Partito Comunista Internazionale

Coscrizione: sopraffazione borghese – Sospensione della leva: peggio ancora

Categorie: Italy, Military Question

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Già da decenni ai giovani in Italia si consentiva di nascondersi sotto la sottana dei preti o di qualche “servizio sociale” per, individualmente e vendendo l’anima, scansare il “servizio alla patria”. Ma è dell’inizio di settembre l’approvazione del disegno di legge che dal 2005 sospende la leva obbligatoria, trasformando l’esercito in un corpo di mercenari, soldati di mestiere.

      La tesi propagandata dai tromboni di “destra” e di “sinistra” del regime borghese vuole chiusa storicamente l’epoca dei conflitti generali, terminata la contrapposizione tra blocchi, finito lo scontro est-ovest con la “rovina del comunismo”. Quindi, oggi, a sentir loro, agli eserciti non rimarrebbe che il compito di difendere i deboli, di intervenire nelle situazioni di emergenza, di partecipare al più generale compito di polizia internazionale, sotto mandato ONU, o chi per esso.

      Ne risulta che anche la macchina militare italiana dovrebbe rapidamente adeguarsi, creando una struttura agile, ben equipaggiata, solidamente inquadrata. Nel confronto con le altre potenze, già dotate di esercito di mercenari, l’Italia, nonostante la buona volontà, sarebbe in ritardo. Infine i fautori dell’esercito a leva volontaria argomentano sul notevole risparmio sia quanto a spesa complessiva sia nel rapporto qualità/prezzo.

      Questa sequela di fesserie portata a giustificazione del nuovo reclutamento anche dell’esercito italiano tende a tranquillizzare le angosce di questo fine millennio, che tutti sentono che sta per precipitarsi in una terza generale carneficina, e cela dietro una fumosa cortina il ruolo, sempre e ovunque, di ogni militarismo borghese: imperialista ed antiproletario. L’epoca dei giganteschi conflitti non è affatto terminata, fosche nuvole si addensano in un non lontano orizzonte, spentisi i bagliori di fiamma dei Balcani, subito altri si innalzano.

      Le cause materiali che hanno provocato due guerre mondiali non sono eliminate. Dopo che su quelle montagne di rovine e di morti ha ripreso il capitalismo giovinezza e vigore, oggi, dopo un cinquantennio di vacche grasse, la crisi di sovrapproduzione torna incipiente, le brevi riprese non portano niente di buono, anzi continua asfittica la corsa all’accumulazione e il proletariato è sempre più schiacciato. Più si protrae l’espansione, più tremenda sarà la crisi.

      Solo la guerra, con le sue immani distruzioni, è la soluzione borghese alla crisi borghese.

      La rottura di un certo equilibrio tra i blocchi imperialisti scaturito dalla fine dell’ultima guerra mondiale non significa la fine delle contrapposizioni, tutt’altro, i vecchi equilibri devono lasciar posto a nuovi che esprimano il mutato rapporto di forze.

      Sulle missioni umanitarie degli eserciti – che si svolgerebbero meglio con i professionisti – ci sarebbe da scrivere centinaia di pagine, in migliaia di copie, solo utilizzando il sangue versato da chi le ha subite, al posto dell’inchiostro. La Somalia e la guerra filantropica nei Balcani sono le ultime buone azionidegli imperialismi.

      Il crescere di numero degli interventi del genere dimostra come la situazione sia fluida e come gli Stati Uniti giochino d’anticipo per mettere il piede nei punti chiave in vista del prossimo conflitto generale, mentre le nazioni sconfitte, occupate militarmente, non hanno potuto fino ad oggi dare il via ufficiale alla ricostruzione del loro braccio armato.

      La Germania, che ha pagato più degli altri lo scotto della sconfitta, e ove fin dall’immediato dopoguerra settori dell’apparato statale lavoravano nell’ombra alla ricostruzione dell’esercito, finora era impedita nel rivendicare il suo ruolo di potenza militare, oltre che economica. La sua partecipazione alle missioni di guerra nei Balcani è un segnale di cambiamento nei rapporti atlantici.

