Partito Comunista Internazionale

Solidarietà internazionale per lo sciopero dei portuali australiani

Categorie: Australia, MUA

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Gli attacchi concertati del padronato contro i portuali australiani nel corso dell’anno passato, i tentativi di sconfiggere l’intera categoria, non sono riusciti a indebolire lo spirito combattivo di questa parte importante del proletariato del Quinto continente.

      L’offensiva padronale contro i wharfies è stata in gran parte coordinata ed organizzata direttamente dal governo australiano, determinato a realizzare le sue riforme del fronte del porto; queste riforme, cioè l’assalto concertato alle condizioni di lavoro e ai salari dei portuali, non sono il risultato di estemporanee manie di un qualche particolare partito, ma una strategia a lungo termine per ridurre i costi delle attività portuali. I porti australiani stanno passando al metodo dei soli container, il che significa che la gran parte del lavoro può essere svolta lontano dalle banchine. Per la classe dominante queste economie non possono che essere realizzate a spese della classe operaia, non certo intaccando i sacri tassi di profitto.

      Le ristrutturazioni si sono svolte secondo uno schema già visto in Gran Bretagna anni addietro. Il vecchio sistema di assunzioni giornaliere, secondo le necessità, ricorda il British Dock Labour Scheme che esisteva in Inghilterra; si tratta di un sistema che, è vero, mantiene i lavoratori senza certezze di occupazione continua, ma che è a doppio taglio, in quanto fornisce enormi possibilità di pressione per ottenere aumenti salariali, bonus, ecc. da parte degli operai, pena gravi ritardi nella partenza delle navi.

      I portuali sono passati alle dipendenze di un numero di compagnie private, in attesa di prendere altre misure, perché i padroni non sono mai sazi. Infatti il governo di Canberra ha adottato la strategia, già sperimentata in Nuova Zelanda, di sostenere le compagnie private che intendono rimpiazzare la forza lavoro esistente con maestranze più flessibili. In Nuova Zelanda, infatti, il sindacato dei portuali fu distrutto nei primi anni ’90. Una iniziativa simile per spezzare la sindacalizzazione era già stata condotta in Messico, questa volta con l’aiuto dei fucili dell’esercito.

      I nuovi lavoratori (crumiri organizzati) saranno assunti con contratti individuali, senza alcuna forma di contrattazione collettiva con i sindacati. La sostituzione dei lavoratori attuali, se svolta in ordine e senza scosse, attraverso i prepensionamenti e il blocco dei rimpiazzi, sarà pagata da sostanziosi fondi statali messi a disposizione proprio per togliersi dai piedi il problema dei portuali.

      I padroni naturalmente non ne sono stati soddisfatti, e hanno chiesto di più: leggi più dure da utilizzare contro coloro che osassero scioperare contro una regolamentazione così generosa. Niente paura, il nuovo Workplace Relations Act, una legge che bandisce ogni forma di sciopero di solidarietà e che si fa rispettare sequestrando i fondi sindacali sotto forma di multe, è in vigore dal 1° gennaio 1997, e si aggiunge a preesistenti restrizioni antisciopero.

      Il primo tentativo di dar seguito a questa strategia ha avuto luogo a Cairns, nell’Australia del nord-est. Un tentativo a dire il vero sventato con facilità dai due sindacati attivi tra i portuali, la Maritime Union of Australia (MUA) e le sezioni locali di categoria della International Transport Federation (ITF). È bastato loro spiegare all’armatore di una delle navi, che doveva essere caricata a Cairns dal personale sostitutivo, che sarebbe divenuto una “vittima innocente” dello scontro tra sindacati e governo. I lavoratori espulsi picchettavano i cancelli del terminal, la nave stava all’ancora fuori del porto, e alla fine si arrivò all’accordo per cui la compagnia sindacalizzata riebbe il lavoro, e tutto tornò al punto di partenza.

Una strategia organizzata dal governo

      Questo confronto con i wharfies, oggi opera del governo australiano, in particolare dell’attuale amministrazione conservatrice di John Howard, è una continuazione degli attacchi già sferrati dai precedenti governi laburisti di Paul Keating e Bob Hawke. Lo stesso impegno elettorale dei conservatori prevedeva lo scontro con i portuali, con la promessa di spezzare il potere della MUA, che secondo loro sarebbe un ostacolo per il raggiungimento della prosperità economica del paese. I bassi salari aumenterebbero i profitti, incrementerebbero le esportazioni (soprattutto di prodotti agricoli), e ci sarebbe prosperità generale per tutti, se beninteso non si avrà una recessione commerciale, un crollo dei titoli di borsa, o un calo improvviso della valuta, tutti fatterelli che hanno la brutta abitudine di trasformare la prosperità in miseria!

