Partito Comunista Internazionale

Evoluzione dell’agricoltura e lotta per i mercati mondiali Pt.1

Categorie: Agrarian Question

Questo articolo è stato pubblicato in:

Rapporto esposto alle Riunioni generali del maggio 1998 e del gennaio 1999.

RICHIAMI ALLA DOTTRINA

      Il relatore ha premesso al rapporto la lettura e il commento di una serie minima di citazioni da Marx, da Lenin e dai lavori del nostro partito circa le basi di dottrina sulla teoria dell’economia agraria e di critica storica sulle sue origini. Qui quelle citazioni sono riportate legate fra loro da brevissimi commenti. La trascrizione, per motivi di agilità espositiva, è riassuntiva e attenta non alla lettera dei testi ma solo a rendere il senso essenziale dei concetti.

ORIGINI DEL CAPITALISMO AGRARIO

      Marx, ne “Il Capitale”, dimostra che «originariamente i capitalisti agrari vengono da molto lontano. È un processo lento che si svolge attraverso molti secoli. In Inghilterra la prima forma dell’affittuario è simile a quella del villicus nella antica Roma. Presto compare il vero e proprio fittavolo, che valorizza il proprio capitale adoperando operai salariati e paga al londlord una parte del plus-profitto in denaro o in natura quale rendita fondiaria» (Vol.I, Cap.24.4). «Il capitalismo nasce in agricoltura, generando, come ripercussione, il mercato interno per il capitale industriale» (Cap.24.5). Ma solo la grande industria offrirà, con le macchine, il fondamento costante dell’agricoltura capitalistica, «espropria radicalmente l’enorme maggioranza della popolazione rurale e porta a compimento il distacco fra agricoltura e industria domestica rurale strappando le radici di quest’ultima, la filatura e la tessitura. Quindi solo essa conquista al capitale industriale tutto il mercato interno».

      Secondo Lenin «lo sviluppo del capitalismo nell’agricoltura consiste anzitutto nel passaggio dall’agricoltura naturale all’agricoltura mercantile, ma che solo con molta lentezza cede il posto all’agricoltura mercantile» (“Nuovi dati sulle leggi di sviluppo del capitalismo nell’agricoltura”, 1914-15, Cap.2). Aggiungiamo noi in “Mai la Merce sfamerà l’uomo”, che «la preminenza dell’agricoltura sull’industria si protrae per lungo tempo. Quando il problema moderno della rendita fondiaria si pone, siamo già in piena economia capitalista, ma la produzione industriale è ancora secondaria rispetto a quella agricola. Infatti in tale ambiente la pone Quesnay, con le tre classi: produttiva (salariati agricoli e fittavoli), proprietaria e sterile (industriale e loro operai), criteri capitalistici, anche se embrionali. Man mano che la manifattura e l’industria ingigantiscono il quadro risulta inadeguato» (Cap.4). «Malgrado che Quesnay (1759) consideri i lavoratori dell’industria sterili, a quei tempi lo sviluppo dell’industria aveva raggiunto, in Inghilterra, un alto grado» (Cap.5). Siamo ormai alla vigilia dell’invenzione della macchina a vapore, che darà slancio alla grande industria e romperà quel vincolo di parentela fra agricoltura e industria domestica.

LA TEORIA DELLA RENDITA

      «La più moderna scuola della economia classica, la generale teoria del valore, che ha la sua origine coi primi economisti del capitale, come Smith, Ricardo ecc. che hanno anche dedicato centrali ricerche alla rendita agraria, è sorta in Inghilterra, che per prima mise avanti la produzione industriale a quella agricola» (Cap.5). «I classici come Smith e Ricardo rappresentano una borghesia che, lottando ancora contro i resti della società feudale, non opera che per epurare i rapporti economici dai residui feudali, per aumentare le forze produttive e dare un nuovo respiro all’industria e al commercio» (Cap.6). «Per Smith e Ricardo il valore del prodotto è solo e unicamente determinato dalla quantità di lavoro richiesto per la sua produzione e si può scomporre in tre fattori: salario, rendita, profitto, sia esso prodotto agrario sia manifatturiero. Ma sono indietro rispetto a Marx che stabilisce che il valore del prodotto si scompone in quattro parti: capitale costante, capitale variabile, rendita e profitto» (Cap.5).