      Anche l’imperialismo straccione italiano partecipa alle missioni nella ricerca della sua fetta del bottino, frutto della rapina di tanti ladroni riuniti in combutta sotto il super-ladrone americano. È evidente che la sua partecipazione militare oggi avviene sotto il beneplacito Usa: la struttura militare italiana non avrebbe retto lo scontro nemmeno con la sola Serbia e ne avrebbe rimediato una figura pari se non peggiore di quella dell’attacco alla Grecia nel 1940. Solo sotto l’ala protettrice americana gli aerei col tricolore hanno potuto sganciare, con orgogliosa fierezza del nostro Presidente del Consiglio (che mai fu comunista) D’Alema, le bombe sulle inermi popolazioni.

      Ma è anche vero che la borghesia italiana, seppur nella sua secolare viltà, non esclude piccole mosse e tradimenti “in proprio”. Ecco perché si vuole illudere che un esercito di “professionisti” le eviterebbe le figuracce tipo quella di lasciar incagliare la sua ammiraglia nelle acque di Valona (ma sulla “Garibaldi” di soldatini di leva non ce n’erano!).

      Il realtà, aldilà dei discorsi, nella questione (tutt’altro che risolubile con un decreto, tanto è vero che se ne riparla fra cinque anni), si intrecciano da un lato la necessità capitalista di risparmiare, dall’altro si viene a cedere al mito d’ogni decadenza e oggi dei borghesi: è sufficiente pagare!

      Le quadrate legioni romane, che già Virgilio rimpiange, erano di cives e contadini che, deposto il ferro, tornavano ai campi. Dagli schiavi di Spartaco ai citoyens, combattenti non di mestiere e non al soldo l’hanno sempre suonate ai signori specialisti e ai professionisti di carriera. La storia patria lo dovrebbe insegnare: i primi a cacarsi sotto e a tagliar la corda erano le ben foraggiate truppe di ventura, buone a tutte le porcate tranne che a vincer battaglie. Cos’hanno fatto in Somalia…? L’idolatrato Progresso Tecnico semmai anche in guerra, come in fabbrica, riduce il lavoro complesso a lavoro semplice, che presto un buon operaio apprende. Il popolo in armi era sostanza e forza della Democrazia, animale questo estinto da un cento anni almeno, e alle guerre ormai si costringe la gioventù proletaria colle pistole dei carabinieri alle spalle.

      Rimane il fatto che le guerre, quelle vere moderne, il capitalismo mercenario con i mercenari non le può fare. La guerra imperialista non è una attività produttiva, è una attività distruttiva. Può salvare e confermare il capitalismo solo negando, sospendendo temporaneamente il capitalismo e le sue impossibili leggi riproduttive. Se il despota orientale, il proprietario dell’età classica e il feudatario gli schiavi e i servi con le armi li conquista, anche con le armi è tenuto a difenderli; il signore borghese invece – vera sopraffazione – è costretto a farsi difendere in guerra dai suoi schiavi salariati dai quali esige il sacro dovere di immolarsi per la conservazione del regime del loro sfruttamento.

      Ma non è una questione morale. Il nocciolo lo centriamo con le parole di Engels, che ribatteva alle smelensaggini pacifiste e “disarmiste” di sempre: «Poco importa se la spesa militare aumenta o diminuisce a causa del riarmo. Al contrario ciò su cui non siamo affatto indifferenti è se il servizio militare obbligatorio è applicato rigorosamente oppure no: più vi saranno lavoratori addestrati all’uso delle armi meglio è». La posizione marxista avversa le concezioni estetiche e idealistiche, in primo luogo quella anarchica dell’abolizione degli eserciti o dell’obiezione di coscienza, anche se “totale”. Con Engels sappiamo che la borghesia è e sarà costretta – suo malgrado – ad insegnare l’arte militare ai proletari, i quali una volta terminata la ferma e tornati sui posti di lavoro mantengono quell’esperienza utile ai propri fini di difesa di classe.