      Patrick Stevedores, la seconda azienda per importanza di operazioni portuali, aveva idee precise su come trattare con i portuali. Inizialmente cercarono di trovare un accordo con la National Farmers Federation (NFF, la loro Confagricoltura), che cercava di migliorare le condizioni infrastrutturali per l’esportazione di derrate agricole. La NFF aveva saputo che la Patrick operava in perdita al suo terminal di Melbourne, e considerava la possibilità di farlo funzionare direttamente per le sue esportazioni. Per fortuna i capitalisti sono anche in conflitto e concorrenza tra loro, e la NFF continuò a guardarsi intorno, a Brisbane per esempio, per poi decidersi per un terminal di Adelaide, i cui lavoratori tra l’altro erano tutti sindacalizzati. Ma la Patrick ormai non si fermava più, e decise la prima serrata al molo Webb di Melbourne verso la fine del gennaio 1998. Questo fu poi preso in gestione da una ditta associata alla NFF, la Producers & Consumers.

      Il piano però era di sostituire tutte le maestranze, in una operazione di piglio militaresco. Piani per l’addestramento di altri operai per le operazioni portuali furono messi in atto, in condizioni ritenute “sicure”, a Dubai, nel Medio Oriente. A capo dell’operazione era un ex-ufficiale dell’esercito, un pluridecorato veterano del Vietnam, evidentemente per la sua abitudine alle sconfitte! La data prescelta per l’operazione era il 1° aprile 1998. Indiscrezioni sull’operazione Dubai, che durò cinque mesi, trapelarono prima che il primo contingente di crumiri fosse spedito in volo, ma alla fine, il 7-8 aprile, l’operazione fu conclusa. Tutta la manodopera iscritta alla MUA a Sydney, 1400 operai e 600 lavoratori temporanei, furono licenziati.

      Che questa mossa si preparava era di dominio pubblico ormai da tempo, ma la MUA non seppe far altro che frenetiche concessioni su tutti gli aspetti della produttività: perché licenziare, dicevano i bonzi, quando i problemi possono essere ugualmente risolti con semplici discussioni con loro, i dirigenti sindacali? Il segretario nazionale della MUA, John Coombs, passava il tempo a fare dichiarazioni sul fatto che i portuali non avrebbero fatto del male a nessuno, che gli interessi degli operai, dei padroni e degli esportatori sarebbero stati tutti soddisfatti dall’aumento della produttività.

      Quando i padroni vogliono sfasciare i sindacati, non è dei burocrati sindacali che si vogliono liberare ma è della forza lavoro, combattiva e poco “cooperativa”. Gli operai dovrebbero tornare in sé e rimettersi in riga, dovrebbero rendersi conto della “realtà” dell’economia e farsi carico della loro parte di responsabilità per raggiungere condizioni adatte ad adeguati profitti. Questa è l’illusione febbricitante che i padroni nutrono. In molti casi simili a questo, e in tutti i paesi e in tutte le categorie, la pace viene fatta tra padroni e bonzi, mentre la massa dei proletari resta licenziata, il loro comportamento preso di mira dalla stampa con calunnie e falsità, i loro picchetti minacciati se non terrorizzati dalle forze di polizia.

      Ma questa volta i wharfies licenziati non ne volevano sapere di fare la parte delle vittime sacrificali, e adottarono una energica campagna di picchettaggio alle banchine. Un primo risultato fu l’immediato sostegno dei lavoratori della zona, di altre categorie ma che lavoravano in edifici o fabbriche vicini: un attacco ad un settore di lavoratori è un attacco a tutti! Quando fu emesso un ordine del tribunale che vietava i picchetti la risposta fu una dimostrazione di massa di oltre 5.000 operai. Mentre padroni e bonzi passavano il tempo in aule di tribunale, la vera battaglia si svolgeva sui picchetti, mentre da altri porti veniva ulteriore solidarietà.

