Partito Comunista Internazionale

Democrazia progressiva o rivoluzione? Pt.2

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La lotta per la costituente

Altro trabocchetto che sta preparando agli operai è quello della Costituente. Dovrebbe essere questa la grande prova, in cui il peso della loro forza, nella speranza di teorici della «Democrazia progressiva», determinerebbe un tale spostamento della politica italiana verso sinistra da influenzare per qualche decennio la vita della nazione trasformandone radicalmente a favore del «popolo» la struttura economico-politica. Oltre alla soluzioni della questione monarchica, si dovrà dunque sostituire un nuovo statuto democratico: quello elargito da Carlo Alberto che si ritiene ormai troppo vecchio per regolare la vita moderna dell’Italia.

La Costituente è il primo traguardo che tutte le forze inquadrate nel CLN cercheranno di raggiungere, con l’insediarsi nelle migliori posizioni strategiche per cercare d’imporre ognuna d’esse al momento opportuno la propria supremazia. Il filo d’ipocrisia che oggi lega i sei partiti sarà presto spezzato e i contrasti che oggi si cerca di contenere e minimizzare si svilupperanno sino a sfociare nella lotta aperta.

Chi sarà il più forte, in quel momento? Non certo il proletariato giunto purtroppo a quel traguardo marciando una strada che non è la sua. Egli ha creduto alla bella invenzione della «Democrazia progressiva» e ha collaborato alla «ricostruzione». Ha perso il suo tempo lavorando per il consolidamento della democrazia, mentre questa «lavorava» per il proprio esclusivo interesse.

Ma anche se le urne della Costituente dovessero dar la vittoria alla classe lavoratrice, questa non si illuda. Il potere esecutivo, il vero potere rappresentato dai carabinieri e dalla polizia, nel frattempo sufficientemente purgati dai partigiani operai che s’illudevano di conservare in essi lo spirito della loro classe, entrerà in funzione allo stesso modo che ha agito negli anni precedenti la presa del potere da parte del fascismo. Allora il proletariato si accorgerà che l’«epurazione» non ha valso a nulla, perché si è dimenticata l’epurazione più importante: quella della classe borghese suo insieme!

La lotta per la democrazia


Oggi tutti inneggiano alla democrazia e ognuno si dichiara pronto a combattere per realizzarla e difenderla. E’ interessante però rilevare la diversità di nome datale dai partiti borghesi del CLN e da quelli proletari. I primi la chiamano semplicemente «Democrazia», i secondi invece la caratterizzano come «Democrazia progressiva». Vi è forse qualche differenza sostanziale fra l’una e l’altra denominazione? No! Tutti i sei partiti vogliono le stesse cose, parlano lo stesso linguaggio, si battono per gli stessi obiettivi. Siccome però, fino a prova contraria, l’esistenza delle classi è una realtà che nessuno può negare, questo fronte unico realizzato è molto sospetto, e una delle due classi – leggi il proletariato – è turlupinata della parte avversa e da chi tenta di fargli credere che «progressivamente» esso riuscirà a spezzare le catene della propria servitù.

La parola al compagno Lenin

Lenin ha scritto sulla democrazia un prezioso opuscolo intitolato «La dittatura del proletariato e il rinnegato Kautsky» e l’ha scritto nel 1918, in un periodo cioè in cui preso com’era dalle prime difficoltà del potere conquistato, era il meno indicato per trattare questioni teoriche. Ma il compagno Lenin, col suo grande senso pratico, sapeva benissimo quel che occorreva alla fine della guerra. Egli indicò al proletariato di tutto il mondo la sola strada da seguire per liberarsi dalla schiavitù capitalistica, e cioè: lotta contro l’imperialismo e la democrazia borghese; lotta contro la democrazia riformistica (oggi la chiamano progressiva); conquista violenta del potere; instaurazione della dittatura del proletariato. In quel periodo burrascoso per la rivoluzione russa, egli si sobbarco anche questa fatica non solo per smascherare Kautsky, il rinnegato di allora, ma tutti quelli che sarebbero venuti più tardi a predicare la collaborazione del proletariato con la borghesia in nome della democrazia.

«E’ naturale – scrive Lenin – che un liberale parli di «democrazia» senz’altro. Ma un marxista non dimenticherà mai di domandare: per quale classe? Tutti sanno per esempio che le rivolte di schiavi nell’antichità resero subito manifesto che l’essenza dello Stato era la dittatura dei proprietari di schiavi. Tale dittatura distruggeva le democrazia fra i proprietari di schiavi? E’ noto a tutti che non era questo il caso.