      «Ricardo, esponente della pressione di prorompenti forze produttive, non poteva non interessarsi della componente alimentare che raggiunge prezzi sempre più alti, tenendo alti i salari, quindi dedicò centrali ricerche alla rendita agraria. Per esso: la terra più sterile dà zero rendita e normale profitto di impresa, le terre man mano migliori danno progressivamente rendite differenziali, soprapprofitti» (Cap.8).

      Lenin, in “La questione agraria e i critici di Marx”, 1900-1908, Cap.2, aggiunge: «La limitazione della terra! Questa limitatezza – assolutamente indipendente dalla proprietà fondiaria – crea una certa specie di monopolio, vale a dire: poiché tutta la terra è occupata dai coltivatori, poiché la domanda esiste per tutto il grano prodotto su tutta la terra, compresi gli appezzamenti peggiori e più distanti dal mercato, è chiaro che il prezzo del grano è determinato dal prezzo di produzione sul terreno peggiore (o dal costo di produzione corrispondente all’ultimo e meno produttivo investimento di capitale). Questa limitazione della terra impedisce la formazione effettiva di un rendimento medio. Affinché questo rendimento medio si formi e determini i prezzi, non è soltanto indispensabile che ogni capitalista possa in generale investire il suo capitale nella agricoltura (in quanto nell’agricoltura esiste la libertà di concorrenza, nel senso di libertà di investire capitali nell’agricoltura, creata dallo sviluppo capitalistico) ma è anche necessario che ogni capitalista possa sempre creare una nuova azienda agricola, oltre quelle esistenti. Se così stessero le cose, non esisterebbe nessuna differenza tra l’agricoltura e l’industria e non potrebbe prodursi nessuna rendita. Ma, precisamente a causa della limitatezza della terra, le cose non stanno così. Si può presupporre che il proprietario permetta al coltivatore di coltivare gratuitamente il terreno peggiore o peggio situato dal quale si ricava soltanto il profitto medio del capitale? Certamente no. La proprietà fondiaria è un monopolio, e in base a questo monopolio il proprietario esigerà dal coltivatore anche il pagamento di questa terra. Questo pagamento sarà la rendita assoluta che non ha alcun nesso col diverso rendimento dei successivi investimenti di capitali, e che è generata dalla proprietà privata della terra. Quindi nella terra abbiamo un duplice monopolio. In primo luogo, abbiamo il monopolio dello sfruttamento capitalistico della terra. Ques Lenin, in “La questione agraria e i critici di Marx”, 1900-1908, Cap.2, aggiunge: «La limitazione della terra! Questa limitatezza – assolutamente indipendente dalla proprietà fondiaria – crea una certa specie di monopolio, vale a dire: poiché tutta la terra è occupata dai coltivatori, poiché la domanda esiste per tutto il grano prodotto su tutta la terra, compresi gli appezzamenti peggiori e più distanti dal mercato, è chiaro che il prezzo del grano è determinato dal prezzo di produzione sul terreno peggiore (o dal costo di produzione corrispondente all’ultimo e meno produttivo investimento di capitale). Questa limitazione dell

      La possibilità della rendita assoluta originata dal plusvalore del capitale agricolo, è spiegata da Marx col fatto che nell’agricoltura la parte del capitale variabile nella composizione generale del capitale è superiore alla media (ipotesi naturalissima, data l’incontestabile arretratezza della tecnica agricola rispetto a quella industriale). E poiché è così, ne consegue che il valore dei prodotti agricoli è, in generale, superiore al loro prezzo di produzione e il plusvalore è superiore al profitto. Ma il monopolio della proprietà fondiaria privata impedisce a questo eccedente di entrare totalmente nel processo di livellamento del profitto, e la rendita assoluta è presa da questo eccedente».

      «Marx dimostra che cade la prima premessa erronea della rendita differenziale che dominava ancora in West, Malthus e Ricardo, e cioè che la rendita differenziale presuppone necessariamente il passaggio a terre sempre peggiori, oppure la diminuzione costante della produttività dell’agricoltura. La rendita differenziale può esistere passando a terre sempre migliori; la rendita differenziale può esistere quando l’ultimo posto spetta a una terra migliore di quella che lo teneva precedentemente. Essa può essere legata ai progressi dell’agricoltura. La condizione perché esista è soltanto la diversa qualità dei terreni. In quanto si tratta di sviluppo del rendimento, la rendita differenziale presuppone che l’aumento della produttività assoluta di tutta la superficie agricola non sopprima questa diversità, ma la rafforzi o la lasci immutata o la riduca soltanto» (Cap.1).