      Un vantaggio che gli operai hanno quando resistono alla introduzione delle macchine è che c’è un numero considerevole di proletari per la lotta. Una volta che gli accordi sono fatti per l’automatizzazione e la computerizzazione, per i padroni è più facile liberarsi di una forza lavoro numericamente assai ridotta. Questa lezione è certamente quella delle tragiche sconfitte in Gran Bretagna, dai grafici di Fleet Street ai minatori e infine ai portuali. La collaborazione con i padroni porta qualche miserabile premio per i bonzi, e licenziamenti in massa per gli operai.

      Il sostegno del resto della classe operaia australiana fu immediato e fattivo. I picchetti erano rafforzati da delegazioni organizzate di insegnanti e infermieri. Da altre categorie venivano donazioni in denaro e, ancor più importante, azioni di lotta di sostegno. Le lotte di solidarietà non riguardavano soltanto i camionisti che si rifiutavano di attraversare le linee dei picchetti, ma anche settori vitali come quello petrolifero e automobilistico. Gli ukadze dei tribunali, invece di indebolire le lotte, agivano da pungolo. Dopo tutto, ragionavano i proletari, se vengono sconfitti i portuali, a chi toccherà poi? I bonzi degli altri sindacati si facevano un dovere di farsi vedere di quando in quando ad offrire solidarietà, non tanto per un inopinato amore per la lotta di classe, quanto per non farsi sfuggire il controllo dei loro iscritti.

Sostegno internazionale

      La solidarietà dal di fuori dell’Australia non tardò ad arrivare. I portuali delle Figi e di Papua Nuova Guinea offrirono lotte di sostegno, denaro; un milione di yen per le famiglie degli scioperanti, venne dal Giappone, minacce di boicottaggio furono espresse dai portuali della costa ovest degli Stati Uniti, tutto aiutava la campagna di lotta contro i licenziamenti.

      Il boicottaggio delle navi da parte dei portuali americani fu tempestivo ed efficace, e non mancò di dare ottimi risultati. Le navi caricate da crumiri in Australia erano boicottate, il che significava che se ne stavano al largo per settimane (come la Columbus Canada), per poi tornare alla base per essere riscaricate. Ad un certo momento ben 23 navi, partite tra il 7 aprile e il 4 maggio, erano state identificate come caricate da crumiri, e la lista di quelle navi era stata inviata alla costa ovest degli USA; lì furono creati picchettaggi di sostegno, che i portuali americani rifiutavano di attraversare, mentre i loro dirigenti, secondo una tradizione da tartufi, puntavano su aspetti sanitari per giustificare il mancato scarico delle merci. Nel caso di carichi misti, per esempio con le navi che si erano fermate in Nuova Zelanda per caricare altre merci, si permetteva lo scarico di queste, mentre il resto tornava mestamente in Australia.

      Il boicottaggio dei portuali americani fu molto efficace per tutto maggio; al punto che i padroni e i ministri del governo fecero di tutto per minacciare gli scioperanti. Una delle strade seguite fu quella dei tribunali: si tentò di citare la MUA per danni da parte della Patrick e della Australian Competition and Consumer Commission, una struttura di natura pubblica, per mettere il sindacato in ginocchio. Ma la MUA reagì sullo stesso tono accusando l’altra parte di cospirazione tra Patrick e ministri. Altre azioni legali furono intraprese contro i dirigenti di compagnie più piccole in qualche modo coinvolte nella vertenza, spostando quindi l’attenzione lontano dalle vere ragioni della lotta nella quale gli operai si stavano battendo.

      Ai primi di giugno la Patrick minacciava la MUA che se non si impegnava a accettare “riforme sul posto di lavoro” le operazioni portuali sarebbero state così meccanizzate che sarebbe bastato soltanto “un numero ridotto di operatori di computer”! Il vicesegretario nazionale della MUA, Vic Slater, prese in giro questa affermazione secondo la quale le macchine avrebbero potuto operare senza praticamente operai a farle funzionare. Ma avrebbe invece fatto meglio a meditare sull’esperienza in Gran Bretagna, dove la collaborazione data per installare le più recenti tecniche, “per proteggere i posti di lavoro”, dicevano, come a Liverpool, ha significato la scomparsa di un’intera categoria di lavoratori.

