo il suo movimento. Gli incrementi relativi mensili quindi sono calcolati su base annua (in media mobile di tre mesi), attingendo gli indici dal bollettino statistico dell’O.N.U. e riportati nei grafici esposti alle nostre riunioni.

L’industria

Negli Stati Uniti l’incremento relativo cala con continuità dalla punta del 10% del marzo ’98 al 1,6% del maggio ’99 ma si entra nell’ottavo anno di espansione relativa sull’anno precedente, settimo di espansione reale dopo il recupero completo della recessione del ’91; è una espansione condotta a ciclo ancora in corso e accumulazione ancora da azzerarsi col ritmo medio annuale non proprio fiacco del 3%.

      In Europa la Germania, che rappresenta ben 1/3 della produzione industriale degli 11 paesi dell’unione monetaria, ha una produzione che, dopo essere ritornata soltanto a metà del ’97 al livello ottenuto prima della crisi degli anni ’92/93, è nuovamente in recessione con un decremento del -2,1%, negativo, ad aprile, tornando al livello del ’91, prima della crisi. Negli altri paesi dell’Euro in prevalenza la produzione industriale è in contrazione per cui nella zona è recessione dalla fine del’98, come d’altra parte in Gran Bretagna.

      Per la Russia i dati del bollettino statistico si fermano al settembre del ’98 con un indice di 43,5, fatta 100 la produzione industriale media mensile del 1990; da quell’anno la produzione secondo questi dati sarebbe più che dimezzata. Da notare però che l’accumulazione in effetti si era arrestata l’anno precedente, dopo più di 40 anni di riproduzione allargata ininterrotta.

      Secondo i dati dell’Economist nei mesi di quest’anno la produzione russa sarebbe ancora in contrazione ma a ritmi oramai blandi, come succede al fondo delle crisi.

      In America Latina la produzione industriale si riduce dalla fine dell’anno passato, movimento preceduto già alla fine del ’97 da quello del Brasile (un anno prima che vi si manifestasse la crisi finanziaria e valutaria). La contrazione è molto forte in Argentina, meno in Cile, mentre in Messico si ha ancora espansione.

      In Asia ci sono manifestazioni di resistenza al rallentamento della crescita (Cina e India) e qualche indizio di ripresa dalle recessioni. Al contrario in Giappone dall’inizio del ’98 l’incremento relativo sull’anno precedente è stato negativo e solo in aprile passa ad un limitato 0,2% positivo, ma con una massa inferiore del 4,8% rispetto quella del ’91, il che vuole dire che già per 7 anni abbondanti il capitale industriale non ha avuto vera accumulazione: non si tratta certo di una crisi propria di un breve ciclo congiunturale. I paesi colpiti dalla crisi del ’97 sono avviati alla ripresa e nel caso della Corea del Sud con gran slancio.

      I dati della produzione industriale mondiale del bollettino ONU si fermano al secondo trimestre ’98, passiamo allora a considerare i dati del PIL mondiale secondo l’OMC che indicano un sensibile rallentamento del suo ritmo di crescita, che in un anno risulta quasi dimezzato: si passa dal 3,4% del ’97 all’1,8% del ’98.

Riscontro con altri dati

Gli andamenti dei prezzi delle merci confermano il rallentamento dello sviluppo del capitale per cronica sovrapproduzione.

      – Prezzi alla produzione. Dall’inizio degli anni ’80 la crescita dei prezzi alla produzione e di quelli all’ingrosso si era ridotta rispetto a quella dei 10/15 anni precedenti. Poi dall’inizio degli anni ’90 questi prezzi o crescono ancor più debolmente o sono anche per lunghi periodi in vera discesa.

      Un’idea dell’andamento la si può dare con i seguenti dati: l’indice ONU dei prezzi alla produzione e all’ingrosso, preso quello del 1990=100, è nell’agosto del ’98 pari a 93; 104; 107 per Giappone, Germania, Stati Uniti; per arrivare ad oggi bisogna considerare che dopo la piccola ripresa del ’97 questi prezzi sono in sensibile discesa (inflazione negativa) in Giappone e in Germania e complessivamente in tutta l’area dell’Euro, mentre crescono a velocità ridotta negli Stati Uniti.

      Questi prezzi comprendono quelli all’esportazione e quindi il loro andamento indica la saturazione in atto del mercato mondiale. Questa si riscontra anche nel forte rallentamento del commercio mondiale: dal ’97 al ’98 l’incremento delle esportazioni va dal 10,5% al 3,5%.

      Questa caduta riguarda tutte le aree e per alcune si tratta di contrazione. L’azione della saturazione del mercato mondiale e della concorrenza esaltata è ancora più evidente se si considera che quelli sono dati che riguardano il volume fisico del commercio internazionale, che ha un ridimensionamento ancora più forte considerato in valore monetario corrente. Ossia le imprese hanno difficoltà a vendere ma devono sovrapprodurre per ammortizzare velocemente l’enorme massa di capitale fisso accumulata negli impianti.