«Il «marxista» Kautsky dice qui una cosa mostruosamente insensata e falsa, perché ha dimenticato la lotta di classe…

«Perché della tesi liberale e menzognera posta da Kautsky se ne possa fare una marxista ed esatta, bisogna dire: una dittatura non deve affatto significare la soppressione della democrazia per quella classe che esercita tale dittatura di fronte alle altre classi. Essa tuttavia significa incondizionatamente l’eliminazione o l’essenziale limitazione della democrazia, che equivale a una specie di diminuzione, per quelle classi contro cui la dittatura è esercitata.

Le inequivocabili parole di Lenin spiegano perché i partiti borghesi del CLN parlino semplicemente di «Democrazia» senza bisogno di aggettivi qualificativi. Si tratta della loro «democrazia», che non ha niente di comune col proletariato al quale si lasciano in godimento soltanto le libertà che non intralcino il sistema di sfruttamento e di dominio dittatoriale del capitalismo. La borghesia ha stabilito con cura i limiti entro cui la classe operaia può vivere «liberamente»: in tempo di pace, lavorare coi salari da essa imposti anche se risultano insufficienti a procurarsi gli alimenti più indispensabili; in caso diverso, sopportare le le miserie della disoccupazione. In tempo di guerra, morire sui campi di battaglia per difendere la patria borghese, che è esclusivamente borghese e in cui il proletario ha la funzione dello schiavo; in caso diverso, subire la fucilazione per diserzione.

Naturalmente, a guerra finita, adoperando la solita retorica mistica infarcita dei soliti luoghi comuni, si farà appello al patriottismo del proletariato perché torni a lavorare. Lo si compiangerà per i sacrifici sopportati, cercando di dimostrargli che le sofferenze sono state divise da tutti, ricchi e poveri. Si esalterà l’opera da macellaio ch’è stato costretto a compiere a danno del proprio fratello straniero come un’azione della più pura moralità. Ma, quando gli operai cominceranno a chiedere che le tristi condizioni di vita in cui sono stati ridotti a causa del conflitto vengano migliorate, il linguaggio benevolo e paterno sarà sostituito da quello meno riguardoso del guardiaciurma, e l’artiglio del «padrone» rispunterà minaccioso per imporre la propria volontà, che è quella del comando senz’appello. Se le masse di schiavi proletari si rifiuteranno di ubbidire ciecamente alle imposizioni che verranno loro fatte, allora, per imbrigliarlo e sottometterlo, si ricorrerà ai giri di vite del fascismo.

La mistificazione della democrazia «progressiva»

Se dunque i partiti borghesi rappresentati nel CLN sono storicamente in regola pretendendo d’imporre la «loro democrazia», non lo sono i due partiti che in esso rappresentano gli operai. Che cosa è la «Democrazia progressiva»? Mistero! Si tratta forse di ottenere per suo mezzo delle migliorie politiche e economiche a favore del proletariato? Per questo non era il caso di con la qualifica di «progressiva»: quella «riformista» di Turati, Treves, Rigola, Prampolini di tutti i controrivoluzionari italiani e stranieri bastava per dimostrare come la disgrazia peggiore che possa capitare agli operai sia quella d’imbrancarsi per quella via e credere ai «grandi capi» che la sostengono ed esaltano.

Che Si tratti di democrazia pura, al disopra cioè di tutti e di tutto, e a cui ognuno deve ubbidire e inchinarsi riverente, pronto a mettere a sua disposizione il meglio delle proprie forze intellettuali e materiali? Ecco quanto in proposito scrive Lenin:

«Se non si vuol parlare a scherno del buon senso umano e della storia, naturalmente non si deve parlare “Democrazia pura”. Finché vi sono classi differenti, si può parlare solo di democrazia di classe. Osservazione incidentale: Quella di “Democrazia pura” è un’espressione che non solo attesta piena ignoranza e incomprensione per la lotta di classe e l’essenza dello Stato, anche doppiamente e triplicemente vuota di senso; perché nella società comunista la democrazia si trasformerà, diverrà abituale, «morrà» ma non sboccherà in “Democrazia pura”. Questa è la frase menzognera del liberale che vuol trarre in inganno i lavoratori. La storia conosce la democrazia borghese che mise fine a quella del Medio Evo, e la proletaria che raccoglierà l’eredità di quella borghese».

Ma è forse di quest’ultima, della democrazia proletaria, che intendono parlare i socialisti e centristi? In questo caso, non è più possibile continuare il giuoco dei bussolotti escogitato per far passare la merce avariata del riformismo sotto la nuova etichetta della «Democrazia progressiva». Per arrivare alla democrazia proletaria, o socialista, o comunista che dir si voglia bisogna abbattere prima il regime borghese, e instaurare la dittatura del proletariato creando lo «Stato Operaio» come potere transitorio, e abolirlo in seguito con le classi ancora esistenti mediante la trasformazione dell’economia dalla forma capitalista in quella comunista. Solo allora si potrà avere la «Democrazia proletaria», quella definitiva, «abituale» come la chiama Lenin. Ma non è certamente il caso di credere che i campioni della «Democrazia progressiva» abbiano in questo momento tempo e la voglia di pensare a questo complicato meccanismo rivoluzionario, occupati come sono nell’abbattere la monarchia e preparare la Costituente…

Dittatura del proletariato: ecco la nostra parola d’ordine!

