Partito Comunista Internazionale

Lo spettro dei licenziamenti

Categorie: Italy, PCInt, Unemployment

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La classe operaia italiana vive oggi sotto l’incubo di quel che avverrà dopo il 30 settembre all’atto dello sblocco dei licenziamenti. Saranno alcuni milioni di operai gettati, gradualmente o contemporaneamente sul lastrico, senza contare l’altro vasto contingente di disoccupati costituito dai reduci che già non trova modo d’impiegarsi in attività produttive. Questa data è attesa con una specie di stupore, con l’amara coscienza dell’impossibilità di allontanarne la terribile minaccia. Si capisce che, rimasta l’economia italiana un’economia capitalistica, non si può pretendere dall’industriale che consumi il profitto mantenendo in ruolo degli operai che non lavorano: si capisce che le materie prime mancano, che il Paese non è padrone di se stesso, che dipende nei suoi tentativi di riassetto dal beneplacito dei vincitori: si capisce che lo Stato, già ora pieno di debiti, non può affrontare l’onere di lavori pubblici in grandissimo stile senza correre incontro al fallimento. E si china il capo.

Ma si capisce anche che questa situazione dimostra l’impossibilità di uscire con metodi normali, coi metodi della «democrazia progressiva», dalla crisi organica della società borghese. L’impossibilità delle industrie di lavorare senza procurare un normale profitto al capitalista dimostra l’assurdo di una produzione basala sull’appropriazione degli strumenti di lavoro da parte di una classe: la critica ai governi occupanti sposta il problema dalla borghesia italiana alla borghesia internazionale e, lungi dal risolverlo, l’aggrava: l’agitazione politica basata sulle campagne elettorali e sul miraggio della Costituente dà un ancor più tragico risalto alla situazione di fatto, situazione che nessuna riforma costituzionale e nessun voto può risolvere perché radicata nel funzionamento della società capitalistica.

Di fronte a questa situazione veramente tragica, i partiti del compromesso non sanno far altro che subire passivamente la realtà di fatto. Invece d’impostare la loro lotta sulla spiccata critica del sistema capitalistico nelle sue basi nazionali e internazionali, essi propugnano una politica d’incoraggiamento dell’iniziativa privata nel settore italiano e di cooperazione con le grandi potenze borghesi vincitrici sul terreno mondiale. E, posti su questa china, devono patrocinare l’ordine, la disciplina, il rispetto delle istituzioni borghesi, la collaborazione nazionale, il ripristino normale della produzione capitalistica e, per essere conseguenti, dovrebbero anche liquidare ogni velleità di incidere attraverso un nuovo e più equo sistema tributario sul capitale. Liquidano cioè, in nome della democrazia, ogni pregiudiziale di classe.

Il nostro punto di vista non può essere che radicalmente opposto. La crisi borghese non può essere risolta che da una lotta a fondo contro il sistema di produzione capitalistico. La «tregua» sociale di cui si fanno promotori i partiti «di sinistra» potrà permettere, a lungo andare, una ripresa capitalistica, ma mentre non risolve il problema urgente di dar pane e lavoro ad un esercito di disoccupati, non elimina il fattore fondamentale della crisi in atto. Dar tregua al capitalismo in questa fase di collasso di tutte le energie e di tutte le risorse produttive significa ribadire le catene della servitù proletaria.

Gli operai non cessino dunque dalla lotta contro licenziamenti, per un salario adeguato al costo della vita, per una distribuzione razionale dei mezzi di sussistenza, per il lavoro per tutti: è nel loro diritto, questa lotta. Ma non dimentichino che nessuna «riforma», nessun temporaneo alleviamento delle loro condizioni di vita risolverà mai il problema generale di un nuovo regime di produzione basato non più sullo sfruttamento dell’uomo e sulla realizzazione del profitto, ma sulla solidarietà sociale e sul soddisfacimento dei bisogni di tutti.

Non dimentichino che la soluzione del problema italiano è legata in modo inscindibile alla soluzione dei problemi internazionali della loro classe: che la situazione nostrana sarà pregiudicata, dal punto di vista delle prospettive di riscossa rivoluzionaria del proletariato, finché la classe operaia di tutti paesi, soprattutto dei grandi paesi vincitori, non ingaggerà la stessa battaglia senza quartiere contro la sua borghesia e in appoggio ai proletari di tutti gli altri paesi.

Le lotte sociali che questa nuova fase di profonda crisi economica sta per scatenare avranno un senso solo se romperanno il cerchio ristretto delle lotte e delle rivendicazioni contingenti, e porranno sul tappeto, come problema di vita non solo per l’Italia ma per tutto il mondo, il problema massimo, la rivendicazione finale del proletariato; la conquista rivoluzionaria del potere per la realizzazione di una società socialista. Ogni altra soluzione politica, che sposti quelle lotte sul terreno del parlamentarismo borghese o su quello di presunte e ipotetiche rivendicazioni nazionali, è illusoria dal punto di vista delle realizzazioni concrete e disfattista dal punto di vista della preparazione ideologica e pratica della classe operaia alla rivoluzione comunista.