Partito Comunista Internazionale

Sacrifici umani al Dio profitto

Categorie: Italy, Union Question

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Di nuovo i mezzi di informazione tornano a parlare di morti e di infortuni riportando le agghiaccianti cifre di una carneficina che quotidianamente insanguina i posti di lavoro. «Un tragico tributo di sangue sull’altare del profitto» – scrive “Liberazione” del 17 luglio. Eh, quando si tratta della vita degli operai i compagni del compagno Bertinotti non scherzano mica! Ma neppure i camerati del camerata Fini restano insensibili alla sorte dei lavoratori e, in uno slancio di solidarietà e di amore, il quotidiano di AN, il “Secolo d’Italia”, titola: «Il Lavoro uccide 1400 persone l’anno. Ma quasi un milione è coinvolto in incidenti». L’articolo inizia con questa frase: «Una vera e propria ecatombe», e più oltre: «Un fenomeno gravissimo e allarmante nello stesso tempo», poi, senza lesinare dati, percentuali ed assoluti, enumera dettagliatamente le categorie più a rischio. Non restano muti neppure gli altri giornali che, a qualsiasi tendenza appartengano, dichiarano guerra all’insicurezza nei luoghi di lavoro e sembra vogliano intraprendere una santa crociata a favore della salute e delle garanzie di sicurezza. A favore della classe operaia, in definitiva.

      Questa levata di scudi a favore della vita e della salute del proletariato faceva seguito a quanto emerso da una relazione del Censis presentata a Roma nell’ambito del convegno: “L’Inail e la Sicurezza nel Luogo di Lavoro”. Anche il presidente della Camera, Violante, nel corso del convegno ha dichiarato che «la garanzia al diritto alla sicurezza di ogni lavoratore è un punto irrinunciabile per uno Stato civile» e ha poi ricordato che Parlamento e Governo si sono impegnati, con un disegno di legge, ad emanare un testo unico in materia di sicurezza. «Un piccolo passo – commenta “Liberazione” – verso un maggior rispetto delle regole».

      A farci entrare, pian piano, sul terreno dove tutti quanti vogliono andare a parare è “Il Manifesto” che, senza usare parole forti come “altare del profitto” o “ecatombe”, si limita a dire: «Milletrecento (si gioca al ribasso compagni?) morti è la vera tassa che l’Italia paga ogni anno alla mancata formazione, alla stanchezza, alla cattiva manutenzione, all’incuria, alla rapina di chi sfrutta il lavoro degli altri; una tassa insopportabile»; secondo i “manifestini” quindi «la rapina di chi sfrutta il lavoro degli altri» sarebbe l’ultima delle ragioni degli incidenti sul lavoro.

      Ma perché sarebbe l’Italia a pagare questa “tassa”? Non sono forse i proletari quelli che rimangono mutilati o che ci rimettono la pelle? Che centra l’Italia dei padroni, dei bottegai, dei preti in tutto questo? forse che sono loro a pagare questa tassa? Certo, tutti quanti la pagano, rispondono tutte le componenti del ventaglio democratico. “Liberazione”: «L’Inail ha calcolato che il costo economico annuo degli infortuni in Italia è pari a 16 milioni di giornate lavorative perse per inabilità temporanea, per un totale di 55 mila miliardi». E poi veniteci a dire che i poveri padroni non ci rimettono. Certo che ci rimettono: 55 mila miliardi.

      Il “Secolo d’Italia”: «Malattie professionali e infortuni costano all’Italia il 3,2% del Pil, mentre la Francia spende solo lo 0,6% e il Regno Unito l’1,1%». “Il Manifesto” (che è della stessa opinione) suggerisce: «I paesi che dovremmo imitare sono l’Austria con 3,7 casi mortali ogni 100 mila addetti, la Finlandia con 2,8, la Francia con 4,3, la Germania con 3,7, la Grecia con 4,3, l’Irlanda con 3,9, e, meglio di tutti, il Regno Unito con 1,7 e la Svezia con 2,1». Ma con quale disinvoltura questi… (lasciamo perdere!) trattano di “addetti” stritolati dal regime capitalista!