      I prezzi delle merci scendono (e una parte di queste può rimanere invenduta e quindi essere distrutta) perché una grande porzione del tempo lavorativo della società è sprecata, ma intanto la miseria della disoccupazione colpisce sempre più una massa enorme di proletari. Lo sciupio del lavoro umano e l’incertezza dell’esistenza saranno eliminate nella società superiore, allorché produzione e distribuzione dei prodotti saranno sociali e a fini sociali, programmate secondo un piano centrale.

      – Prezzi delle materie prime e dei semilavorati relativi. Questi riguardano i prodotti delle miniere e fonderie integrate e alle piantagioni e sono trattati nelle borse merci internazionali. Considerati in dollari correnti scendono velocemente da più di due anni, riportandosi ai minimi del periodo ’92/93 e più sotto se si tiene conto dell’inflazione.

      L’indice generale delle merci dell’Economist, che esclude i combustibili, mostra il tonfo dei prezzi: dal massimo relativo a metà del ’97, a maggio di quest’anno la caduta è stata nientemeno che del 34%; peggio ancora è andata alle grandi aziende che vendono sul mercato mondiale prodotti agricoli alimentari con una caduta ancor maggiore dei prezzi. Ma la sovrapproduzione di alimenti non ha ridotto bensì accresciuto la fame.

      Potendo escludere un aumento della produttività del lavoro di tale misura e generalizzato a tutte le attività minerarie e agricole concentrato in soli due anni, considerando che le notizie sulle eliminazioni dei produttori marginali sui terreni peggiori sono solo recentissime e spesso riguardano decisioni annunciate e da attuare, ne deduciamo che la causa immediata di questo crollo dei prezzi è stata l’eccesso della produzione rispetto al consumo, mettendo in moto il meccanismo mercantile necessario per condurre all’eliminazione dalle colture del suolo e del sottosuolo meno fertili.

      Il consumo delle materie prime è quello produttivo dei vari settori manifatturieri che le utilizzano, ossia lo sviluppo di questi settori si è rivelato troppo debole rispetto alla sovraccumulazione di capitale fisso negli impianti dei prodotti di base e nelle colture avviate.

      Il movimento di discesa dei prezzi delle materie prime sembra arrestarsi in aprile-maggio. Gli ultimi aumenti sono stati preceduti sia da tagli produttivi concordati fra produttori (petrolio), sia da sospensioni o cessazioni di attività di miniere, fonderie e piantagioni. Se questi aumenti fossero derivati da una decisa e durevole crescita constatata nei consumi produttivi di materie prime o anche solo negli acquisti per le loro scorte presso le imprese, sarebbero giustificate le speranze che i borghesi traggono da questi recenti aumenti, ossia che il cammino verso la stagnazione e la deflazione si è definitivamente interrotto. Ma per ora la produzione industriale resta debole e gli arresti produttivi nel settore delle materie prime si susseguono, segno della sovrapproduzione e sovraccumulazione di capitale fisso particolari di questo settore.

      Questi arresti nelle fasi di sovrapproduzione non cominciano che quando i prezzi di mercato sono scesi decisamente al di sotto dei prezzi di produzione delle miniere e delle piantagioni meno fertili, anzi spesso le chiusure tardano perché le riaperture costano e vengono rinviate sperando in una ripresa vicina, perché con i licenziamenti i borghesi devono affrontare la lotta di classe di minatori e braccianti o perché le divise estere, che le esportazioni di materie prime apportano a paesi in difficoltà finanziarie sul debito estero, sono assolutamente necessarie.

      Con queste cessazioni di attività la produzione diminuisce e, rimanendo inalterato il consumo, i prezzi, scesi eccessivamente, possono riaumentare. Ma è un aumento solo temporaneo, perché non causato da un’accelerazione della crescita della produzione che consuma le materie prime. Infatti il prezzo di produzione (valore del capitale anticipato più profitto al saggio medio) regolatore del mercato, quello dei prodotti dei terreni peggiori, è il valore di produzione a cui tendono i prezzi nelle loro oscillazioni. Dopo le chiusure la fertilità del peggior terreno è più alta di quella precedente, i prezzi di produzione regolatori minori, e, se i tagli produttivi devono essere mantenuti, i prezzi correnti devono tornare a scendere.

La legge del peggiore terreno è imposta dal meccanismo della distribuzione mercantile, che impone un prezzo corrente uguale per le materie prime prodotte con le più diverse condizioni di fertilità del suolo. Qui la vediamo in opera nel caso di un breve assestamento al ribasso. Applicata allo sviluppo storico del capitalismo dimostra come l’umanità sia condannata alla fame nel regime del capitale e come questo sia destinato alla catastrofe e debba essere abbattuto dalla violenza proletaria.