PROPRIETÁ DELLA TERRA E CAPITALE

      «Chi riconosce l’esistenza della sola rendita differenziale deve necessariamente giungere alla conclusione che le condizioni dell’azienda agricola capitalista e dello sviluppo capitalistico restano assolutamente immutate sia che la terra appartenga allo Stato o a privati. Dal punto di vista della teoria che nega la rendita assoluta, in entrambi i casi esiste soltanto e unicamente la rendita differenziale. S’intende che una simile teoria deve condurre a negare ogni importanza alla nazionalizzazione come misura che influisce sullo sviluppo del capitalismo accelerandolo, spianandogli la via ecc. Infatti, una tale concezione della nazionalizzazione deriva dal riconoscimento delle due forme di rendita: la forma capitalista, vale a dire la forma che non può essere abolita in regime capitalistico, neppure quando la terra è nazionalizzata (rendita differenziale) e la forma non capitalista, che è connessa al monopolio, è inutile al capitalismo e impedisce il completo sviluppo del capitalismo (rendita assoluta). Negare la rendita assoluta significa negare l’importanza della proprietà privata della terra in regime capitalistico» (Lenin, “Programma agrario della Socialdemocrazia nella rivoluziona russa del 1905”, 1907, Cap.4).

      «Dopo aver dimostrato che il proprietario fondiario è una figura del tutto superflua nella produzione capitalista, che il fine di quest’ultima è “pienamente raggiungibile” se appartiene allo Stato, Marx continua: Il borghese radicale giunge in teoria alla negazione della proprietà della terra. Ma in pratica gli manca il coraggio, perché l’attacco contro una delle forme di proprietà – contro la forma della proprietà privata delle condizioni di lavoro – sarebbe pericolosissimo anche per l’altra forma di proprietà. Inoltre il borghese si è egli stesso territorializzato» (Cap.7). E Lenin conclude: «non può esservi nazionalizzazione per la semplice ragione che nessuna classe sociale agisce contro se stessa».

RENDITA E PRODUTTIVITÁ

      «La rendita differenziale che deriva dalla diversità delle varie terre è chiamata da Marx: “rendita differenziale prima”. La rendita che deriva dalla diversa produttività dei capitali complementari investiti in uno stesso fondo è chiamata da Marx: “rendita differenziale seconda”. Il fittavolo, fino alla scadenza del suo contratto d’affitto, può sempre appropriarsi e si appropria sempre di ogni specie di rendita. Per tutta la durata del contratto, la proprietà privata della terra cessa di esistere, egli, pagando l’affitto, si è già riscattato da questo monopolio che non può intralciarlo. Perciò, quando in seguito a un nuovo investimento di capitale nel suo fondo, il fittavolo ottiene un nuovo profitto e una nuova rendita, quest’ultima è riscossa dal fittavolo e non dal proprietario. Il proprietario della terra incomincerà a ricevere questa nuova rendita soltanto dopo la scadenza del vecchio contratto d’affitto, dopo la conclusione di un nuovo contratto. Per quale meccanismo la nuova rendita passerà allora dalle tasche del fittavolo nelle tasche del proprietario? Per il meccanismo della libera concorrenza, perché l’impresa eccezionalmente vantaggiosa, che avrà dato al fittavolo non soltanto un profitto medio, ma anche un soprapprofitto (rendita), attirerà i capitali. Si comprende dunque, da una parte, per quale ragione, a parità di tutte le altre condizioni, gli affitti a lunga scadenza sono più vantaggiosi per i fittavoli e quelli a breve scadenza più vantaggiosi per i proprietari» (Lenin, “Programma agrario…”).

      In “Mai la merce sfamerà l’uomo” mettiamo in evidenza, qualunque sia la composizione demografica delle classi agrarie, «importa la legge della differenzialità delle rendite e del crescere del prezzo generale nella società internazionale, che si avvia ad essere tessuta in un solo mercantilismo». Citiamo Engels: «Quanto più capitale è investito in un terreno e quanto più elevato è lo sviluppo dell’agricoltura e della civiltà in generale, tanto più aumentano le rendite per acro così come la somma totale alle rendite, e tanto più ingente diviene il tributo pagato dalla società ai grandi proprietari fondiari nella forma di plus-profitti, fino a quando tutti i tipi di terreno sottoposti a coltivazione rimangono in grado di partecipare alla concorrenza».

