Privilegi di classe e incapacità organizzative negli alloggi
Categorie: Housing Question, Italy
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Una delle forme più evidenti e più manifestamente repulsive della dominazione di classe borghese è la guerra. Con suoi morti, le sue devastazioni, le infinite tragedie, essa basta da sola a condannare all’esecrazione chi conserva ancora un barlume di coscienza: una società che ha bisogno di sangue, di crudeltà, di schiavitù e di oppressione per continuare ad esistere. Ma la guerra non è la sola infamia del capitalismo e nemmeno la più letale. Se ad esempio nell’ultimo conflitto si è avuto in Italia un milione di morti, le condizioni di vita impossibili per igiene ed alimentazione della massima parte della popolazione italiana hanno causato e continuano a causare, anno per anno, un numero di vittime ben maggiore di quello che è stato procurato dal ferro e dal fuoco di una pazza rivalità fra nazioni.
Ognuno sa quale importanza abbiano le condizioni ambientali per lo sviluppo degli individui robusti, per la serenità degli animi, per il rendimento personale. Esseri umani nati in antri fetidi e ripugnanti, cresciuti in alloggi privi di ogni comodità e dei più elementari servizi igienici, costretti ad un’intimità e promiscuità inevitabili e sempre morbose, non possono che malsani, decimati dalle malattie infantili e dalle infezioni degli adulti, incapaci di sensibilità umana. Nella casa l’uomo deve prender la maggior parte dei suoi pasti, svolgere tutta la vita intima, e trascorrere la massima parte della sua esistenza. Nella casa l’individuo trova la consolazione delle proprie vicissitudini o la causa delle sue pene spirituali e materiali. Di qui l’importanza sociale dell’alloggio.
Quali sono invece le condizioni dell’alloggio per i proletari italiani? Non è certamente necessario raccontar loro quello che purtroppo ormai conoscono per amara quotidiana esperienza. Le case dei lavoratori sono catapecchie che contano qualche secolo, ammucchiate le une a ridosso delle altre dando origine a vie luride, strette, prive di luce e di verde, infestate di parassiti, ammorbate delle immondizie, sprovviste dei servizi igienici e, nelle campagne, anche dell’acqua potabile e degli scoli; case che tuttavia, in tempo di pace, succhiavano un’alta percentuale dei guadagni sudati dall’operaio durante la settimana, e che ora, in conseguenza della guerra, hanno visto aumentare in maniera vertiginosa il loro affollamento; abitazioni e case spesso ammucchiate in località che costringono il lavoratore a compiere percorsi enormi per raggiungere il posto di lavoro.
Qual meraviglia che queste abitazioni mietano vittime più delle bombe di dieci tonnellate, e minino la classe operaia in modo ancor più insidioso e meno appariscente della guerra stessa? La continua erosione, giorno per giorno, ora per ora, delle migliori energie degli operai condannati ad abitare in queste condizioni li ha resi così indifferenti e abulici che non riescono nemmeno a rendersi conto di che cosa voglia dire questo stato di cose. I bambini costretti a crescere senza spazio, senza luce, avvizziscono come fiori recisi, prendono vizi, ammalano e muoiono in percentuali che fanno spavento. Si pensi ad esempio che la mortalità infantile delle classi inferiori è di solito quattro volte superiore a quella delle classi benestanti ed agiate. Si pensi a tutte le possibilità di contrarre malattie in conseguenza della scarsa aerazione, della cattiva pulizia, della penuria d’acqua, della dimestichezza con malati infetti. Si pensi ai topi, agli scarafaggi, alle cimici annidati da anni nelle screpolature dei muri, nel mobilio deteriorato, e contro i quali non è possibile oramai difesa né lotta. Si pensi a tutte le cause di liti familiari, all’inasprimento degli animi che la mancanza di ogni comodità, la miseria dello spazio, l’assenza di qualsiasi intimità possono provocare. Ognuna di queste cause può scatenare quell’inferno familiare che purtroppo è comune a molte case di lavoratori. Gli abitanti di queste sono spinti da una forza maggiore a disertare il più possibile la loro abitazione e a passare il tempo al cinematografo, in osteria e altrove, purché non sia quell’ambiente detestabile anche solo alla vista.
Su questo stato di fatto è poi passata l’ultima guerra che, com’è noto, ha in modo ben maggiore inferito sulle case operaie che non sugli stabilimenti industriali o altro. Ne è derivato che una percentuale altissima della popolazione di molte città si è trovata priva di alloggi, ed è stata costretta a spostarsi quotidianamente a grandi distanze ammucchiandosi in locali altrettanto miserabili quanto i primi e per di più molto dispendiosi per viaggio e prezzo. Alcune famiglie costruite con le macerie dei tuguri di tipo africano, altre riparate da parenti o amici; altre infine sono andate a finire in baracche o grotte.
Terminato ora il conflitto, viene a manifestarsi la naturale aspirazione di questa gente ad uscire dalla sistemazione provvisoria per poter essere più vicine al luogo di lavoro e riottenere infine la casa. E’ logico che, vista l’inattività costruttiva e la mancanza di speranze immediate in un miglioramento, venga spontaneo l’impulso di suddividere la superficie abitabile nazionale in maniera omogenea, o perlomeno di impedire che rimangano locali vuoti mentre esistono esseri umani in condizioni indegne persino per gli animali, condizioni che vengono a ripercuotersi sulla loro salute e sulla loro vitalità. Si sa ad esempio che la massima parte degli uffici professionali o commerciali, delle banche, delle industrie, occupano spazi superiori ai loro effettivi bisogni; si sa che esistono locali pubblici, musei o mostre completamente vuoti; che vi sono decine di appartamenti con un numero di stanze varie volte superiori ai loro effettivi abitanti, me quello che dovrebbe essere un normale atto dettato dal raziocinio diventa un mito e un privilegio difeso coi denti e con la forza.
