Luigi Gilodi parla di Mauthausen e Gusen
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Torino, fine luglio
In una delle sedi della Sezione di Torino si è svolta una serata in onore al compagno Luigi Gilodi, reduce del campo di deportazione di Mauthausen.
Il comp. Paolino ha presentato ai convenuti il comp. Gilodi, ricordando ch’egli è stato uno fra i primi riorganizzatori di quel movimento comunista di sinistra che doveva poi diventare l’attuale Partito Comunista Internazionalista.
Nel rivolgergli il benvenuto -a nome di tutti i compagni, il comp. Paolino ha ricordato quali sono le origini di quest’organizzazione proletaria contro il giogo capitalistico, le cui basi in Torino furono appunto gettate col concorso del compagno Gilodi, sempre in testa fra quelli che noi possiamo chiamare «i pionieri dell’Ideale».
Nessuno voglia però immaginare, ha detto il compagno Paolino, il compagno Gilodi un intellettuale, un cosiddetto signore; no, egli è un operaio che conosce l’estenuante lavoro, un uomo che ha sofferto le stesse pene di tutti i proletari, un uomo però che per rompere le catene della schiavitù ha abbracciato l’ideale comunista con una fede che gli è valsa anni di dura reazione fascista ed in ultimo quella ancora più grave del campo di concentramento nazista. Eppure dopo d’aver passato fra tutte queste prove, egli ritorna a noi con la fede intatta e con gli stessi principi rivoluzionari di prima.
Quando il comp. Gilodi ha preso parola si è fatto fra di noi un grande silenzio, tutti eravamo ansiosi di sapere cos’era successo in quell’inferno. Le sue parole hanno uno spiccato accento piemontese, le sue frasi non sono fiorite di belle espressioni, ma semplici perché scaturiscono dal cuore.
«Sono stato tratto in arresto – egli ha detto – il giorno 12 marzo 1944. Il giorno successivo partimmo dal carcere di Torino in circa 600 persone, fra le quali parecchi compagni. Adunati nel cortile, prima della partenza, un tale Roberto delle brigate nere, non meglio identificato, ci annunciò che da quel momento si passava sotto l’autorità tedesca. Uno degli arrestati esclamò: “bella roba”, al che il suddetto Roberto volle subito sapere chi avesse lanciata tale esclamazione e non avendo ottenuto alcuna risposta disse: “Ricordatevi che da questo momento siete sotto l’autorità tedesca, e non sappiamo neppure se farete ritorno alle vostre case, e che del piombo per voi ce ne sarà sempre».
Ci condusse rinchiusi in un carro bestiame sino a Bergamo dove ci fermammo tre giorni nel carcere locale senza quasi nulla da mangiare. Durante il viaggio verso la frontiera alcuni fra i più avventurosi, saltando dai finestrini dei carri o sveltendo le assi del pavimento, riuscirono a buttarsi dal treno in corsa; purtroppo parecchi ci hanno rimesso la vita, ma quelli che sono riusciti a fuggire in questo modo hanno evitato quattordici mesi di orrori del campo di concentramento. E quanti ne abbiamo lasciati lassù! Poveri compagni nostri assassinati dalla brutalità nazista!
Il 20 marzo 1944 giungemmo a Mathausen. Era una giornata di freddo intenso, e come se non bastasse anche la natura si scagliava contro di noi, perché il vento, il gelo e la neve straziavano le nostre carni. Ci lasciarono così all’aperto dalle 7 del mattino alle 4 pomeridiane. Poi ci condussero all’ufficio matricola dove ci fecero svestire, lasciandoci completamente nudi in uno stanzone affatto riscaldato. Ci diedero quindi una camicia, un paio di mutande e degli zoccoletti aperti, cacciandoci nuovamente fuori sotto le intemperie, dove ci lasciarono per tre quarti d’ora circa. Era soltanto l’inizio delle nostre tribolazioni. Il trattamento in quel campo si dimostrò subito terribile, a notte avevamo un pagliericcio, sul tipo di quelli da campo, in sei, sul quale ci si doveva arrangiare per dormire: ad ordine dell’aguzzino delle SS ci si doveva lasciare cadere tutti e sei contemporaneamente sul pagliericcio, i ritardatari venivano percossi a randellate finché non si erano sistemati al loro posto.
Il giorno 23 ci portarono a Gusen, che dista circa tre chilometri da Mathausen, per passarvi la quarantena, ma la maggioranza era subito condotta a lavorare alla cava, alla miniera o all’officina. Il trattamento sul posto di lavoro supera in ferocia quello che ci era riservato sul campo. Se, ad esempio, la capacità fisica dell’individuo non era in grado di riempire bene il badile di terra, erano suon di vergate; se poi, in seguito ai colpi ricevuti, il disgraziato cadeva, gli aguzzini continuavano a picchiare finché non si rialzava oppure finché non sopravvenisse la morte. Inoltre i tedeschi avevano l’ordine, quando usciva la squadra per andare al lavoro, di ritornare con cinquanta in meno, e talmente erano ligi a questi ordini criminali che alla sera non solo tornavano con cinquanta in meno, ma sessanta, settanta e anche ottanta. Il sistema di eliminazione era quello anzidetto: uccisi a bastonate. Tutte le sere durante l’appello ne cadevano dieci o dodici, estenuati dal denutrimento e dalle percosse subite. Durante il giorno i loro corpi venivano portati all’infermeria e poi bruciati.