      «Si tratta di intendere qual’è la tesi di Marx: collo sviluppo del modo di produzione capitalistico e coll’investimento di maggior capitale nella terra, solo mezzo di aumentare il prodotto in relazione all’aumento di popolazione, la rendita tende ad aumentare, sia nella massa totale, sia nella media per unità di superficie, a volte in rapporto maggiore di quello del capitale (e del suo profitto), poche volte con ritmo minore di esso. Quindi Marx invita a fermarsi su due punti. Il primo, è la derivazione storica della forma seconda (terra tutta occupata) dalla forma prima (terra in via di occupazione o dissodamento). Il secondo punto è che nel pieno sviluppo della forma seconda, che attira sulla stessa terra sociale, ormai non accrescibile metricamente, maggiori parti del capitale sociale, per esaltare il prodotto, entra in gioco la ripartizione del capitale tra piccoli, medi e grandi imprenditori. Anche nella manifattura il volume dell’impresa è elemento di variazione del saggio di profitto: quello medio calcolato sulla somma di tutti i capitali (a chiunque intestati) risponde ad un certo minimum di affari con un minimum di capitali. Ora tutto ciò che eccede questo minimo può dare un extra-profitto; tutto ciò che è inferiore, non ottiene il profitto medio. Tale teorema qui enunciato in modo drastico riflette tutto il quadro economico capitalistico, quindi è compreso anche il settore agricolo. Questa circostanza fa sì che gli effettivi affittuari capitalistici siano in grado di appropriarsi una parte del plus-profitto. Non sarebbe diversamente anche se fosse raggiunto il pareggio dell’attività e produttività per le derrate e i manufatti che è impossibile al capitalismo. L’esasperazione della produzione industriale verso i suoi limiti e la concentrazione degli accumulati capitali, scatena il soprapprofitto in tutti i campi della economia, a dispetto dell’abbassamento del saggio medio di profitto.

      Quindi Marx dimostra: fino a che il prezzo del grano non cambia, portare capitale mobile sulla terra per aumentare la produzione non intacca mai la rendita, nemmeno se la produttività degli apporti seguenti è decrescente. Se poi la produttività è costante o crescente, la rendita fondiaria subisce una forte esaltazione» (“Mai la merce sfamerà l’uomo”, Cap.10).

      «La stasi di sviluppo agrario dei paesi esportatori di capitale, aveva sollevato una schiera di critici del marxismo. I signori Bulgakov, Hertz e Cernov ecc. sono gettati dal solo nome Kautsky, in uno stato di quasi irresponsabilità, volendo dimostrare che il Marxismo dogmatico nel campo delle questioni agrarie è stato sloggiato delle sue posizioni. A fondamento della loro “teoria dello sviluppo agrario”, pongono la “legge della produttività decrescente del terreno”. Si citano dei brani, tratti dalle opere dei classici, che stabiliscono questa “legge” in forza della quale “ogni investimento supplementare di lavoro e di capitale nella terra è accompagnato da una quantità supplementare, non corrispondente, ma decrescente di prodotti”. Tornano indietro verso l’economia borghese, la quale nasconde i rapporti sociali sotto immaginarie “leggi esterne”.

      Ma la minima riflessione dimostrerà a chiunque che questo argomento rappresenta la più inconsistente delle astrazioni e lascia da parte l’elemento principale: il livello della tecnica, lo stato delle forze produttive. Prendiamo l’industria. Immaginiamo la macinazione del grano e la lavorazione del ferro nell’epoca antecedente al commercio mondiale e all’invenzione della macchina a vapore. In questo stadio della tecnica, i limiti degli investimenti supplementari di lavoro e di capitale nelle forge a mano, nei mulini a vento o ad acqua erano estremamente ristretti; si doveva fatalmente constatare un’enorme diffusione delle piccole forge e dei piccoli mulini, prima che la radicale trasformazione dei mezzi di produzione creasse una base per nuove forme d’industria. Ecco perché né Marx né i marxisti parlavano di questa “legge”, mentre attorno ad essa fanno del chiasso soltanto i rappresentanti della borghesia» (Lenin, “La questione agraria…”, Cap.1).

