Partito Comunista Internazionale

Romania fra lotte operaie e crisi regionale

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Dopo il coraggioso sciopero dei minatori all’inizio di quest’anno, continua in Romani la mobilitazione della classe proletaria a difesa delle proprie condizioni di vita.

      Ad aprile lo sciopero generale è sospeso col pretesto della guerra nel Kosovo; a maggio la corte costituzionale ha interrotto uno sciopero ad oltranza dei dipendenti della metropolitana dichiarandolo illegale (il mondo dei borghesi è tutto uguale); a giugno a Brasov i lavoratori dei vari reparti industriali sono scesi in lotta assediando per più giorni la locale prefettura difesa da 500 fra poliziotti e soldati: hanno ottenuto la revoca dei piani di ristrutturazione e dei licenziamenti connessi; a Iasi, altro centro industriale, analoga protesta con tentativo di assalto alla locale prefettura, slogan contro il governo, le maggiori centrali sindacali e l’ente per le privatizzazioni.

      Approfittando della crisi economica che imperversa nei Balcani la propaganda del regime giustifica la crisi come l’inevitabile e doloroso percorso di uscita dall’economia “socialista”. Le solite balle ormai note e arcinote: è vero che la Romania, come buona parte dei Balcani, era sotto l’influenza e dominio russo, frutto della vittoria del capitale russo nella seconda guerra mondiale (costata alla nostra classe e a quella contadina 100 milioni di morti). L’intervento nella guerra imperialista fu possibile solo perché la dittatura proletaria nata nella arretrata Russia nel ’17 si era esaurita e degenerò nel giro di pochi anni mancandogli l’appoggio della rivoluzione comunista mondiale. La Russia si sviluppò nel senso borghese dell’accumulazione del capitale, con merci, salari e proprietà (il comunismo non è proprieta’ statale ma assenza di proprietà, usufrutto sociale).

      La cinquantennale folle corsa planetaria all’accumulazione volge al termine, in alcuni paesi la crisi è profondissima come in Giappone e in Russia. I suoi ex satelliti arrancano con miseri incrementi a una cifra, quando ci sono, risultato non di uno sviluppo del capitalismo ex novo, che in quei paesi già c’era, ma del più feroce sfruttamento della classe operaia. Dietro la cortina fumogena della libertà e fesserie similari sono arrivati i licenziamenti, lo smantellamento delle assistenze, l’aumento dei carichi di lavoro.

      Il capitale mondiale ha accumulato una massa enorme di merci e di lavoro morto. La guerra e la distruzione sono la soluzione della borghesia alle sue crisi di sovrapproduzione. La guerra borghese ha inoltre lo scopo non secondario di schierare sui fronti contrapposti il proletariato, di dissanguarlo e distorglierlo dalla sua missione storica di rovesciare i rapporti di produzione capitalistici.

      Nella recente guerra iugoslava questo aspetto non va dimenticato e parlare solo dello scontro interimperialistico e delle irrisolte questioni nazionali, mettere in evidenza solo lo scontro fra America ed Europa è un grave errore: la nostra possibilità, inevitabilità rivoluzionaria, anche quando non si vede, domina la scena.

      Ecco perché la calda situazione in Romania, dove la borghesia locale, su mandato del brigantaggio FMI, deve scontrarsi con la resistenza e la lotta operaia, potrebbe evolvere verso una nuova guerra locale. I pretesti non mancano, questioni di confine con la Russia per le terre irredente in Moldavia, la consistente minoranza ungherese in Transilvania. Una guerra locale, oltre a dare uno sfogo alla crisi di sovrapproduzione, ridisegnerebbe i mutati rapporti di forza nella regione dove l’imperialismo deve ricorrere sempre più alla presenza militare per contenere le sue contraddizioni.