E come non essere sfiniti, con il nutrimento che ci davano? Per colazione, una brodaglia nera, chiamata caffè, a pranzo due terzi d’un lito di minestra, per cena un quarto di pane, un pezzettino di salame (piccolo piccolo) ed ancora del caffè. Tanta era la fame da noi patita che, finito di mangiare, si andava a cercare le bucce di patate nelle pattumiere.
Dopo un po’ di tempo di questo sistema di vita, i più deboli erano costretti a farsi ospitare nell’infermeria, ed era proprio qui che la raffinatezza della sbirraglia hitleriana si manifestava nel suo più orrendo aspetto. Infatti quei poveretti, ormai diventati l’ombra di sé stessi, non servivano più per il trastullo della canaglia nazista, ed allora venivano passati al blocco N.31, dove non ricevevano alcun nutrimento. Quando poi erano diventati dei veri cadaveri viventi, venivano soppressi con un’iniezione, quindi cremati.
Ma non bastava. Pensate che quei criminali avevano ideato una tortura che consisteva nel mettere il paziente sotto la doccia finché la morte sopravveniva. Quando poi a quei delinquenti nati saltava l’estro, mandavano i ricoverati in infermeria al bagno, dove venivano inviati completamente nudi camminando sulla neve e rifacendo sempre nudi un chilometro di strada. La maggioranza dei poveretti si ammalava si polmonite e, naturalmente, era lasciata morire. Tanti erano i morti, che il crematorio di Gusen non riusciva più a bruciarli tutti; il lavatoio era pieno zeppo delle salme dei nostri poveri compagni, così pieno che era ormai quasi impossibile andarci a lavare: inoltre lo stato di avanzata putrefazione ammorbava l’aria. Il comandante di Mathausen, un colonnello delle SS, impiccato a Gusen dagli anglo-americani, prima di morire ha detto queste testuali parole: “ormai so quello che mi aspetta, ma prima che mi giustiziate voglio che sappiate che avevo l’ordine di sopprimere tutti i deportati prima dell’arrivo degli alleati: voi mi avete preceduto, se no, state certi che avrei seguito l’ordine; non ho potuto farlo, quindi ne subisco le conseguenze”. Questo, mi pare sia un tipico esempio di cinismo nazista. Infatti parecchio tempo prima dell’arrivo degli anglo-americani era già stato sperimentato il sistema per sopprimerci. Circa 1200 dei nostri compagni (600 per giorno) sono stati rinchiusi in una camera nella quale è stato immesso il gas. Alcuni di questi poveretti cercavano di rompere le finestre per salvarsi, ma fuori le SS e i pompieri, armi alla mano, sparavano senza pietà sui miseri che cercavano scampo, uccidendoli.
Ma per la soppressione in massa di tutti voi, in vista dell’arrivo degli alleati, era stato ideato un altro sistema più spiccio che desse la possibilità di eliminare in breve tempo tutti i 17000 superstiti. Per tale scopo veniva utilizzata una galleria dove si lavorava. L’uscita era già stata otturata, nell’ingresso poi era stata collocata una mina, che, brillando al momento opportuno, avrebbe ostruito anche l’entrata costringendoci in tal modo a subire le esalazioni dei gas immessi nella galleria stessa. Anche per questo, come per tutti gli altri generi di torture, avevano fatto esperimenti di questo tipo: ad una data ora del giorno si suonò l’allarme e tutti i deportati furono spinti a bastonate nell’anzidetta galleria. In quel frangente ognuno cercava di salvarsi dalle bastonate, ed è successo che parecchi sono stati buttati a terra, travolti dai compagni dall’impeto della fuga. Quando poi fummo tutti dentro, si cominciò a sentire un malessere strano, che in un primo momento si imputava al caldo, ma che poi alla vista di circa duecento nostri compagni caduti a terra asfissiati, abbiamo capito essere il gas immesso nella galleria, anche perché cominciammo a sentire pure noi i primi sintomi di soffocamento. Fortunatamente la mina che avrebbe dovuto ostruire l’entrata non era stata fatta brillare, ed allora si è ripetuto in senso inverso quello accaduto nell’entrare.
Finalmente, proprio mentre eravamo sulla piazza del campo inquadrati in attesa dell’appello (le SS erano già fuggite alcuni giorni prima e la guardia nazionale, venuta a rimpiazzare le SS, se n’era andata anche lei un giorno prima), il giorno 5 maggio alle ore 17, sentimmo un gran gridare ed un battimani all’ingresso del campo; erano le avanguardie anglo-americane che arrivavano. Finiva così il supplizio durato quindici mesi: purtroppo, soltanto un esiguo numero di noi poteva gioire della liberazione. Gli altri, i martiri, dormono in quel luogo di dolore, e la loro cenere e le loro ossa, che ricoprono le strade di quegli luoghi, testimoniano la spietata ferocia di un regime creato dal capitalismo per sopprimere e soprattutto annientare il proletariato».
Il comp. Gilodi ha poi chiuso la sua relazione, che abbiamo dovuto riassumere, dicendosi lieto di essere sfuggito alla tremenda morte perché con le forze fisiche che gli rimangono dopo la tremenda prova subita, e le forze morali non soltanto intatte ma rafforzate dal desiderio di vedere finalmente fatta giustizia da tutte le mostruosità create dal capitalismo, potrà ancora dare il suo modesto contributo all’ideale comunista, ed ha incitato i compagni presenti a lavorare con coscienza affinché si avvicini sempre più il giorno del trionfo della nostra causa: la rivoluzione proletaria.