      «Kautsky nel 1899 rileva l’importanza dell’elettricità, e precisamente la trasformazione dell’agricoltura da vecchia manifattura in grande produzione moderna» (Cap.3). E a coloro che quasi si compiacevano della stagnazione tecnica, Lenin risponde: «L’economista deve sempre guardare avanti in direzione del progresso tecnico, altrimenti sarà lasciato indietro, giacché chi non vuol guardare avanti volta le spalle alla storia: qui non c’è e non può esserci via di mezzo. Gli scrittori che, al pari di Hertz, hanno trattato la questione della concorrenza tra la grande e la piccola produzione nell’agricoltura ignorando l’influenza dell’elettricità, dovranno ricominciare daccapo il loro esame» (Cap.3).

INDUSTRIA E AGRICOLTURA

      La rivoluzione industriale continua il suo sviluppo accelerato e la concentrazione dei capitali permette opere colossali. «Kautsky dice: l’industria ha creato le condizioni tecniche e scientifiche per la nuova agricoltura razionale per mezzo delle macchine e dei concimi chimici, per mezzo del microscopio e del laboratorio chimico, promovendo così la superiorità tecnica della grande produzione capitalistica sulla piccola produzione contadina» (Lenin, “Il capitalismo nell’agricoltura”, 1899-1900). Ma l’agricoltura riceve solo una parte dei vantaggi dell’accelerato accrescersi del capitale sociale e dello sviluppo della divisione sociale del lavoro. «L’agricoltura stacca un numero sempre maggiore di branche industriali dalla agricoltura primitiva, ma non riceve tecniche specifiche dall’industria per i lavori agricoli con un alta produttività, e perciò persiste la dispersione delle piccole aziende». «L’agricoltura era in ritardo nel suo sviluppo rispetto all’industria: questo fenomeno era proprio di tutti i paesi capitalistici e costituiva una delle cause più profonde dello squilibrio fra le diverse branche dell’economia» (Lenin, “Nuovi dati…”, Cap.15).

IL PROGRESSO TECNICO del ’900

      L’industria a cavallo del 1900 aveva raggiunto la potenzialità per esser di fondamento costante per socializzare l’agricoltura capitalista. Nella loro corsa a maggiori soprapprofitti, i paesi più progrediti avevano esportato quei capitali che avrebbero permesso all’agricoltura di passare alla grande produzione moderna. Ciononostante il relativo ritardo tecnico dell’agricoltura continua.

      L’industria per contrastare la caduta del saggio del profitto deve continuare nella corsa alla concentrazione ed esaltazione della produttività del lavoro. È allo svolto del secolo scorso che inizia a svilupparsi senza sosta l’industria elettrica, nel 1897 l’invenzione del motore diesel, del quale oggi constatiamo lo sviluppo; nel 1903 il fordismo, il sistema Taylor; i mezzi di trasporto e di comunicazione si potenziano. Tutti i settori si sviluppano. L’ingigantirsi dell’industria, esalta la possibilità di inventare nuove macchine per l’agricoltura, come prevedeva Lenin. Ma il loro valore si può trasfondere nei nuovi prodotti in poco tempo solo nella grande azienda, permettendo il loro rinnovo con nuove macchine sempre più produttive; il contrario avviene nella piccola azienda.

      Un trattore falcia tanto fieno in un’ora quanto 10 operai in un giorno. Coi buoi occorrevano due giorni per l’aratura di un ettaro, un giorno col semidiesel, un’ora e mezzo con gli attuali trattori diesel di 120 cavalli su ruote gommate. Una sintesi fra industria e agricoltura è stata raggiunta, senza possibilità di risuscitare il passato.

      Le nuove tecniche, non solo eliminano per mezzo della concorrenza la piccola produzione, ma hanno anche capovolto il rapporto fra capitale costante e capitale variabile. Per darne la misura: l’Italia aveva nel 1957 quasi 8 milioni di addetti all’agricoltura, alla fine degli anni ’80 erano meno di 2 milioni, con un aumento della produzione. In Francia, che era prevalentemente agricola, con un’area a coltura quasi doppia di quella italiana, gli addetti all’agricoltura sono poco più di un milione. L’Inghilterra tende ad avere solo 500.000 addetti. Pur essendone cresciuta la popolazione, la Comunità Europea nel 1985 era autosufficiente anche nella produzione di grano. Negli Stati Uniti si è passati a meno del 3% della popolazione attiva. «Dall’Istituto statistico della Comunità Europea risulta che nel 1988 il numero degli agricoltori è in diminuzione costante nella C.E.E. In 10 anni, dal 1975 al 1985, due milioni e mezzo di agricoltori hanno abbandonato l’attività agricola. Conseguentemente si rileva che il numero delle aziende agricole è diminuito di 1,7 milioni dal 1970 all’85. La tendenza verso la concentrazione, che caratterizza in generale l’economia, si manifesta anche nel settore agricolo, quindi in un aumento delle dimensioni delle aziende» (“Struttura e mercato comunitario”, p.209).