      Il presidente dell’Inail, Gianni Billia, spiega che dei 10 mila miliardi che l’ente eroga ogni anno per gli infortuni, 3/4 ricadono sul monte salari ed 1/4 deriva dalle rendite di sua proprietà (soprattutto immobili). Quindi a pagare sono esclusivamente i proletari con il salario che viene loro normalmente trattenuto e con quello tesaurizzato dall’ente gestore. Ci asteniamo qui dal fare commenti sull’utilizzo degli immobili dell’Inail. Ed ecco la proposta avanzata dal dott. Billia: «Aumentando il carico del monte salari di alcune centinaia di miliardi, altrettanto verrebbe risparmiato dall’Inail» (“Il Manifesto”). Infatti le previsioni dell’Istituto parlano di una crescita delle entrate di 800 miliardi tra il 2000 e il 2002 (da 15.000 a 15.800) e una diminuzione delle spese correnti di 300 miliardi. Quindi il Presidente dell’Inail avverte: «occorre avviare una politica di informazione perché la non conoscenza degli strumenti aumenta i rischi di incidenti». Se qualche piccolo investimento in accorgimenti di prevenzione può produrre del profitto, ben venga la sicurezza sul luogo di lavoro, tanto, come si è visto, saranno gli operai che dovranno pagarsela la “sicurezza” sborsando altri 800 miliardi. L’Inail ci guadagna 1.200 miliardi, i padroni recuperano una parte dei 16 milioni di giornate lavorative perse, gli operai verseranno più sudore, ma forse un po’ meno di sangue e si allineeranno agli altri paesi europei, con gran gioia dei compagni de “Il Manifesto”. Poi per dare il sangue alla patria c’è sempre tempo, ed anche questo, quando sarà il momento, non mancherà di produrre il suo profitto.

      Nel corso del convegno sulla “Sicurezza sul Lavoro”, dove si è parlato solo di quattrini da estorcere ancora alla classe lavoratrice, l’unica stonatura è venuta dal dott. Raffaele Guariniello, sostituto procuratore della repubblica di Torino, che ha avuto il coraggio, secondo quanto scrive il “Corriere della Sera”, di sbugiardare il presidente della Camera e la pubblica amministrazione con l’affermare che è l’ora di «smetterla di fare soltanto dichiarazioni rassicuranti e cercare piuttosto di essere maggiormente autonomI dai poteri forti». Ha poi denunciato che negli ultimi quattro anni, nella sola Torino, si sono scoperti «ottomila casi di tumore di sospetta origine lavorativa, nella totale indifferenza della pubblica amministrazione (…) È un’ingiustizia che tali ricerche si facciano solo a Torino», e, la cosa più grave, ha continuato il magistrato, è che spesso «si rischia di morire per cause di lavoro, senza nemmeno immaginare che si perde la vita per questo». Guariniello ha poi accusato l’amministrazione pubblica che, come al solito, «si accontenta di fare dichiarazioni rassicuranti. Anche nel caso degli alimenti contaminati dalla diossina ci è stato detto che non c’era nessun problema. Adesso con le analisi abbiamo scoperto che i problemi ci sono. Bisogna informare correttamente la popolazione. Non credo che ciò si faccia con dichiarazioni rassicuranti ma inconsistenti».

      Certo non possiamo sapere quanto il sostituto procuratore della repubblica sia sincero e quanto sia frutto del ruolo che deve recitare, ma la cosa certa è che, se le posizioni politiche si potessero misurare con il metro delle dichiarazioni e delle denunce, il magistrato scavalcherebbe a sinistra tanto i bertinottiani quanto i manifestini.

