“Flessibilità concertata” per i braccianti agricoli
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Del caporalato si torna a discutere quando nelle campagne di lavoro nero si muore. Gli incidenti stradali mortali occorsi nel Metapontino a delle braccianti trasportate da sgangherati pulmini hanno riproposto l’attualità del fenomeno con l’immancabile “indignazione” di sindacalisti di regime pronti, come sempre, ad indicare il rimedio nel miraggio delle “riforme” del “settore”.
Quando, nel luglio del ’98, fu rinnovato il CCNL dell’agricoltura i rappresentanti di Flai-Cgil e Uila-Uia non fecero difetto nel vantare la bontà dell’accordo raggiunto con le parti padronali a proposito del trattamento degli operai agricoli e florovivaisti, a loro avviso “avanzatissimo” e perfettamente in linea col protocollo del 23 luglio 1993, quello famoso che andò a smantellare la scala mobile e che introdusse i principi di “concertazione” e “flessibilità”.
Dopo 12 mesi c’è da interrogarsi, riflettendo sulle ultime statistiche diramate da Inps e Inail, sul perché, nonostante gli strumenti a disposizione, nelle campagne continui a prosperare il lavoro nero, a dispetto di tutte le sanatorie varate a favore delle aziende.
Il CCNL degli operai agricoli rappresenta nel suo testo un’ulteriore tappa nel riconoscimento del diffuso stato di illegalità nel rapporto di lavoro, aggiornandosi alle mode del momento: ne è un esempio l’introduzione di fondi di accantonamento del TFR e di pensioni integrative, misure spacciate come favorevoli al lavoratore, dato che è risaputa l’entità vergognosa delle pensioni Inps che questi riceve dopo una vita di lavoro. Ma questo è anche il risultato di un’evasione contributiva tale che per il bracciante è un miracolo ottenere una qualsiasi pensione, mentre la liquidazione ad ogni interruzione di rapporto di lavoro (in genere duraturo una stagione) spesso il datore di lavoro si dimentica di erogarla, quindi, dicono, sarebbe più utile farla fruttare “finanziariamente”.
Che i contributi pensionistici a carico dell’azienda e l’accantonamento del TFR siano voci differite del salario, questo i sindacati confederali se lo sono dimenticato, e dunque si legittima nel modo più beffardo una vittoria della borghesia agraria conseguita sul terreno dello scontro di classe. È uno degli aspetti in cui si manifesta l’estrema debolezza anche del proletariato agricolo e non stupisce certo che questo rinnovo sia stato siglato in tempi brevi e senza il ricorso a scioperi e ad agitazioni.
Sul fronte delle paghe, poi, il contratto nazionale diventa una sorta di minimale ed indica i livelli più bassi possibile e tre aree professionali di inquadramento: quella per gli operai specializzati (lire 1.772.000), per i qualificati (1.630.000) e per i comuni (1.087.000). Entro queste tre aree, qualifiche e livelli salariali sono regolamentati dal Contratto Provinciale di Lavoro, strumento utile per conferire dignità a quel salario di piazza più applicato che mai.
Questo non può che produrre anche la frammentazione della categoria bracciantile e minare possibili futuri fronti di lotta unitari. Si è arrivati al risultato estremo che in certe province, come a Taranto, di CPL ve ne sono due! Che siamo di fronte all’esaurimento del contratto nazionale e all’introduzione, con nomi e forme nuove, delle già deprecate gabbie salariali è facile dedurlo.
Anche stavolta tutto ciò è avvenuto con il benestare esplicito del sindacato.
In questo rapporto di forze, quanto mai favorevole alla borghesia agraria, è stato anche possibile introdurre criteri di flessibilità che mai nelle campagne si erano potuti applicare: il “tradizionale” apprendistato ora può trovare posto nel trattamento del personale agricolo e così le aziende potranno pagare giovani fino a 24 anni (o 26 al Sud) con l’80% del salario e con vari sgravi previdenziali e assicurativi.
