Timor Est – Il potenziale esplodente è quello della classe operaia
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L’arcipelago di 14.000 isole, fra estese e minime, che costituisce il territorio nazionale indonesiano, ospita un trecento etnie diverse per razza, lingua, culto, storia, grado di sviluppo sociale, ecc. Questo non ha impedito che nel ’57 la rivoluzione anticoloniale riuscisse a far confluire nel moto indipendentista, nel territorio della ex colonia olandese, sufficienti forze da riuscire nella formazione del nuovo Stato, a nazionalizzare le proprietà occidentali e a sopraffare, nei suoi primi anni di vita, una serie di moti separatisti fomentati e armati dai vari imperialismi.
Il paese, ricco di risorse naturali, di un clima e di un suolo favorevole alle colture e di una estesa forza lavoro, si precipitava nel girone dell’accumulazione capitalistica con tutti i sui infami contrasti: arricchimento della classe borghese e impoverimento estremo degli schiavi industriali, inurbamento mostruoso e desolazione rurale, grandi aziende agricole e rovina dei piccoli contadini, ecc. Perno indispensabile di un simile sovvertimento è l’autorità dittatoriale di Giakarta, i cui funzionari provengono in massima parte dalla borghesia di Giava.
Questo Stato, esaurito il suo periodo rivoluzionario, “non allineato”, di Sukarno, deve presto fare i conti con un grandeggiante e concentrato proletariato che si è dato le sue organizzazioni difensive e che, aderendo in massa ad un partito che ritiene “comunista”, sebbene di indirizzo staliniano, dimostra di interessarsi alla vita politica del paese e di voler condizionare le scelte di governo.
La necessità di poter accedere al capitale mondiale per l’ulteriore sviluppo del capitalismo nazionale, messa da parte ogni utopia di “non allineamento”, costringe a subire gli ordini dell’imperialismo, ovviamente il più forte, l’americano, che impone, cambiato il governo, il ridimensionamento cruento della forza delle organizzazioni operaie e la resa incondizionata alla supremazia occidentale. L’operazione antiproletaria e di rafforzamento dello Stato, un anno intero di massacri, fu affidata nel ’65 alla struttura dell’esercito, addestrato e finanziato dagli Usa, che operava in proprio o facendo leva su dissapori ancestrali o recenti fra gruppi etnici diversi della popolazione. Lo Stato fu “dato in gestione” al clan Suharto, che ne ha ricavato per trent’anni, dicono, sproporzionati dividendi.
La forma del governo è stata quella della “democrazia guidata”, con parte dei seggi nelle assemblee riservati all’esercito, con partiti selezionati dall’esecutivo e con l’irresponsabilità per l’operato della polizia.
Risale al 1975 l’occupazione militare della metà orientale dell’isola di Timor, appena abbandonata dai precedenti colonizzatori portoghesi. L’invasione si basa sull’esplicito benestare degli Stati Uniti, da intendersi come compenso all’Indonesia per la sua sudditanza agli interessi strategici ed economici del Dollaro. Fra le risorse dell’isola, oltre al turismo, c’è il petrolio, sfruttato da compagnie americane e australiane.
La popolazione della piccola ex-colonia, solo un 845.000 abitanti nel ’95 su 14.870 Kmq., che parla una decina di dialetti di una famiglia linguistica locale, il tetum, oltre al portoghese, che non accetta l’annessione, è sottoposta ad un vero sterminio da parte delle forze regolari e irregolari indonesiane: in 25 anni ne è ucciso un terzo, 200.000.
Arriviamo al 1998 quando la gravissima crisi economica che flagella l’Indonesia ha infranto il troppo rigido sistema paternal-dittatoriale di esercito & clan Suharto. Le sommosse contro il carovita e a seguito dell’impoverimento drastico della popolazione (il riso è razionato da aprile), delle quali abbiamo a suo tempo riferito, iniziano dal febbraio ’98 e culminano nel maggio quando il Segretario di Stato americano “consiglia” a Suharto di farsi da parte, consiglio messo in atto nel giro di poche ore. Anche nel maggio ’98 l’esercito, in proprio o tramite il sottoproletariato “islamico” delle periferie, cerca di deviare la rivolta antigovernativa in progrom contro la minoranza cinese e contro la chiesa cattolica.