AUMENTO DEL PRODOTTO PER UNITÁ DI SUPERFICIE

      La conoscenza e l’applicazione delle scienze all’agricoltura è oggi di gran lunga superiore alle conoscenze e applicazioni elencate da Kautsky. Come misura dell’aumentato prodotto per unità di superficie si consideri la capacità della terra di produrre oggi 30 semine di frumento, contro le 4 della fine del feudalismo. La produzione di frumento che nel 1940-42 si aggirava in pianura ai nostri climi sui 30 quintali per ettaro, ora ne dà 60. Ancor più impetuoso è stato l’aumento delle rese per unità di superficie del granoturco e notevole anche delle barbabietole.

      «In Italia, la naturale disattivazione di centinaia di migliaia di aziende negli ultimi 10 anni non ha portato ad un decremento produttivo, quindi alte rese per unità di superficie, come pure nella Comunità Europea» (“Nuova Agricoltura”, luglio ’89, p.12)., confermando quanto detto da Marx, che nell’agricoltura si può procedere produttivamente a successivi investimenti di capitali perché il terreno esercita esso stesso la funzione di strumento di produzione. Con l’applicazione delle scienze e delle nuove tecniche l’uomo ha imparato anche in agricoltura a fare operare su larga scala le forze naturali e, gratuitamente, il prodotto del suo lavoro passato e già oggettivato. Il capitale in agricoltura ha fatto l’atteso salto di qualità, passando da una produttività decrescente degli ultimi investimenti di capitale a una produttività crescente. Il capitale non paga il lavoro adoperato, ma il valore della forza-lavoro usata; per esso l’uso della macchina deve avere un valore inferiore al valore della forza-lavoro da essa sostituita. Il valore della forza lavoro sostituita è stato enorme in agricoltura, avendo ridotto il capitale variabile in America al 2,4% del capitale variabile totale nazionale.

      Ciò non significa che l’agricoltura abbia raggiunto o possa raggiungere in futuro l’industria: scrivevamo nel 1954 in “Mai la merce sfamerà l’uomo” che «le tonnellate annue di grano che produceva ogni operaio agricolo nel corso di un secolo non erano probabilmente cresciute del 50%, mentre quelle di acciaio divenivano decine di volte di più». Su “Nuova Agricoltura”, n.20/1985, Avolio, rispondendo a chi auspicava un sistema agro-industriale-alimentare, disse: «siamo realisti, se si riuniscono insieme i settori industriale, commerciale e agricolo, per dar vita al cosiddetto “sistema agro-industriale-alimentare”, l’agricoltura è soccombente. Non è ipotizzabile, infatti, che l’agricoltura riesca ad imporre le sue esigenze nel meccanismo di funzionamento del sistema. È più facile prevedere che, come già ora accade, il comparto agricolo diventi un reparto all’aperto del settore industriale, in funzione completamente subordinata». Noi sappiamo bene che la sintesi industria-agricoltura sarà possibile solo su una base non capitalista. 

DUE SECOLI DI CRISI AGRICOLA AMERICANA

      «Il problema delle dimensioni delle aziende può essere inquadrato nella crisi che ha interessato negli ultimi due secoli l’agricoltura americana. In un breve raffronto emerge che dal 1820 al 1870 più del 50% della forza-lavoro americana svolgeva la sua attività nel comparto agricolo; mentre invece nel 1920 era scesa al di sotto del 30%. Nel 1930 impegnava poco più del 20%; nel 1940 si raggiungeva il 18%; nel 1950 era scesa al 12% circa; nel 1960 ammontava al 7%; nel 1970 era al 5%; nel 1990 era calata al 2,4% dimezzandosi quindi negli ultimi 20 anni. Sempre dalle statistiche del settore, appare che il numero degli addetti all’agricoltura è sceso dai 32.000.000 del 1910 a 4.500.000 del 1990. Di contro in poco più di un secolo l’estensione di terreno coltivato è aumentato dal 28% del 1880 al 51% sul totale del 1990. Nello stesso tempo è aumentata considerevolmente la produzione (quella di granoturco, ad esempio, è addirittura raddoppiata dal 1960 al 1990), mentre si è incrementata considerevolmente l’estensione aziendale minima utile, che negli ultimi 30 anni appare raddoppiata, passando in media da 350 a 700 acri (pari ad ha 283,27) con conseguente chiusura di numerose fattorie, specie se a conduzione familiare» (“Struttura e Mercato comunitario”, p.345-346).