      L’esercito di leva permette al proletariato il maggior controllo, la più efficace opera di disfattismo, la necessaria istruzione, ossia l’acquisizione dell’arte della guerra in generale. Per questo gli Stati borghesi vorrebbero fare a meno della coscrizione obbligatoria e disporre non di eserciti ma di corpi di polizia. Temono la mobilitazione delle leve operaie, ma non possono evitarla. Non stanno forse ancora leccandosi le ferite i super-giganti americano e russo per le batoste nei conflitti limitati vietnamita e afgano cui non bastarono i “corpi scelti”?

      Della odierna sospensione della leva per i giovani proletari non abbiamo quindi nulla di che rallegrarci: in questo infame momento di involuzione borghese, ai figli di operai non solo si nega ogni prospettiva di lavoro, cioè si condannano ad una forma di morte lenta civile e personale, ma si impedisce loro anche di apprendere i rudimenti dell’uso delle armi e della vita militare. Una generazione che si vorrebbe di clienti

      Ma sarà presto un brutto, salutare, risveglio. In caso di conflitto generale tutte le borghesie dovranno schierare la massa dei proletari sui fronti di battaglia – i “ragazzi del ’99” – nello sforzo supremo, per vincere la competizione tra macellai e per la sottomissione totale della classe operaia al suo sacrificio nazionale. È questa una falla nella macchina della conservazione borghese: l’esperienza passata mostra che la forza militare, oltre che sulla tecnica raggiunta da un paese, poggia sulla efficacia della struttura di comando e sulla sua capacità di tenere nelle situazioni difficili, vuoi nello scontro con il nemico, vuoi, e soprattutto, quando l’insubordinazione insidia fra i coscritti, con la rivolta, il rifiuto di combattere, premesse al capovolgimento della guerra tra Stati in guerra di Classe.

      Gli “scenari mondiali” non sono cambiati, e il punto fondamentale è la preparazione e il riarmo in vista del prossimo conflitto generalizzato, per la vita o per la morte del capitalismo. Non è tanto un problema di tecnica militare ma di sfida planetaria fra due classi.

      Alla guerra si arriverà dopo un periodo di grave crisi economica. Un suo lungo protrarsi sarebbe a noi favorevole, permettendo il riarmo della classe nel suo sindacato e nel suo Partito. La crisi, e la guerra mondiale che ne scaturirà ove non soccorra la nostra rivoluzione, potrebbe vedere un ritorno alla lotta della classe proletaria e la necessità, per la borghesia dominante, di reprimerla. Un esercito di professione sparerebbe con minori remore sulle folle in rivolta, sempre che sia ben pagato e addestrato. Da sempre alcuni reggimenti e divisioni sono stati organizzati con cura dalle classi dominanti perché fossero utilizzabili contro le classi dominate, reparti costituiti da declassati, talvolta ceti rurali o con origini geografiche o etniche diverse da quelle della massa.

      A fronte del riarmo in vista del prossimo conflitto, noi comunisti rimaniamo sulle posizioni di sempre. Denunciamo il crescere della spesa militare non per rivendicare un impossibile capitalismo senza eserciti e senza guerre ma per indicare al proletariato la necessità della distruzione del capitalismo. Contro la vile ideologia corrente di un “proletariato cliente” che, “pagando”, si emanciperebbe dalla condanna di schiavo moderno del Capitale – denunciamo che sarà proprio la classe dei lavoratori senza riserve quella che, come è sottoposta alle sofferenze della pace borghese, verserà il maggior tributo di sangue e di lutti alla guerra borghese. Denunciamo l’illusione che nella prossima guerra i lavoratori non saranno coinvolti in prima persona, considerati carne da macello, sia come civili sia come coscritti, a milioni in tutti i paesi.

      Il proletariato dovrà lottare contro questo piano borghese. La storia mostra che proprio per finanziare il riarmo, dopo le rovinose crisi, l’inflazione raggiunge i livelli più alti. La lotta per la difesa del salario diventa indispensabile e sarà essa a cementare l’unione di classe e a rafforzare il suo peso sociale.

      Alla forza della borghesia il proletariato non ha da opporre idee o migliori ordinamenti della sua società o dei suoi eserciti: ha da opporre la forza di una classe organizzata nel suo sindacato, diretta dal suo partito, nella fede nel suo programma storico di emancipazione.