Il nuovo governo, che promette di rispettare le sacre forme della democrazia e i suoi riti elettorali, di fatto non ha scalfito il potere reale che è affidato all’onnipresente apparato dell’esercito. Tantomeno c’era da aspettarsi una qualche influenza sul corso tuttora disastroso della crisi economica e sull’impoverimento spaventoso dei lavoratori nelle città e nelle campagne.
Le manifestazioni e gli scontri sociali quindi non cessano. Nel giugno ’98 tornano le manifestazioni di studenti e poveri a Giakarta che pongono fra le loro rivendicazioni – notevole – quella anti-nazionale della concessione dell’indipendenza a Timor Est. Nel luglio si rinnovano le dimostrazioni secessioniste in Irian (Nuova Guinea orientale) per l’annessione allo Stato di Papua-Nuova Guinea occidentale. Continua intanto nell’Aceh, regione dell’estremità nord-occidentale di Sumatra, la repressione da parte dell’esercito di questo terzo movimento separatista, repressione che solo negli ultimi due anni ha fatto 781 morti e 168 scomparsi. A settembre e a novembre ancora proteste urbane contro il carovita e provocazioni contro le comunità cinese e cristiana.
A febbraio ’99 – avventatamente, secondo il giudizio dei politici di Giakarta, cioè non tenendo conto dei voleri dell’esercito – il governo Habibie cede alla richiesta del Portogallo di indire un referendum a Timor Est e si impegna ad accettarne il responso quand’anche esso implicasse l’indipendenza.
Nel marzo si hanno fughe di popolazione e scontri nelle Molucche fra indigeni e immigrati da Celebes con 200 morti. Nell’aprile 160 morti nel Borneo fra indigeni e immigrati da Madura. Nel maggio altri 34 morti nell’Aceh ad una manifestazione indipendentista.
Il referendum, che si celebra a Timor Est e che approva a grande maggioranza la secessione, è seguito dal prevedibile scatenarsi delle milizie indonesiane contro la popolazione civile, i militanti indipendentisti e i religiosi cristiani: si parla già di qualche decina di migliaia di morti.
Risulta evidente che l’origine di tutti questi episodi di reale sofferenza non è periferica, ma centrale, si tratta di cento rifrazioni di un solo grande male che risiede nella crisi capitalistica, economica e sociale, del gigante indonesiano. Le apparenze razziali, etniche, religiose, autonomiste, indipendentiste non altro esprimono che il manifestarsi della stessa sovraproduzione capitalistica in contesti specifici. Ma possono essere utili anche, al contrario, per nascondere agli attori le reali cause delle loro sofferenze e a dirottarli verso obiettivi parziali o senza sbocco. Lo dimostra il fatto che spesso sono le vessazioni dell’esercito, o dei servizi, a provocare la popolazione allo scontro, esercito che in Indonesia è proprietario di banche, industrie e traffici illeciti e quindi agisce anche “in proprio” come una forza economica che ha da mantenere il suo prestigio e da far tornare il dare con l’avere.
Gli imperialismi, che per 25 anni hanno chiuso entrambi gli occhi sui massacri a Timor, sembrano improvvisamente commuoversi e fanno salpare una ennesima “missione umanitaria”, capeggiata stavolta dalla borghesia australiana che rivendica dei diritti sull’estrazione del petrolio nel mare di Timor e per il quale ha già un regolare contratto… con l’Indonesia. Cina, India e Giappone tacciono di fronte a questi movimenti di flotte occidentali nei loro mari. È evidentemente un confronto inter-imperialistico nel quale dramma le povere popolazioni della piccola isola equatoriale non hanno da svolgere che il ruolo di ostaggi e di vittime sacrificali.
Ma, se cedere Timor potrebbe dar la stura agli altri secessionismi, il pericolo che veramente teme la borghesia indonesiana, e la borghesia mondiale, è che il proletariato delle isole principali si rivolti unito contro la comune oppressione, contro il vero nemico che è costituito dal padronato indonesiano e dal suo Stato, democratico o meno che sia.
Qualora la rivolta sociale non arrivasse nel fitto di una giungla o in una qualche verde laguna di coralli, è certo che il risorto movimento operaio e comunista in Indonesia mai raccoglierebbe le insegne dell’irredentismo borghese e della indivisibità di una patria non sua, farcendosi continuatore delle sporche imprese del generale Wiranto. Solo la vittoria proletaria potrebbe essere anche vendicatrice e liberatrice da così tante e tanto crudeli oppressioni.