I ricchi inquilini di alloggi sovrabbondanti hanno iniziato sulla stampa una campagna contro la coabitazione, poiché per loro coabitazione sarebbe quella che li costringesse a fare un po’ di posto a famiglie più disgraziate, mentre non è quella a cui sono costrette molte famiglie che sfollano o che sono ospitate da parenti o amici stretti in alloggi insufficienti. I materiali edilizi disponibili sono impiegati per negozi di lusso o restauri di appartamenti signorili, invece di essere dedicati alla suddivisione dei grandi appartamenti o all’utilizzo di altri ambienti attualmente vuoti. Con una combattività che impressiona, tutti i privilegiati hanno mobilitato i mezzi a loro disposizione per scendere in lotta contro le aspirazioni per lo più inespresse dei diseredati, accusandoli di immoralità e di tendenze autoritarie. E’ stato sfoderato una volta di più l’esempio di quel tale che piantava carote nella vasca da bagno, quasi che solo i profumati messeri della galleria di piazza del Duomo potessero gustare il piacere di lavarsi certe parti del corpo; si sono messi in azione protezioni e poteri pubblici per rendere nullo qualsiasi provvedimento in tal senso. Per conseguenza, ad una riunione dell’Associazione Senza Tetto, tenuta due settimane or sono, i funzionari del commissariato alloggi sono stati costretti a dichiarare che risulta loro materialmente impossibile far applicare perfino le norme vigenti in materia, nonché suggerine altre.
Nel contempo, la paralisi di ogni attività ricostruttiva, paralisi che è la naturale risultanza della incapacità capitalista di riorganizzare la sua economia se non a spese della sola classe sfruttata, toglie ogni speranza che i senza tetto d’oggi possano trovare una sistemazione nelle nuove costruzioni edilizie. Noi possiamo assicurare per diretta conoscenza, che nessuno, che oggi rivesta posti di responsabilità o al governo o agli organi di produzione, ha idee, capacità, programmi o intenzione agire. Tutte le energie si neutralizzano a vicenda per sospetti, le rivalità, la concorrenza reciproca. Il proletariato dovrà quindi continuare ad essere decimato dalle malattie, a vivere nella sporcizia e a sopportare senza pari, come nel passato, peggio che nel passato.
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Intanto, tutto congiura contro una soluzione equa del problema, e l’operaio, il piccolo impiegato, il proletario in genere vedono aggravarsi di giorno in giorno le condizioni di fatto. Irretiti nelle maglie della burocrazia, i commissari alloggi sono, in tutte le città, impotenti a dirimere le questioni, né sono in grado di prendere provvedimenti adeguati per eliminare le troppe stridenti sperequazioni. Alla vigilia di un inverno durissimo, si sa che solo il 5% delle famiglie che dovrebbero trovare alloggio a Milano potrà essere sistemato: si vive alla giornata, urtando continuamente negli ostacoli opposti dal regime della proprietà alla soluzione radicale del problema (non parliamo, naturalmente, dei favoritismi, delle raccomandazioni, degli interventi autoritari a vantaggio di tizio e di caio e a svantaggio di sempronio). La costruzione di case nuove e la riparazione di edifici privati colpiti vanno a rilento: abbiamo visto in qualche città fervore di opere per il ripristino di discutibili edifici storici o artistici o, semplicemente, pubblici, accanto alla paralisi dell’attività edilizia normale.
Ed ora, il decreto sugli affitti. Com’è noto, esso non contempla soltanto aumenti dal 15 al 60% per le abitazioni e dal 60 al 120% gli gli altri tipi di locali, oltre all’aumento supplementare dal 10 al 150% per le sublocazioni (da calcolarsi, si noti bene – ed è gravissimo, data l’attuale crisi degli alloggi che mette molti sinistrati in condizione di dover affittare una o più camere in appartamenti altrui- sul fitto già aggravato dal precedente aumento), ma aumenti indeterminati nel caso che il locatore effettui riparazioni, trasformazioni e migliorie (cosa che dovrà necessariamente verificarsi in previsione dell’inverno) e una serie di rivalse per i maggiori oneri a carico del locatore per i servizi di portierato e per il
funzionamento e la manutenzione dell’ascensore, oltre che per la maggior spesa per il costo dell’acqua e della luce nei locali comuni. Sommate tutti questi aumenti, constaterete che i fitti raggiungeranno presto cifre astronomiche.
Ma la realtà è quella che abbiamo già indicato in una precedente nota: nel regime attuale, l’incremento all’attività edilizia privata è possibile alla sola condizione di liberare il capitale dai vincoli o dai pesi che ne scoraggiano l’impiego in quel ramo economico. Il decreto è inteso a favorire l’investimento di capitali nell’attività edilizia, e se il proletario vuol poter campare dovrà pagarne le spese…
Figuriamoci poi cosa avverrà quando, fra un anno, i fitti saranno sbloccati.