La situazione politica europea del 1945, se ha molti punti di somiglianza con quella del 1918, è però molto più grave per la borghesia internazionale; ed è perciò ch’essa tenterà di usare qualsiasi mezzo per non lasciarsi sommergere dalla forza rivoluzionaria del proletariato. Per ora, essa ha trovato un aiuto insperato nei partiti proletari che, sotto la bandiera della «Democrazia progressiva», le permettono di tirare ancora per qualche tempo il fiato e di dominare la situazione; ma non si salverà ugualmente. Lo squilibrio mondiale ha assunto proporzioni di tale gravità, che neanche «i mezzi forti» potranno frenare e contenere la marcia rivoluzionaria del proletariato mondiale. Questo dovrà perciò affrontare risolutamente il problema della conquista del potere e imporre la propria dittatura.

«Fra la società capitalista e quella comunista – scrive Carlo Marx – sta il periodo di trasformazione dell’una nell’altra. A ciò corrisponde anche un periodo di transizione politica, nella quale lo Stato non può essere altro che la dittatura del proletariato».

Dittatura del proletariato: ecco la parola d’ordine da contrapporre a quella controrivoluzionaria della «Democrazia progressiva»!

Vi sono delle mansuete e belanti persone che protestano di non voler più sottostare a nessuna dittatura dopo che hanno provate le delizie di quella fascista, come se dipendesse da loro l’evitarlo o da altri il favorirlo. Ma dittatura borghese sul proletariato è una realtà storica, ed esiste già ora anche se il periodo in cui siamo di recente entrati è caratterizzato dal reggimento democratico. E’ appunto per il fallimento e l’impossibilità di governare anche con questo mezzo – e gli avvenimenti grandi e piccoli lo dimostreranno ogni giorno agli operai – che il proletariato dovrà anch’esso «storicamente» imporre la propria dittatura, la quale non ha niente di comune con quella degli individui, ma è dittatura di classe che si sovrappone ad un’altra dittatura – quella borghese – ed essendo questa in pieno disfacimento per aver esaurito la sua funzione storica dialetticamente la elimina. Dittatura del proletariato come mezzo transitorio per instaurare l’economia comunista, dittatura del proletariato per sconfiggere definitivamente il nemico secolare e gettare le basi una società in cui regni veramente la giustizia, dove l’uomo non uccida più il suo simile, dove il lavoro sia onorato dalla solidarietà collettiva e dove il merito sia riconosciuto non al più ricco e al più potente, ma all’uomo che mette volontariamente a disposizione della società il meglio delle forze intellettuali o materiali che possiede.

Le proteste di quelle mansuete e belanti persone, assieme al lavorio controrivoluzionario dei teorici della «Democrazia progressiva», non potranno spostare, limitare o diminuire lo storico avvenimento in atto che spazzerà il marciume borghese e i suoi difensori aperti o camuffati. La palese incapacità del sistema borghese di reggersi oltre è dimostrata dagli avvenimenti tragici che abbiamo di recente vissuto e da quelli che osserviamo ogni giorno svolgersi sotto i nostri occhi.

La guerra spaventosa appena finita in Europa non sarà l’ultima, anche se un’oligarchia di pochi stati ha la pretesa di amministrarla per assicurarne il funzionamento di una vita democratica. In realtà, la scintilla della nuova catastrofe partirà appunto da oro, dai loro contrasti d’interessi, dalle loro contese per assicurarsi i mercati per smaltire l’eccessiva produzione che fra poch’anni comincerà a pesare sul commercio mondiale. Gli stati succubi, cioè la stragrande maggioranza, forniranno la carne da cannone con più larghezza che in passato. Altro che ricostruzione e democrazia progressiva.

Il proletariato deve abbandonare la sua falsa posizione attuale. Soltanto la lotta di classe scongiurerà una nuova guerra con tutti i suoi orrori. Bisogna voltare le spalle a chi vuole aggiogarci al carro borghese in nome di una teoria che da ormai mezzo secolo ha dimostrato d’essere esiziale per la classe operaia: il riformismo, oggi ribattezzato in «Democrazia progressiva». Deve seguire gl’insegnamenti di Marx e Lenin, che condannano severamente tale opportunismo controrivoluzionario, e puntar diritto alla conquista del potere. Questa è, per l’operaio, «la via e la vita».