      Avanza del pari il contoterzismo che permette, nelle aziende maggiori, forme di conduzione affidata ad operatori estranei all’impresa familiare che si spostano da una fattoria all’altra per eseguire, con il determinante apporto delle macchine, tutte le operazioni agricole necessarie per la coltivazione e il raccolto, nel quadro di una crescente specializzazione verso le monocolture di granoturco, soia e avena, con non trascurabile pericolo di notevole danni ambientali.

      E ancora, a pagina 346 è detto: «l’agricoltura degli USA sembrerebbe quindi tendere alla produzione di alimenti non solo per nutrire la propria popolazione quanto per commerciarli all’estero, anche in presenza di una crisi che ha ridotto talora sino al 50% il valore dei terreni americani».

      «Nel 1920, ben prima quindi del “crollo di Wall Street” l’agricoltura americana, che aveva conosciuto una grande espansione prima e dopo la prima guerra mondiale, era in difficoltà a causa di un’accentuata diminuzione delle esportazioni e di diverse annate di catastrofica siccità. Nel 1929 veniva introdotta in un primo momento una politica di sostegno dei prezzi senza modalità di controllo della produzione, cosicché rapidamente gli USA (con largo anticipo sulla CEE), fecero, in pieno periodo di depressione, l’esperienza di “eccedenze strutturali” e del conseguente aumento delle spese pubbliche di sostegno all’agricoltura. Per la prima volta, all’inizio degli anni ’30, è stato previsto l’abbandono della coltivazione di terre agricole. Le decisioni annuali in materia furono applicate fino agli anni ’60 in modo più o meno incisivo, ma con risultati economici poco apprezzabili. Notevoli eccedenze venivano tuttavia a costituirsi a causa dei progressi della produttività. Ciononostante, all’inizio degli anni ’60, pur in presenza di un aumento delle esportazioni, si dovette constatare il fallimento degli sforzi destinati ad evitare la formazione di eccedenze. Solo nel 1970 si ha per la prima volta in via formale delle vere e proprie misure di set-aside (messa a riposo dei terreni) per il frumento, i cereali foraggieri ed il cotone, riservandogli il beneficio dei programmi di aiuti pubblici. Nel 1973 si ebbe una proroga per l’applicazione del set-aside. Nel 1977 veniva contemplata l’applicazione del set-aside oltre che al frumento ai cereali foraggieri, al cotone e al riso. Nella stessa norma era prevista una misura analoga al “ritiro dei seminativi dalla produzione” del regime comunitario CEE. Di nuovo con la crisi dei primi anni 1970 si ingigantisce il problema delle eccedenze, e le vere e proprie misure di set-aside» (“Struttura e mercato comunitario”, p.345-351).

NASCE LA C.E.E.

      L’Europa non aveva mai conosciuto “eccedenze strutturali” agricole. Dopo il secondo conflitto i paesi europei divengono tutti, vinti e vincitori, tributari della prevalenza economica americana. Per l’Europa il settore più debole è l’agricoltura, dovuto alla sua cronica inferiorità storica rispetto al settore industriale. Di conseguenza, sono le stesse norme del trattato di Roma del 1958, costituente il mercato Comune Economico Europeo, a prevedere per l’agricoltura comunitaria un “regime giuridico speciale”, teso a «difendere una più stretta autosufficienza all’interno di ogni singolo paese». L’incremento della produttività assume un carattere principale nel quadro di quella prima “politica agricola comune”, nell’intento di ottenere maggior prodotto a parità di costo, o diminuire i costi a parità di prodotti, per il tramite di un sempre maggiore progresso tecnico.

      «Il trattato prevedeva un periodo transitorio della durata di 5 anni per la costituzione di organismi comuni di mercato. Esempio di tale procedura era costituito dall’accordo cerealicolo franco-tedesco del 25 febbraio 1959 comportante sia un aumento progressivo degli scambi sia dei relativi prezzi. La Germania con un discreto sviluppo agricolo, ma innanzi tutto con una potentissima industria, alla fine del trattato (1963) registrava un incremento produttivo del 18%. La Francia tradizionalmente produttrice di grano, si incamminava a essere anche potenza industriale» (“Struttura e mercato comunitario”, p.39).

