Partito Comunista Internazionale

Che cosa significa per il proletariato la nazionalizzazione?

Categorie: Italy, Nationalization, Opportunism, Partito Comunista Italiano

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Ora che la parola d’ordine della nazionalizzazione si avvia a diventare, nei programmi di tutti i partiti cosiddetti progressisti (o «di sinistra») una specie di toccasana, la bandiera sotto la quale dovrebbero stringersi tutti sfruttati per liberarsi una volta per sempre dal giogo del capitale, e la pratica della nazionalizzazione è fatta coincidere con la pratica del socialismo, è necessario ricondurre la operaia dalle nubi della demagogia radicale alla realtà nuda dei rapporti storici fra le classi. Non entreremo perciò in merito al concetto di nazionalizzazione e ai suoi rapporti col concetto di socialismo che abbiamo già fatto altra volta e rifaremo in seguito: ma porremo nei termini più semplici più schiettamente politici un problema preliminare: Che cosa significa oggi, per proletariato, nazionalizzare le industrie, le banche, il latifondo?

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L’economia capitalistica esce, non soltanto in Italia ma in tutto il mondo, da due gigantesche crisi: la crisi del 1929-32 e la crisi del secondo conflitto mondiale. La prima è stata «superata» attraverso una preventiva, mastodontica svalutazione degli impianti, alla quale ha fatto seguito una riorganizzazione dell’economia borghese nel senso dell’eliminazione dei complessi meno efficienti e di un accentramento sempre più spiccato delle economie nazionali sia attraverso il normale processo della concentrazione di più aziende in pochi complessi orizzontali verticali, sia attraverso l’intervento diretto dello Stato a sostegno di imprese pericolanti d’interesse «nazionale». Lungi dal stabilire il normale funzionamento del mercato internazionale, l’economia capitalistica si orientava così verso la formazione di grandi blocchi economici nazionali od imperiali praticamente chiusi, introduceva la pratica dell’autarchia, e a criteri di strategia politica e diplomatica sacrificava il concetto-base del tradizionale liberalismo economico – il rendimento. L’economia si riassestava così alla meglio, facendo leva su fattori extra-economici serrando tutti rami dell’attività produttiva nelle maglie del controllo statale.

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Il secondo conflitto mondiale portava questa tendenza all’esasperazione. Se il periodo successivo alla crisi è stato in tutti i paesi, pur con forme diverse, l’èra dello sviluppo su scala gigantesca dei grandi complessi industriali e dei monopoli fioriti all’ombra dello Stato-custode o, addirittura, dello Stato-padrone, la guerra è servita di collaudo ed è stata l’esaltazione di questa economia nuova – nuova, beninteso, solo per i gonzi che ancora piangono lacrime di coccodrillo sulla perduta libertà commerciale del primo capitalismo. In realtà quello che si era perduto era tutt’altra cosa: non la libertà economica (entità metafisica che non ha mai trovato la sua realizzazione storica nell’evoluzione del capitalismo), ma il carattere naturale, spontaneo della tendenza dell’attività produttiva. Da frutto naturale del regime della concorrenza, da sano sforzo di superare l’atomismo dei processi di produzione, da prodotto coniugato dell’evoluzione tecnica dell’evoluzione economica, la concentrazione diveniva espressione morbosa della degenerazione dell’economia capitalistica, cresceva sul vuoto, costruiva edifizi artificiosi, economicamente passivi, ma attivi ai fini di un prolungamento dell’agonia borghese. Lo Stato agiva da pompa aspirante e premente riversando nei canali dei nuovi grandi complessi finanziari e industriali il capitale pompato alla «nazione», accollava alla comunità le passività sempre più paurose della cosiddetta economia nazionale. E giustificava quest’esigenza con gli interessi superiori della patria, in funzione, sempre, della guerra presagita già in atto.

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La storia dei nostri complessi industriali dal 1932 (per fissare grosso modo una data d’inizio) al secondo conflitto mondiale si può sintetizzare in un processo di creazione di gigenteschi organismi gravanti enormi passività sul bilancio del Paese (cioè sul bilancio familiare delle classi povere) e fruttanti utili non meno enormi ai capitalisti. In questo senso, la «nazionalizzazione» era già in atto prima che geniali teorici della democrazia progressiva la riscoprissero tra i ferri vecchi del riformismo borghese: l’industria gli istituti finanziari erano già della nazione, nel senso che era la nazione pagarne le spese, a mantenerli come si mantengono le glorie nazionali, i monumenti d’interesse pubblico, i cimeli della storia patria. L’economia di stato era in atto con le caratteristiche tipiche di ogni economia di stato d’origine borghese. Ma la guerra aveva l’effetto di scompaginare le basi, e di mettere ancor più a nudo l’artificiosità di costruzioni nate ad arbitrio in un’atmosfera corrotta da serra calda. La metà (per dir poco) della grande industria si è trovata alla fine del conflitto in questa situazione: impianti mastodontici ma incapaci di funzionare per mancanza di materie prime; impianti mastodonti- ma destinati a lavorazioni artificiose nell’ambiente economico italiano: impianti mastodontici esposti ai colpi di mezza della ben più agguerrita ed efficace concorrenza di gigantesche potenze industriali e finanziarie, come quelle dei vincitori. Impianti, dunque, destinati alla smobilitazione, che non conviene neppure volgere a nuove lavorazioni di pace (tutta l’industria siderurgica, parte dalla metalmeccanica e dalla chimica), o a carattere spiccatamente monopolistico, dilatatisi in un ambiente malsano di assenza d’ogni controllo (come l’industria elettrica) e perciò di sfruttamento intensivo dell’operaio, del consumatore e del contribuente, che sono, nella maggior parte dei casi, la stessa persona.

