Partito Comunista Internazionale

“Tecnologia” vile feticcio borghese

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  La bancarotta della società borghese è totale e in tutti i campi, subito sotto la patina dorata la putrescenza ammorba l’aria. Nel campo della Tecnica il regredire è vistoso, tanto che il decantato Progresso non riesce nemmeno a sfamare i viventi.

      Nel solo osservatorio italico inspiegabili disastri ferroviari, crolli di abitazioni, terremoti mietono numerose vittime in barba alle tecniche che assicurerebbero la sicurezza nella marcia dei treni e la stabilità delle costruzioni anche nelle zone sismiche. Di questi giorni è il crollo a Lecce di un condominio costruito solo da un paio di decenni.

      Di fronte al suo innegabile fallimento il pensiero borghese rivolge l’accusa contro gli speculatori che, incuranti delle leggi e del sapere scientifico, lesinano sui materiali o risparmiano sulle attrezzature di controllo. Ma questa caccia ai penalmente colpevoli ad altro non mira che a nascondere il vero mandante che è da individuare nelle fondamenta stesse della società capitalistica. Certo che esistono speculatori avidi e cinici, ma sono i figli prediletti e necessari di questo mondo. La questione non è di morale individuale ma di morale di classe e di questa gli speculatori sono solo gli strumenti. Di norma a decidere di non installare un sistema di sicurezza su una linea ferroviaria o di ridurre le sezioni dei tondini nei pilastri di un fabbricato non è, individualmente, il padrone ma un tecnico, un capomastro salariato: chi ci guadagna non è lui ma l’anonimo Capitale, che è di tutti e di nessuno. All’ultimo piano del fabbricato collassato a Foggia abitava il costruttore!

      Non sarà mai la onestà a migliorare il capitalismo perché la sua riproduzione abbisogna della catastrofe per sopravvivere.

      Al capitale altro non interessa che il profitto; la merce una volta prodotta e venduta è solo lavoro morto accumulato che intralcia la nuova produzione e grava – in questa società – sulle spalle dei vivi invece che esserne ricchezza. I cortigiani del Capitale invocano misure per abbattere e costruire nuovamente, secondo nuove e mirabolanti tecniche, mentre la questione non è tecnica ma economica e sociale, nell’abbandono della forma merce del lavoro umano e del suo prodotto.

      Oltre due secoli fa la rivoluzione borghese, liberando le enormi potenzialità del lavoro umano associato dalle costrizioni dei regimi feudali, nell’affermare in tutti i rami e direzioni i rapporti di produzione capitalistici, subito si rese conto che non poteva far spadroneggiare ovunque le sue leggi mercantili. Ritenne di dover proteggere il sapere tecnico e scientifico dalla anarchia della concorrenza (negando così un suo postulato). La definizione di opere il cui cattivo impianto progettuale fosse suscettibile di provocare grave danno o minaccia alla pubblica incolumità, come quella di un edificio, che richiede conoscenza delle leggi della statica e sensibilità alla più complessa dinamica dei fenomeni sismici, non era razionale affidarla ad una gara d’appalto nella quale unico argomento fosse il ribasso d’asta offerto dall’ingegnere. Furono istituiti gli Ordini, dei medici, degli ingegneri, ecc. che, con i loro minimi tabellari, stabiliti per legge, avrebbero dovuto garantire un sollievo del progettista dal morso della concorrenza. Ugualmente si riteneva che il medico dovesse sentirsi relativamente disinteressato, cioè senza preoccupazioni materiali, per poter svolgere la sua difficile professione, e non incalzato dalla vile pubblicità dei colleghi, considerati questi dei volgari carrieristi.

      Ma il Capitale è costretto ad aggredire qualsiasi attività umana trasformandola a sua immagine o suo negativo, capitale o salario. Nell’infinito succedersi di cicli di accumulazione cerca di appropriarsi del lavoro vivo in ogni sua manifestazione e in ogni angolo della Terra. Non trova alcun limite, né pietoso né razionale, se non nella incapacità del mercato di assorbire nuove merci. La progettazione deve diventare un’industria del terziario, un’impresa, non più una spesa generale, ma capitale variabile che frutta profitto. Del resto ben vengano per il Capitale distruzioni e catastrofi a causa dell’errato fare e progettare. Analogamente per la farmacopea capitalista ben vengano le malattie incurabili che fanno del paziente un cliente a vita.

      La storia della tettonica del pianeta, a grandi linee nota, spiega perché sono regioni soggette a terremoti di violenta intensità, lungo le coste del Pacifico, gli arcipelaghi orientali, Formosa e il Giappone, e la dorsale americana occidentale, l’Anatolia e l’Egeo a partire da Santorino… E un legame è dimostrato con il vulcanesimo. È esemplare della impotenza capitalistica a stabilire un rapporto non suicida con l’ambiente il caso notorio e ben medializzato del rischio di esplosione del Vesuvio: confidare in San Gennaro è certamente più saggio che nei piani di “evacuazione rapida” predisposti dalla “Protezione civile”. Eppure sulle pendici del Vesuvio il Capitale ha costruito senza alcuna prevenzione, depredando forza lavoro immediata. Il dopo non lo interessa, nemmeno il suo, delle sue possibilità di nuovi cicli di investimento.

      Ma non è un difetto “partenopeo”. Non solo i condomini in Turchia, nemmeno le decantate autostrade di Los Angeles né i grattacieli in Giappone e a Taiwan hanno retto. Qualcuno obbietterà che buona parte non sono schiantati al suolo, risparmiando le vite umane, pur rimanendo seriamente lesionati. In realtà l’immenso sciupio di lavoro umano resta ed il Capitale è pronto a nuovi cicli di accumulazione prima per abbattere i pericolanti mostri edilizi, per poi ricostruirli.

      Lo Stato borghese, oltre ad esercitare il dominio di classe sul proletariato, nel contempo è un gozzovigliare di traffici, appalti, e squallidi commerci fra i quali le “protezioni civili” e le “ricostruzioni” sono gran parte. È quella statale una rete di drenaggio sociale del Capitale a facilitare ed alimentare la sua torpida senescente e sordida riproduzione, la sua funzione esprime solo putrescenza storica, incapace di ordinare e pianificare, in tutto supino alle leggi del Capitale.

      Nemmeno i progressi nel campo della medicina hanno impedito che l’umanità sia oggi più che mai sofferente, perché il generale malessere è sociale, nell’abrutimento della mercificazione e individualizzazione dell’uomo. L’individuo, da solo impotente, avverte ma non vede e riporta tutto al fatto individuale con patologie che sconfinano dal campo medico e trovano conforto nelle superstizioni delle religioni. Mentre la società moderna non mantiene la promessa di liberare i popoli da terribili piaghe epidemiche, nemmeno riesce a fornisce non diciamo i medicamenti ma quello naturale e fondamentale che è costituito da una decente alimentazione e da un minimo di riposo: il Capitale può solo proporre cure sofisticate a debilitati dalla fame o dal sopralavoro.

      Sono le multinazionali a decidere la direzione delle ricerche e a sovvenzionarle, ne segue che queste sono unicamente convogliate nel mettere a punto medicamenti/merci nella cui produzione il capitale esalta sé stesso. Ben venga il paziente/cliente, ben vengano nuove patologie, nuove pestilenze sarebbero una benedizione per il “settore”.