      A metà dello stesso mese l’accordo tra Patrick e MUA era cosa fatta. Il risultato del ritrovato idillio era che metà dei posti sarebbero scomparsi, grazie a 700 lavoratori resi esuberanti, mentre sarebbero stati disponibili 200 posti di lavoro nei servizi, quali pulizia, sorveglianza, manutenzione, ecc. Così il fattivo rapporto tra padroni e sindacato era rinato più forte di prima; la Patrick naturalmente poi negò di aver mai voluto spezzare il monopolio del sindacato nel porto. Con una collaborazione così completa, che senso ha cercare la rissa? L’unica cosa da appurare è fino a quando i wharfies tollereranno questo amoreggiare.

      Il risultato finale della battaglia contro la Patrick è stato che gli operai non hanno accettato supinamente di essere cacciati dai moli per essere sostituiti dai crumiri. Sotto questo aspetto, è stata una vittoria. Con una lotta decisa, affrontando le vere questioni e rifiutando di essere menati per il naso da chiacchiere sul futuro del settore, o sull’economia nazionale, essi hanno ricevuto un sostegno forte e senza equivoci, sia in Australia sia all’estero. Ma si tratta solo di un episodio della lotta che si preannuncia lunga tra capitalisti del porto e operai; entrambe le parti hanno appreso lezioni preziose.

Fracasso per l’Anno Nuovo

      Il dimezzamento della forza lavoro alla Patrick non è riuscito a indebolire lo spirito battagliero dei portuali, come è dimostrato dai fatti di San Silvestro. Come tutti sanno gli operai hanno una insana tendenza a celebrare l’avvento del nuovo anno, e i wharfies australiani non costituiscono un’eccezione. Il lavoro in genere si ferma, mentre solo i servizi essenziali sono mantenuti in funzione. I porti e le attività che vi si svolgono sono quindi in inattività, con l’ovvia eccezione per l’assistenza alle navi che in navigazione.

      In pratica i portuali decisero che non avrebbero lavorato per l’ultimo giorno dell’anno, decisione posta in atto semplicemente non presentandosi al lavoro. È facile immaginare la reazione dei padroni, che infuriati presero a chiamarli con tutti gli epiteti immaginabili, denunciandoli al mondo intero come pigri, inaffidabili, ecc. Anche la MUA, che poverina si dava da fare per riuscire a compiere il miracolo di far funzionare i docks con esattamente metà della forza lavoro, fu giudicata responsabile e maltrattata; si disse che rappresentanti sindacali davano consigli ai lavoratori su come comportarsi nella situazione, dandosi malati o cose simili. Come se i portuali, con la loro lunga tradizione militante di dure lotte, avessero bisogno di essere convinti a difendere i loro interessi!

Le aggressioni che non finiscono mai

      Un’altra compagnia portuale, P&O Ports (una filiale della grande azienda inglese), sta cercando di conquistare le scene riducendo il suo personale, 1.362 lavoratori, del 40%. Avevano stabilito di tagliare 600 posti di lavoro, ma sono stati ben felici di iniziare le trattative per un nuovo accordo con la MUA, trattative che sono in corso da gennaio. Il governo federale australiano dispone di un ragguardevole fondo per prepensionamenti (250 milioni di dollari) per sostenere questi tagli, se l’accordo è raggiunto. I rapporti cordiali tra P&O Ports e MUA rendono entrambe le parti fiduciose che si potranno evitare gli scontri avvenuti l’anno passato nel corso della vertenza con la Patrick. Dopo tutto, i funzionari sindacali che trattano sui prepensionamenti non hanno ragione di temere che i loro personali posti di lavoro siano in pericolo. Ma niente fa supporre che i portuali siano disposti a far passare questo accordo in modo indolore.

      Per le classi dominanti queste ristrutturazioni sono inderogabili necessità, che il bene dell’economia rende doverose. Per i proletari, soprattutto per coloro che hanno la prospettiva di non lavorare più, forse per sempre, si tratta di un attacco spietato, che li fa sentire come cose che si gettano quando non servono più, al di là del disagio a vivere, quando va bene, di miserabili sussidi statali. È per questo che la borghesia australiana, come quella di altre latitudini, non può mai sentirsi completamente al sicuro, anche quando lo Stato la soccorre con fondi speciali, anche quando i sindacati sono corrotti fino all’osso e più che disposti a vendere i proletari per un vomitevole piatto di lenticchie. La classe operaia è sì oggi un gigante che dorme, ma ogni benché minimo suo movimento è un cataclisma per la società che la vorrebbe docile e remissiva.