      Da “Il Manifesto” apprendiamo pure che L’Inail, allo scopo di prevedere quale sarà la situazione da qui ai prossimi cinque anni, ha commissionato al sociologo Domenico De Masi una ricerca sul tema Sicurezza, Salute e Prevenzione. Il sociologo ha girato la domanda ad altri “cinque saggi”: un dirigente dell’IBM, un farmacologo, un magistrato, un ecologo, un oncologo (tutti, ovviamente, ben retribuiti). Il giornale “comunista” contesta in parte la scelta di queste personalità e dice che «non sarebbe stato male sentire il parere di qualche donna», magari una ecologa, una magistrata, una farmacologa… Comunque questi “saggi” sono arrivati alla conclusione che «nei prossimi cinque anni non si verificherà un drastico cambiamento delle attività di controllo e le norme preposte alla difesa della salute continueranno ad essere violate. Inoltre verso tali violazioni lo Stato continuerà ad essere tollerante». Ma “Il Manifesto”, che non vuole certo né allarmare, né tantomeno strumentalizzare a fini politici lo sfruttamento bestiale al quale la classe operaia è sottoposta, si affretta a rassicurare il proletariato dicendo che «nel 2004 si potrebbe avere un futuro diverso». Sì, la guerra.

      Dai dati frammentari emersi dalla stampa di questo fine luglio possiamo ricavare che la repubblica post- fascista, in poco più di mezzo secolo di regime, ha ammazzato più di centomila proletari, solo negli incidenti di lavoro. Centomila caduti, senza contare quelli morti per malattia (solo a Torino in 4 anni più di ottomila tumori…), senza contare le altre vittime del regime borghese, quelli ammazzati nel corso degli anni passati dalle forze dell’ordine, le vittime dell’alcolismo (10 mila morti) e del tabacco (90 mila morti), senza contare i suicidi.

      Parlando delle fabbriche, Marx, descrive «la mancanza di ogni misura precauzionale per la sicurezza, comodità e salute degli operai. La maggior parte dei bollettini di guerra che enumerano i morti e i feriti dell’esercito industriale ha ivi la sua fonte». «La produzione capitalistica, molto più di ogni altro modo di produzione, è una dilapidatrice di uomini, di lavoro vivente, una dilapidatrice non solo di carne e di sangue, ma pure di nervi e di cervelli. In realtà, è per mezzo del più mostruoso sacrificio dello sviluppo degli individui che soprattutto si assicura e realizza lo sviluppo dell’umanità in quest’epoca storica che immediatamente precede la cosciente ricostituzione dell’umana società. Poiché tutta l’economia, di cui si parla, trae origine dal carattere sociale del lavoro, così è in effetti proprio questa immediata natura sociale del lavoro che determina tale sperpero nella vita e nella salute degli operai». Parlando poi delle norme per la sicurezza nei luoghi di lavoro, Marx ribadisce che la loro imposizione «attaccherebbe il modo di produzione capitalistico alla radice, cioè nella autovalorizzazione del capitale, grande o piccolo, mediante la “libera” compera e il “libero” consumo della forza lavoro (…) Le autorità sanitarie, le commissioni di inchiesta sulle industrie, gli ispettori di fabbrica tornano sempre a ripetere la necessità dei cinquecento piedi cubi] (14 metri cubi d’aria, allora considerati necessari per ogni operaio in tutti i luoghi di lavoro) e l’impossibilità di imporli al capitale. Dunque in realtà dichiarano che la tisi e le altre malattie polmonari sono una condizione dell’esistenza del capitale]».

      Il sostituto procuratore della repubblica Guariniello, che non ha letto Marx, non sa di essere, suo malgrado, un attentatore della società capitalista. Rifondatori e manifestini, che nemmeno loro hanno letto Marx, ma che sono controrivoluzionari per patrimonio genetico, si guardano bene dall’entrare in un terreno pericoloso… per il capitale.