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Sono queste le famose «industrie chiave» che tratterebbe di nazionalizzare. Nazionalizzare perché? Si dice: per impedire che continuino a dare profitti favolosi ai capitalisti mentre l’operaio soffre la fame: per distribuirne gli utili a chi lavora: per sottoporre al controllo della comunità il funzionamento non solo tecnico, ma soprattutto finanziario della grande industria accentrata accentratrice. Il guaio è che queste aziende non sono più destinate a rendere: sono industrie in parte fortemente danneggiate, in parte tragicamente passive, tanto più passive in quanto non possono lavorare e nello stesso tempo, non possono licenziare personale: industrie dissestate, rovinate, tecnicamente impoverite dalle condizioni di vita create dal conflitto, organicamente incapaci di reggersi una volta spazzata via la bardatura dell’autarchia della guerra che ne aveva «giustificato» (per modo di dire) l’espansione. E allora?

Allora, nazionalizzare queste industrie vuol dire ricostruire industrie che meriterebbero di morire e liberare i capitalisti che meriterebbero di morire e liberare i capitalisti che ancora ne detengono le azioni dal grosso fastidio di farle funzionare in perdita (cioè senza i profitti di un tempo) e di affrontare tutti i rischi economici, sociali, politici della loro trasformazione in complessi industriali di pace: vuol dire acquistare coi soldi della comunità industrie parassitarie assicurando agli ex-proprietari un vitalizio sotto forma di indennità e accollare allo Stato, cioè ai cittadini, le passività che un regime di finanza allegra ha creato e che la ricostruzione aggraverà: vuol dire invitare l’industriale, il finanziere, il latifondista, ad andarsene pure in campagna a godersi il frullo dell’attività o l’inattività passata, che le gatte da pelare della azienda se le prenderà quel del dabben’uomo del «cittadino». E il controllo democratico si risolverà nella sublime soddisfazione di constatare giorno per giorno la lenta rapida agonia, la paralisi progressiva dell’economia nazionale…

Al posto dell’industriale singolo o consorziato si avrà dunque uno Stato-padrone, e poiché questo Stato avrà ceduto, le redini ai partiti della democrazia progressiva, sarà dovere dell’operaio e del contadino rispettarlo, non creargli fastidi, affidarsi a lui: non si sciopera contro lo Stato, specie se ha alla sua testa un «governo di popolo». Si tirerà un po’ più la cinghia per risanare i bilanci non risanabili delle industrie chiave; ma sarà per… il bene di tutti. Quanto agli ex-industriali, dal momento che la nazionalizzazione interesserà un solo settore dell’attività economica e per il resto si farà sempre appello (lo dice perfino la mozione del P.C.I.!) all’iniziativa privata, essi investiranno i capitali liquidi frutto della in industrie redditizie, più piccole magari, meno «di soddisfazione», ma suscettibili di realizzare profitti. In verità, se borghesia protesta per le velleità nazionalizzatrici dell’estremismo dei radicali, non vi viene il sospetto, operai, che lo faccia solo per aumentare il prezzo di vendita delle aziende?

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Il partito del proletariato squalifica dunque in anticipo la vantata politica di nazionalizzazione di cui van riempiendosi la bocca i caporioni del massimalismo piccolo-borghese dei cosiddetti partiti di massa. Lo squalifica non perché voglia il ritorno alle forme tradizionali, privatistiche di conduzione delle aziende, ma perché vede nella «nazionalizzazione» un imbroglio non meno turpe di quelle. Lo squalifica perché non esiste per lui nazionalizzazione seria e socializzazione degna di questo nome, se non si modificano radicalmente i rapporti di classe che stanno alla base dell’economia borghese. Senza questa modificazione, senza questo rivoluzionamento, la «nazionalizzazione» è non soltanto una lustra, una beffa sfacciata, ma il più ardito metodo di conservazione dello sfruttamento capitalistico, la più potente somministrazione di ossigeno al corpo sfiancato del capitalismo. Proprio come, sul piano politico, la democrazia progressiva.