Ma spazio è stato dato anche al lavoro interinale e a tempo parziale. Sappiamo che l’inefficienza del collocamento, certo voluta, ha prodotto il “business” delle agenzie del lavoro temporaneo che vanno a speculare perfino sulla disoccupazione. Gli stessi uffici statali per la massima occupazione sono stati oggetto di una riforma nei cui punti rientra pure la chiamata nominativa in luogo di quella numerica, ulteriore libertà per il padrone ed elemento di indebolimento per i lavoratori. Però nelle campagne continua ad esistere l’intermediazione clandestina della manodopera tramite il caporalato, che nel paese ingaggia chi vuole con salario di piazza.
Il mercato del lavoro, poi, si sta modificando per l’afflusso di immigrati che spinge i salari a livelli sempre più bassi, fomentando diffidenza tra gli autoctoni e i nuovi arrivati, che andrebbero invece immediatamente organizzati nello stesso sindacato, se un sindacato di classe esistesse…
Sarebbero i “contratti di riallineamento” gli strumenti dedicati alle aziende che volessero uscire dall’illegalità in cui conducono il rapporto di lavoro ed anche – si sostiene – in maniera conveniente. In effetti questa sanatoria non ha fatto che confermare il trattamento retributivo e contributivo scaturito dai rapporti di forza tra le classi (oggi a vantaggio degli agricoltori) andando a legalizzare situazioni dove il profilo normativo e salariale è ben al di sotto dei minimi di legge. Il “riallineamento” prevede il pagamento dei contributi previdenziali evasi sulla base del solo 25% del minimale indicato dall’Inps e oltre tutto rateizzato in 40 versamenti trimestrali e, naturalmente, senza interessi; studi in merito hanno quantificato il contributo trimestrale in conto delle ditte in lire 30.000! Dal punto di vista del salari, invece, l’azienda ha ben quattro anni per riconoscere al lavoratore il minimo contrattuale!
In varie province del mezzogiorno i contratti di riallineamento sono già attuati in quanto accettati dalle associazioni di categoria agricole e dai sindacati confederali, ma le aziende pare proprio che siano affezionate al vecchio modo di considerare il rapporto di lavoro e così l’obbligo della busta paga continua a venire aggirato dichiarando il vero (ma non sempre) e pagando la metà, gli assegni che l’Inps riconosce al lavoratore in base al suo reddito e al suo nucleo familiare vengono intascati dal padrone, idem per contributi di malattia e maternità, e le liquidazioni, in un settore dove la durata del contratto è a tempo determinato, e quindi frequentissime le dimissioni, ovviamente non vengono riconosciute.
Determinante è l’utilizzo del sussidio di disoccupazione come necessario ammortizzatore sociale; l’entità è correlata alle giornate lavorate nell’anno, oggi ridotte per la meccanizzazione dei lavori agricoli e per le periodiche crisi di mercato, fattori che stanno riducendo l’impiego della manodopera, tant’è che per gli operai è sempre più difficile trovare delle “giornate”.
Per i sindacati confederali e per la borghesia che ama definirsi “progressista” facile risulta addebitare al “deficit di democrazia” nel rapporto di lavoro agricolo anche l’inefficienza di organi statali come l’Inps che, nonostante i suoi sofisticati sistemi informatici di controllo incrociato, resta imballata nella sua “disorganizzazione burocratica”, magari, come dicono, per carenza di personale. Tanto caos è funzionale a che tutto continui al solito modo: sfruttare la forza lavoro salariata per conseguire profitti senza fastidi per il padrone.
In un quadro generale di questo tipo, il proletariato agricolo, che vanta grandi tradizioni di lotta, anche rivoluzionaria, deve ritrovare, superando la dispersione, la via della sua riorganizzazione di classe, al di fuori delle centrali sindacali, organismi non più recuperabili alla difesa proletaria. Solo così potrà validamente battersi contro la miseria e lo sfruttamento capitalistico.