      «Nel 1966 compare l’AIMA che inizia a svolgere i propri compiti d’intervento, al solo fine di conseguire un’effettiva attuazione sul mercato del prezzo granario minimo, obbligava gli organi d’intervento all’acquisto di tutto il grano che veniva loro offerto, al “prezzo minimo d’intervento”». In Francia fu ritirato tutto il prodotto al prezzo minimo garantito, essendo il prezzo libero inferiore fu garantita una grossa rendita agraria, se si pensa alla tradizionale vocazione della Francia a produrre frumento. La Comunità pagò alla Francia e anche alla Germania un tributo sotto forma di rendita agraria. Il prezzo minimo garantito favorisce le grandi aziende con alta produttività del lavoro. Il mensile “Agricoltura” n. 10 del 1986 nota che la Francia prima del 1986 aveva raggiunto una produzione di grano tenero quasi della metà dell’intera produzione comunitaria.

      Nel 1972 si passa dal sostegno alle esportazioni al sostegno dei mercati. È in tal modo evidenziato l’intento comunitario di esportare verso i paesi terzi le eccedenze rifiutate dal mercato. Maggior rilievo ebbe l’introduzione degli “importi compensativi monetari” che operavano al fine di pareggiare la differenza tra i prezzi comunitari e quelli nazionali, a difesa dalle oscillazioni dei cambi.

      Sono i paesi più forti economicamente che più esportano. Francia e Germania vengono ad assorbire la maggiore percentuale di mezzi disponibili a sostegno della propria agricoltura. Sin dal 1969, tuttavia, emersero le prime difficoltà, allorché, soprattutto a causa del crescente disavanzo della bilancia dei pagamenti degli S.U., un vasto movimento di speculazione finanziaria venne a produrre considerevoli oscillazioni nelle monete tedesche e francesi. Nel quadro di una politica di temporaneo mantenimento dei “prezzi indicativi” fu dato un “aiuto compensativo” indirizzato agli agricoltori tedeschi e consistente in 1.700 miliardi di marchi annui.

      Fra i motivi determinanti della crisi monetaria culminata nel ferragosto 1971, il presidente del GATT (Accordo generale tariffario e commerciale) enumerava il protezionismo, il regionalismo, le preferenze speciali e l’agricoltura. La terminologia che si voleva per sempre superata torna nuovamente in auge: protezionismo, contingentamento degli scambi, controllo dei mercati, barriere doganali, ecc. Quegl’anni segnarono la fine di un ciclo. L’agricoltura CEE, non ancora autosufficiente, veniva abbondantemente sovvenzionata per permettere la ristrutturazione delle aziende.

      Il contrasto manifestatosi allora impose alla CEE, per sottrarsi alle imposizioni americane, di accelerare lo sviluppo capitalistico in agricoltura, e con ciò anche un’accelerazione nella espulsione del piccolo contadino dalla terra, il che può creare guasti sociali. I sistemi di aiuti, premi ecc. come garanzia di un “reddito minimo” al coltivatore, intendeva agire appunto sugli effetti di un processo accelerato che non si poteva altrimenti controllare. Di anno in anno aumentava la produttività del lavoro, quindi anche il prezzo medio del prodotto diminuiva, e con esso il famoso “reddito minimo garantito”, che metteva sempre più in difficoltà le piccole aziende, ma diluendo così l’espulsione.

      Nel 1972, il numero delle aziende agricole al di sotto di 50 ettari era già diminuito in Francia del 12,6% in 12 anni e in Germania del 23,5% in 10 anni; nello stesso periodo in Inghilterra le aziende al di sotto di 120 ettari sono diminuite del 32,2%; invece le aziende più grandi, quelle superiori a 50 ettari, sono aumentate in Francia in 12 anni del 14,8% e in Germania del 18,3% in 10 anni, periodo in cui le aziende agricole superiori ai 120 ettari registravano un incremento del 34,5%. Inoltre il numero degli agricoltori è diminuito in 10 anni del 30% in Germania, del 28% in Francia; del 39% in Italia e del 33,5% nel M.E.C. Nel decennio al 1972 il numero dei trattori agricoli è salito del 10% in URSS e del 30% negli USA.