L’inevitabile crisi

La durata e il ritmo dell’espansione del capitale negli Stati Uniti si oppone al declino della crescita relativa di quello mondiale.

      I fattori reali della forza relativa del capitale americano (aumento del plusvalore relativo dovuto all’aumento della produttività del lavoro industriale; crescita più elevata della popolazione; quote elevate di mercato mondiale e sovrapprofitti da monopolio passeggero nei settori a recente innovazione e con età giovanile di sviluppo) sono destinati o ad esaurirsi o hanno azione storicamente opposta (alla crescita della produttività, se non è solo lavoro più intenso, corrisponde quella della composizione organica del capitale e la caduta del saggio di profitto) e non possono far tornare capitalisticamente giovani gli Stati Uniti che hanno superato nella curva di sviluppo l’età della maturità e sono ben dentro quella della vecchiaia.

      Ma ci sono delle condizioni determinanti la forte espansione americana che rendono il suo meccanismo fragile di fronte all’avvicinarsi della crisi ciclica nazionale e alla prosecuzione del rallentamento mondiale: 1) la crescita (più veloce di quella della produzione) del credito alla imprese, al consumo personale, alla speculazione borsistica e immobiliare; 2) un debito estero netto (azioni a parte) elevato e rapidamente crescente, coerentemente con l’andamento del deficit commerciale, il cui rinnovo e i cui tassi d’interesse favorevoli, da debitore primo della classe, dipendono dal buon andamento dell’economia americana e dalla forza e stabilità del dollaro; 3) una borsa euforica con prezzi dei titoli azionari sempre più elevati, che costituiscono un patrimonio monetario potenziale (i titoli devono essere venduti) e immaginario (perché bruscamente ridimensionabile), ma che costituisce spesso la debole garanzia dell’ulteriore indebitamento dei possessori dei titoli.

      Tutto ciò crea un consumo produttivo e personale di merci nazionali ed estere che prima o poi dovranno essere pagate non con promesse ma con valore equivalente. Questo consumo dovrebbe continuare a stimolare e sostenere la produzione futura, base del credito concesso oggi, «assumendo che sia possibile in termini di mercato e di moneta assicurare il ciclo di questa serpe che dalla coda introduce il corpo nel suo esofago». L’ultimo dei tanti “boom” miracolosi di questo genere è stato dieci anni fa quello del Giappone alla fine della sua eccezionale accumulazione del dopoguerra. Questo fragile meccanismo si basa sulla fiducia nell’economia e nella moneta americana, ma anche sulla debolezza delle altre aree, che fa affluire i capitali monetari nel centro ritenuto più sicuro.

      Questo centro nazionale dell’accumulazione mondiale deve assolutamente presentarsi con una forza dominante economica, politica e militare.

      Se la crescita forsennata del plusvalore estorto al proletariato americano si arrestasse sarebbe il tracollo, certamente poco morbido, del grande debitore e dei tanti creditori. Se le promesse di pagamento fatte in dollari perdessero brutalmente credito sarebbe il terremoto finanziario e monetario internazionale.

      Le dimostrazioni di forza militare sono necessarie ma non sufficienti a dare fiducia stabile nel dollaro; la crisi economica incombe; lo sviluppo del credito negli Stati Uniti ha bisogno che anche nelle altre grandi potenze economiche lo sviluppo della produzione venga drogato dal credito; la strada è obbligata, anche se lo stesso sistema ha fallito da qualche anno in Giappone. Le altre potenze imperialistiche e le varie borghesie nazionali da una parte sono interessate all’esistenza di un centro mondiale dominante di stabilizzazione dell’equilibrio generale, che garantisca profitti e accumulazione di capitale, ma dall’altra si preparano alla crescente instabilità del capitalismo e dei rapporti di forza economici.

      La tendenza al declino: 1) è fenomeno necessario dell’età senile del capitalismo; 2) si consolida tanto più quanto più si allontanano le distruzioni di capitali e i massacri della seconda guerra mondiale; 3) nel riscontro dei dati si accentua dal 1990 e nuovamente nel 1997/98.

      Passate oscillazioni non l’hanno modificata e possibili sussulti non fermeranno il processo che porta alla grande crisi di sovrapproduzione, di caduta drastica dei prezzi all’ingrosso, di crollo della produzione, di aumento gigantesco della disoccupazione.

      Tanto più si avvicina la crisi di interguerra tanto più il capitale ha necessità di distruggere per accumulare nuovi profitti, tanto più la classe dominante deve condurre i proletari alla ubriacatura patriottarda, tanto più le borghesie nazionali devono formare i fronti imperialisti sui cui schierare divisi i proletari, per risolvere la crisi prossima col grande macello imperialista.