Partito Comunista Internazionale

[RG-75] Sudafrica: il governo della borghesia negra

Categorie: South Africa

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Ha fatto seguito la prima metà del rapporto sul Sudafrica inteso come aggiornamento dei precedenti lavori di Partito e come nostra valutazione del periodo successivo alla fine dell’apartheid, attualmente conclusosi con il mandato del primo presidente negro nel paese.

      La storia del Sudafrica è stata da noi suddivisa in tre periodi: il primo dalla fondazione della Colonia del Capo fino alla scoperta dei grandi giacimenti minerari (1652-1867) in cui non vi fu una vera e propria colonizzazione del paese, che di fatto rimase suddiviso in tre zone di influenza: il nord agropastorale sotto il dominio boero, che applicava una politica di schiacciamento razziale ed economico molto forte; una meridionale prevalentemente commerciale e manifatturiera sotto l’influenza inglese, che cercava una buona intesa con le popolazioni negre locali; una terza, che si riduceva sempre più, occupata dalle popolazioni tribali.

      Il secondo periodo arriva fino alla seconda guerra mondiale e vede il prevalere del dominio britannico e il grande avvio delle attività minerarie ed industriali. Le guerre anglo-boere terminate nel 1902 rappresentano lo scontro tra due modi di produzione: quello capitalistico moderno e quello antico agricolo e pastorale; il conflitto e la vittoria inglese non segna lo schiacciamento della nazionalità boera a favore dell’imperialismo britannico ma la gestazione del moderno Stato sudafricano, dotato di un tessuto produttivo e mercantile nazionale, con la concentrazione della popolazione nelle città collegate da una rete ferroviaria.

      L’industrializzazione porta la popolazione negra nelle miniere e nelle fabbriche dove vige una precisa ripartizione razziale, tecnica ed economica, la Colour Bar, cioè un rapporto numerico fisso tra operai bianchi, qualificati e meglio pagati e operai negri cui spettano i lavori più pericolosi, faticosi e molto meno retribuiti. La necessità per il capitale di realizzare profitti più elevati tende nel tempo, tramite anche la modernizzazione degli impianti, a ridurre gli specializzati bianchi con altri lavoratori negri, organizzati in Unions diverse.

      Negli anni venti scoppiano violenti scontri sindacali dei diversi gruppi razziali, con centinaia di morti fra i lavoratori bianchi e negri, ma il processo di sostituzione della forza lavoro bianca con quella sempre più disponibile e meno pagata negra continua, favorita anche dalla partecipazione del Sudafrica ai due conflitti mondiali a fianco dell’Inghilterra. Protetto dalla lontananza dei fronti di guerra il Sudafrica industrializzato e ricco di materie prime e allevamenti è il paese ideale per il rifornimento bellico di ogni tipo e ciò non fa che accrescere lo sfruttamento di tutto il proletariato locale e i profitti della borghesia che colà vanta degli investimenti. Si rafforza l’apparato produttivo anche in agricoltura, che ora inizia ad esportare.

      Il terzo periodo, dalla seconda guerra ad oggi vede la gestazione, sviluppo ed il crollo dell’apartheid, ovvero un articolato sistema legislativo atto a garantire lo sfruttamento intenso della forza lavoro negra costretta a vivere nei sobborghi urbani dei centri industriali e minerari solo se in possesso di un regolare contratto di lavoro, oppure ritornare, per condurre una vita miserrima, negli artificiali Stati-ghetto concepiti come magazzini di braccia a basso prezzo.

      Questo “sviluppo separato” dei bianchi rispetto ai negri, dove le divisioni razziali devono corrispondere praticamente alle divisioni fra le classi, provoca durissimi scontri nei sobborghi negri impegnando la borghesia bianca in un pesantissimo sforzo economico e di risorse umane e bloccando al tempo stesso lo sviluppo del mercato interno non sostenuto dalla maggioranza negra, troppo costretta da vincoli giuridici ed economici. Inoltre la tensione sociale interna diviene così acuta da rischiare di far esplodere l’intero sistema sudafricano che, contemporaneamente, subisce anche i contraccolpi della generale crisi capitalistica.

      Nel 1986 il governo di Pretoria annuncia di abbandonare la politica dell’apartheid e di voler costituire una “nazione democratica” composta da più minoranze razziali. Iniziano subito le operazioni per il passaggio morbido e pacifico dei poteri costituzionali dalla minoranza bianca ad un selezionato gruppo negro la cui figura eminente è Mandela. Liberato dopo molti anni di carcere e insignito del Nobel per la Pace, dovrà garantire la pace sociale nel delicato momento della transizione e al tempo stesso il prosieguo degli affari dei capitalisti di ogni razza, mediante anche il riconoscimento di una classe dirigente negra sottomessa agli interessi della borghesia in generale.

      Per far ciò l’ANC abbandona la sua uniforme di guerrigliero vagamente trotskista e si trasforma in un partito populista, interclassista e per la riconciliazione nazionale.