Partito Comunista Internazionale

Teoria del nazionalcomunismo

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L’articolo che qui pubblichiamo è uscito sul numero del 3 maggio de L’Avanguardia di Salerno (quindicinale della Frazione di Sinistra dei comunisti e socialisti italiani) a commento del noto discorso-programma tenuto da Scoccimarro al Consiglio nazionale del P.C.I. Per quanto ormai lontano dai fatti che l’avevano direttamente provocato, crediamo interessante riportarlo sia perché colpisce in pieno quella ch’è ormai la linea direttiva immutabile del centrismo, sia perché rappresenta un penetrante contributo alla chiarificazione ideologica delle nostre file, delle quali i compagni della Frazione sono entrati recentemente (com’è noto ai lettori di “Battaglia Comunista”) a far parte con l’apporto della loro tradizione ventennale di lotta sulle basi fondamentali della Sinistra Italiana.

(La Redazione)

Al recente Consiglio Nazionale del Partito comunista staliniano è stato incaricato Scoccimarro di trattare il problema della teoria del programma generale. E’ sembrato forse troppo grave il silenzio assoluto della stampa del partito e dei suoi oratori su questo punto.

Scoccimarro, debitamente delegato ed inspirato dalla direzione suprema, ha tentato di fare del suo meglio, ed è partito dalla constatazione che tanto i vecchi militanti quanto i giovani ravvisano un contrasto tra le enunciazioni classiche del programma comunista – che i primi conoscono attraverso l’esperienza delle lotte di venticinque anni fa e i secondi soltanto attraverso i testi – con la politica concreta di oggi. Queste formulazioni: rivoluzione proletaria, dittatura del proletariato, lotta di classe contro classe, apparirebbero oggi come abiti vecchi usciti di moda.

Lo sforzo intellettuale di Scoccimarro per colmare l’abisso non è stato in verità molto originale: egli ha invocato le mutate condizioni storiche per giustificare l’abbandono delle antiche direttive, non diversamente da quanto sempre hanno fatto i socialisti che tendevano a porsi fuori del campo del programma rivoluzionario.

Il fatto nuovo principale è l‘esistenza di uno Stato socialista e la sua alleanza con le grandi potenze democratiche. Conseguenza di questo grande fatto storico è l’attitudine dei partiti comunisti i quali, anziché condurre la lotta di classe, sostengono nei singoli paesi la collaborazione e l’unità nazionale. Questo potrebbe essere creduto un atteggiamento transitorio, una politica limitata al periodo bellico, ma è lo stesso Scoccimarro che riconosce al mutamento di rotta una portate assai più profonda. Egli infatti apertamente dice che quelle mutate condizioni storiche pongono al partito questo interrogativo: l’avvento della classe operaia al potere non può determinarsi in forme e modi diversi da quelli che concepivamo venti anni fa?

Tale dichiarazione dimostra le surricordate direttive del marxismo-leninismo rivoluzionario sono abbandonate non temporaneamente ma in modo definitivo.

Preso atto di questo, senza meraviglia perché da tempo era caduta al riguardo ogni illusione, va contestata a Scoccimarro proprio la sua impostazione storica. Potrebbe concedersi, a parte la complessa indagine economico-sociale, che Io Stato russo fosse uno Stato socialista, proprio se esso non fosse alleato agli Stati capitalisti e quanto meno se nella situazione di guerra richiedesse ai partiti comunisti degli altri paesi di appoggiarlo con la lotta e la guerra di classe anziché con la collaborazione nazionale.

Secondo Scoccimarro, la lotta per la indipendenza e l’unità nazionale sarebbe stata sempre rivendicata dalla classe operaia, ed anche questa tesi non differisce in nulla da quella favorita dei socialtraditori del 1914, primo fra essi Mussolini. Secondo Scoccimarro, i proletari di Francia, Belgio, Jugoslavia ecc. hanno avuto ragione di condurre una lotta per le rivendicazioni nazionali contro la oppressione nazista e fascista che nei singoli paesi aveva per i suoi complici il nazionalismo imperialista di destra. Omettendo la critica di questo falsissimo schema basterà chiedere a Scoccimarro come mai la stessa rivendicazione di indipendenza di quei paesi contro l’occupazione tedesca non fu affatto appoggiata né dallo Stato socialista di Mosca né dai comunisti staliniani locali fino a quando la guerra non era ancora scoppiata tra la Russia la Germania e come la stessa indifferenza per l’unità e l’indipendenza nazionale si ebbe nella spartizione della Polonia del 1940, e, potrebbe ben aggiungersi, in quella del 1945.

Per giustificare che la democrazia borghese venti anni fa era avversata mentre oggi viene accettata come alleata, Scoccimarro costruisce una teoria storica della evoluzione della democrazia e della borghesia piuttosto contradittoria.

La vecchia democrazia sarebbe stata basata su un’alleanza della borghesia alta con la borghesia media contro il proletariato, mentre oggi sarebbe una lotta della media borghesia contro la grande borghesia reazionaria plutocratica. Quindi le classi lavoratrici, alleandosi, notate bene, non solo con i ceti semi proletari, ma anche don la media borghesia, fonderebbero una nuova e moderna democrazia progressiva e popolare, facendosene un obiettivo che in Italia altrove si sostituisce a quello della dittatura proletaria. Per giustificare questo falsissimo schema viene, sempre senza nessun originale trovato, tirato in ballo il paragone della rivoluzione russa e della pretesa alleanza ammessa da Lenin con i democratici borghesi contro la reazione zarista. II tentativo di chiarificazione teorica finisce così nel più spregevole confusionismo, e tutti i termini sono messi fuori del loro luogo.

Nella Russia del 1917 il regime borghese non si era ancora stabilito, e le forze politiche delle classi borghesi e proletarie lottavano tutte, con diversi obbiettivi, per realizzare la distruzione del regime feudale e zarista. In tale situazione che non ha nulla a che fare con quella europea di oggi (meno ancora vi avrebbe a che fare se la Russia che era allora il solo paese feudale fosse davvero oggi il solo paese comunista) anche i comunisti potevano essere costretti ad appagarsi del costituirsi di un regime e di un governo di carattere borghese attraverso la lotta rivoluzionaria. Proprio Lenin col suo indirizzo teorico e strategico fu l’espressione del fatto che, in una situazione così complessa e sfavorevole, il proletariato e il suo partito più estremo riuscirono ad attaccare e sgominare successivamente tutti i loro nemici, battendo con la guerra di classe, col terrore rivoluzionario e con la dittatura del proletariato, feudatari zaristi, grandi industriali, medi e piccoli borghesi.

La successione delle situazioni nei paesi occidentali a stabile regime borghese-capitalistico è ben diversa da quella della Russia di allora e richiede, se veramente non si vuole fare gettito della dottrina e del metodo bolscevico, un programma storicamente almeno altrettanto audace. Non esiste nessuna prospettiva di forme borghesi, risultanti da una lotta rivoluzionaria, che possa essere considerala come un vantaggio accettabile ed una rivendicazione soddisfacente per il proletariato. Il senso dell’evoluzione capitalistica non procede dalla pretesa democrazia grande borghese verso una democrazia piccola borghese. Se davvero, dopo lo stabile avvento storico del capitalismo, la piccola borghesia lottasse per abbattere la grande borghesia, questa sarebbe secondo Marx una lotta reazionaria ed infatti il «Manifesto» dice che nella Germania del 1847 «il partito comunista lotta insieme con la borghesia ogni qual volta questa combatte per un principio rivoluzionario contro la monarchia assoluta, contro l’antica proprietà feudale, contro la piccola borghesia». Ma siamo a cento anni dal 1847, e la media e piccola borghesia non hanno sulla scena storica che il compito ignobile di servitori e di succubi del grande capitale, vuoi quando compiacente personale mercenario al fascismo, vuoi quando lo offrono al comunismo addomesticato, autorizzato dalla forza dei capitalisti vincitori.

Il mutamento, nei 25 anni che si pongono tra i termini contrapposti da Scoccimarro, ha ben altro carattere.

Allora era ancora possibile al regime borghese dirigere il mondo secondo le parole e le istituzioni democratiche; oggi per lo svolgersi del tipo monopolistico ed imperiale del capitalismo al suo limite massimo, per le stesse sommate distruzioni di due guerre, liberalismo e democrazia sono forme tramontate ed incompatibili con la più recente fase del capitalismo, che già or sono vent’anni Lenin diagnosticò come universalmente le prevalente e suscettibile solo di forme politiche di tirannide e di oppressione.

Era forse ancora comprensibile l’opportunista di trenta anni fa che repingendo, come Keutski faceva, l’analisi di Lenin, attribuiva ancora al capitalismo la possibilità di pacifiche evoluzioni in senso democratico popolare o progressivo, e comunque di pacifismo sociale che conducesse ad una tattica di collaborazione di classe. Tutto quanto si è svolto fra le due guerre sta a distruggere ulteriormente questa prospettiva che già la critica bolscevica aveva definitivamente disperso. Il mondo capitalistico, sotto l’esclusivo controllo dell’altissima borghesia, seppellisce gli ultimi avanzi della organizzazione liberale in economia in politica e si ordina, pur avendo sconfitto i Mussolini e gli Hitler, in un sistema fascista. La piccola borghesia e la democrazia popolare spariscono tra le ombre e gli spettri del passato. Chi le vuole resuscitare non solo persegue opera vana ma tenta di fermare il cammino della storia, egli è il vero reazionario, mentre il controrivoluzionario fascista e grande borghese ha di lui più diritto di usare lo strano aggettivo di «progressista». Ogni progressista di oggi si troverà ad essere il fascista di domani.

La posizione del proletariato e del suo partito resta perciò quella di Marx e di Lenin. La borghesia si volge verso concentrazione di tutte le le sue forze economiche e politiche, diventa sempre più implacabile nello sfruttamento e nella oppressione, e il suo percorso storico sarà arrestato da una forza sola, quella rivoluzionaria della classe lavoratrice. Tale processo si svolge attraverso una serie di grandi guerre sempre più imperialistiche.

La distinzione finale di Scoccimarro tra la guerra del 1914-18 e l’attuale, tra l’Union sacrèe di allora e l’unione nazionale di oggi si volge tutta a suo danno, e l’analisi marxista conchiude a stabilire che il collaborazionista di oggi è dieci volte più traditore di quello di allora. Se i borghesi hanno potuto dire quaranta anni fa che i socialisti avevano posto Marx in soffitta, a più forte ragione possono dire oggi che i comunisti dei partiti staliniani hanno buttato Marx, e Lenin con lui, nel letamaio.